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Paradosso Italia, debito e crisi non interessano ai partiti

Il dibattito essenziale sul debito pubblico, sullo stato di sofferenza delle banche e sugli effetti della crisi energetica per famiglie e imprese è sostituito dagli artifizi parlamentari relativi al M5s

CAMERA DEI DEPUTATI ESTERNI PIAZZA MONTECITORIO

In Francia il presidente Emmanuel Macron “presta l’orecchio” al terremoto post elezioni e prova a mutare strategie e compagni di viaggio per gestire il successo di Melenchon e Le Pen, anche rispetto alle enormi difficoltà di famiglie e imprese.

In Italia il dibattito essenziale sul debito pubblico, sullo stato di sofferenza delle banche e sugli effetti della crisi energetica per famiglie e imprese è sostituito dagli artifizi parlamentari relativi al M5s. Non solo ciò certifica un (grande) problema di carattere culturale, ma mette i partiti dinanzi a quell’evidenza che è stata al centro della nascita del movimento fondato sul Vaffa, riportando le lancette dell’orologio al 2012.

Era quello un anno complicatissimo per via della crisi dell’euro, quando la moneta unica rischiava davvero di scomparire sotto i colpi del quasi default ellenico: i titoli spazzatura greci erano detenuti da alcune banche tedesche e francesi e, anche al fine di evitare di innescare una crisi di sistema su ampia scala, Mario Draghi si rese protagonista dell’ormai noto «Whatever it takes». Ovvero “Tutto ciò che è necessario” o anche “Costi quel che costi” pronunciato il 26 luglio 2012, per indicare la strada che BCE avrebbe percorso per impedire il crack.

Oggi la doppia contingenza degli effetti economici della pandemia e della guerra (ma anche della speculazione precedente all’invasione dell’Ucraina) si stagliano su un paese già zavorrato da un debito pubblico elevatissimo, che sta crescendo a vista d’occhio, a cui la risposta della politica non può essere quella di una campagna elettorale permanente o di ricatti e veti da qui alle urne del 2023: semplicemente perché l’Italia, le sue imprese, i suoi lavoratori e i suoi disoccupati (di cui spesso ci si dimentica) non se lo possono permettere.

Il Pnrr può diventare una spada di Damocle se non sarà tarato sulle nuove esigenze economiche e sociali che si sono presentate dopo il biennio del Covid: attualizzare quel vademecum deve essere una priorità soprattutto dei partiti, anche al fine di evitare proprio lo scenario francese, con un tasso di astensionismo che ha raggiunto livelli record.

Infine un richiamo a chi segue le questioni tedesche, il cui tessuto industriale è per buona parte connesso a quello italiano. Ragionare armonicamente sulle criticità teutoniche serve anche a prevenire nuove crisi di filiera per i marchi italiani, si pensi alla componentistica o all’automotive, due settori che hanno patito moltissimi danni dal 2020.

Oggi i veicoli altamente inquinanti in Italia sono circa 38 milioni e non è ipotizzabile che verranno sostituiti nel breve periodo perché i proprietari hanno altre spese più urgenti dell’auto, come le bollette o i mutui a tasso variabile: è questo un settore su cui il governo è chiamato a investire, tempo e risorse.

@L_Argomento

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