Manifesto per una bioetica liberale

Manifesto per una bioetica liberale

Riflessioni etiche sulla pandemia da Sars-Cov-2 in prospettiva evoluzionistica

Tempo di lettura stimato 20 minuti

Manifesto per una bioetica liberale
La terribile esperienza della pandemia da virus Sars-Cov-2, ha messo in evidenza due esigenze.
Da una parte, quella di potenziare la capacità critica dell’opinione pubblica nei paesi di tradizione liberale e democratica, offuscata dalla tendenza all’omologazione emersa nel dibattito politico con l’eccezione di un negazionismo demenziale al quale sarebbe profondamente sbagliato concedere il monopolio della critica, consapevoli che contestare sempre e tutte le regole equivale all’anarchia. D’altra parte, si è resa evidente anche la necessità di adottare comportamenti collettivi che richiedono una massiccia dose di disciplina, insperata in un popolo come il nostro che in precedenza non aveva mai brillato per l’osservanza di regole rigide. Anche in questo caso bisogna essere consapevoli che una disciplina eccessiva porta direttamente alla dittatura. Soddisfare entrambe queste esigenze, di critica e di disciplina, sembrerebbe, a prima vista, contraddittorio, ma a ben riflettere è proprio quello che si propone come obiettivo il metodo liberal-democratico. Per un liberale darsi una regola frutto dell’elaborazione razionale e del proprio convincimento etico è molto più efficace del farsene imporre una dall’esterno, poco compresa e ancora meno condivisa.

In questo scritto, mi soffermerò inizialmente sul come si possa incrementare lo spirito critico e quanto, all’uopo, conti un’adeguata educazione scolastica capace di liberarsi del nozionismo sterile, contro cui si scagliò per primo, pur tra mille contraddizioni, il movimento studentesco del “68. La considerazione di cui ha goduto la scuola di ogni ordine e grado, fino all’università, durante le fasi acute della pandemia è stata obiettivamente scarsa, elogiata a parole ma nei fatti tra le prime attività ad essere interrotte e per più tempo. E non si dica che partecipare alle lezioni da remoto possa surrogare in toto la partecipazione in presenza. Ancora una volta questo sarebbe vero se si trattasse solo di trasmettere nozioni, mentre è dal confronto con gli altri studenti che si costruisce un abbozzo di società civile e di partecipazione politica, un processo che ha bisogno di luoghi fisici di incontro, aule scolastiche reali, anche se fredde e sgarrupate, come le definiva un immaginario studente della provincia di Napoli nel romanzo Io, speriamo che me la cavo che ebbe un notevole successo qualche anno fa1. Dove il calore non viene dai termosifoni ma dalla passione, perché solo dalla passione e non dal dialogare con una web-cam si può sperare nasca la capacità critica di pensare con la propria testa e, in seconda battuta, di costituire un legame comunitario forte: <<C’è bisogno di gesti fisici, di espressioni del volto, di silenzi, di linguaggio corporeo, e persino di profumo, tremito delle mani, rossore, sudore, perché tutto ciò parla e fa parte della comunicazione umana.>>2. In queste parole che, in prima battuta, non ti aspetteresti da un Papa che pure si è attenuto con diligenza e spirito civico alle regole anti-contagio imposte dal governo, si coglie la convinzione ribadita con forza dalla massima autorità del cattolicesimo, circa la struttura analogica della natura umana. Una modalità comunicativa inevitabilmente mortificata dalle regole della distanza sociale.

Definita questa distinzione fondamentale tra analogico e digitale, si analizzeranno più in dettaglio le modalità educative congrue al perseguimento dell’obiettivo formativo prescelto: preparare i giovani ad assumere un ruolo da protagonisti attivi del cambiamento. Seguirà infine l’analisi di quanto avvenuto nel corso del 2020, con l’irrompere sulla scena mondiale di un fenomeno pandemico di colossali e del tutto inedite proporzioni. Per non soccombere di fronte a un nemico invisibile, contro cui non avevamo armi di difesa o offesa efficaci, ci siamo nascosti e abbiamo ridotto al minimo i rapporti sociali, ottenendo ottimi risultati, come fece l’esercito russo nei confronti di Napoleone nella campagna di Russia, ritirandosi e facendo terra bruciata all’invasore francese. L’analisi del periodo di chiusura totale non si limita a valutare i pregi indubbi nel rallentare la diffusione pandemica (anche se la strategia più soft messa in atto nel periodo da ottobre a dicembre, quello della cosiddetta seconda ondata è stata abbastanza efficace) ma mette in luce anche gli aspetti negativi della strategia epidemiologica, gli inevitabili effetti collaterali, in verità di non difficile individuazione.

In primo luogo, la crisi economica, pressoché inevitabile dopo il blocco totale di quasi tutte le attività produttive (con ripercussioni non ancora studiate sulla salute psichica delle persone colpite prima dal virus e poi dalla perdita del lavoro).

Infine, si illustrerà anche una conseguenza negativa che ha inciso prevalentemente sul piano antropologico ed etico. Si tratta della profonda crisi di identità dovuta alla sistematica rinuncia, imposta dalle ferree regole anti contagio, a quasi tutti i comportamenti individuali e collettivi finora interpretati come caratteristiche positive della nostra specie. In tal modo, la batteria di comportamenti consigliati o scoraggiati (quando non esplicitamente proibiti) assume una connotazione implicitamente anti-evoluzionistica.

La tesi che si intende illustrare e sostenere sul piano antropologico ed etico è semplice: difficilmente si potranno più adottare blocchi totali delle attività così come sono stati ideati e realizzati nella primavera del 2020. Restare chiusi in casa per evitare il virus è stato un po’ come nascondersi nelle catacombe per i primi cristiani che sfuggivano alle persecuzioni o come correre nei rifugi anti-aerei durante i bombardamenti nella seconda guerra mondiale. Soluzioni tampone utili in situazioni acute e provvisorie, Per il futuro dovremo inventarci soluzioni alternative di medio periodo altrettanto efficaci ma meno radicali. Ad esempio, con l’impiego di vaccini o di nuovi farmaci, anche se non si dovesse ottenere il risultato ottimale, ossia eradicare del tutto il coronavirus portandolo all’estinzione come si è fatto col virus del vaiolo, almeno si dovrebbe ottenere uno scudo parziale che ne attenui virulenza e letalità, magari contenendolo in poche aree endemiche. Mi sembra pacifico che non si possa fuggire e nascondersi per sempre, prima o poi si dovrà uscire anche se cadono ancora bombe o si corre il rischio della persecuzione. Questo non solo per rilevanti ragioni di ordine economico ma anche per una ragione, non meno importante, di carattere etico e antropologico che si analizzerà nella parte finale di questo scritto.

Sia ben chiaro, ad ogni modo, che ogni critica nei confronti del comportamento e delle reazioni delle popolazioni e dei governi (soprattutto quelli europei) non debba assolutamente eccedere in severità. Sarebbe ingeneroso dimenticare il carattere eccezionale degli eventi che si sono succeduti in questo fatidico anno 2020. Una pandemia di tale rapida e letale diffusione e intensità, infatti, è evento unico nella storia contemporanea, di proporzioni che possono dirsi veramente bibliche. Si sono rilevate qua e là iniziali sottovalutazioni del fenomeno e si è avvertita una carenza di strategie di intervento già predisposte e collaudate. Ma la reazione umana alla minaccia virale è stata complessivamente adeguata e, pur con qualche titubanza, abbastanza compatta e omogenea. In particolare, mi pare si possa affermare che esca rafforzata l’Unione europea che, per la prima volta si è presentata come soggetto unitario nel combattere contro la pandemia con una strategia comune (ad esempio nell’acquisto di vaccini e nell’elaborazione di un gigantesco piano per la ripresa economica).

Per ottenere un’adesione consapevole alle strategie di ostacolo alla diffusione virale (dal distanziamento sociale alla disponibilità alla vaccinazione) è indispensabile, abbiamo visto, lo spirito critico. Ma come si acquisisce tale capacità?

Si deve tornare indietro e partire dal periodo cruciale per la formazione della personalità individuale: l’adolescenza e la correlativa frequenza scolastica generatrice di valori comuni. Solo se si parte dalla scuola si potrà favorire la formazione di un diffuso spirito critico nella popolazione che consenta di adottare sulle grandi questioni etico-politiche un punto di vista equilibrato, in cui la critica è elemento di riflessione razionale sulle migliori modalità di affrontare un problema reale, oltre qualunque tipo di negazionismo irrazionale.

Ovviamente, non terremo conto dei metodi autoritari per affrontare la pandemia che richiedono, evidentemente, altri obiettivi formativi e peculiari parametri di riferimento (quel poco che si è saputo della strategia anti-epidemica cinese dovrebbe bastare come esempio di quanto appena affermato).

Esaminiamo, quindi, in via preliminare, quali strade sono percorribili in una società liberale e democratica per ottenere l’adesione ai metodi di contrasto alla diffusione virale individuati e proposti (a volte anche imposti) dai governi.

La scelta delle materie di studio e gli obiettivi formativi

Ogni tanto, da parte di più o meno improvvisati pedagogisti, si ripropone, in tema di programmi scolastici, il quesito classico, ossia quali materie far studiare ai nostri figli, Negli ultimi tempi ci si è chiesto, da parte di questi novelli riformatori, quale sia il ruolo dell’insegnamento della Storia nella formazione degli studenti. Qualcuno candidamente ha proposto di eliminare la traccia di storia dall’esame scritto di maturità, adducendo a giustificazione la considerazione che la Storia non serve a nulla sul piano pratico. Questa stucchevole domanda, a cosa serve studiare la materia A o B, impone una risposta che sembrerebbe ovvia, ma tale evidentemente non è se la domanda viene riproposta con ineluttabile quanto ottusa periodicità. Allora è opportuno ribadire che, se per servire si intende il fornire cognizioni specifiche di tipo tecnico da impiegare direttamente nella dimensione pratica lavorativa la Storia non serve a niente. Ma insieme alle scienze, alla filosofia e allo studio dei classici della letteratura, essa, serve ad altro obiettivo: formare le coscienze e lo spirito critico dei futuri cittadini di una società liberale e democratica. Quindi è giusto che ci siano scuole tecnico-professionali, propedeutiche alla formazione di tecnici, ma non per questo si possono abolire i licei che sono chiamati ad altro e non meno importante compito formativo. Nel ripristinare la traccia di storia all’esame di maturità, il ministro dell’istruzione dell’epoca si espresse a favore di una scuola permeabile alle idee e proposte della società civile. Quindi, proporre anche una traccia storica nella prova scritta di italiano non cambia l’esame ma offre solo una possibilità in più. Possibilità importante che conferma il valore della conoscenza del passato per preparare al meglio il futuro.

I ricorrenti attacchi alla teoria evoluzionistica

L’insegnamento della Storia non è l’unico che ha subito attacchi e tentativi di ridimensionamento o cancellazione dai programmi scolastici. Non è l’unico esempio di atteggiamento denigratorio verso argomenti e contenuti didattici ritenuti pericolosamente sovversivi. Un sapere storico-scientifico che sviluppa il senso critico e come tale ha creato problemi ripetutamente ai benpensanti è l’evoluzione darwiniana3. Essa fu fatta scomparire all’improvviso e in maniera silenziosa qualche anno fa dai programmi ministeriali. Il fatto fu attribuito a una parte, non secondaria, della cultura cattolica, ma dopo molte reazioni avverse e polemiche le cose tornarono come prima e il darwinismo è ancora presente nei programmi scolastici 4. Come noto il darwinismo fin dagli albori è stato inviso alle religioni alle quali sottraeva, apparentemente, il monopolio nella spiegazione degli inizi e dello sviluppo della vita sulla terra. Con Darwin non c’è bisogno di un Dio trascendente e creatore per spiegare il fenomeno vita, ma questa si dipana in maniera autonoma, guidata intrinsecamente da un processo immanente di produzione continua di individualità e novità, associato a vari meccanismi selettivi che garantiscono la sopravvivenza del più adatto.

Il problema non è tanto se ci fosse contrapposizione tra scienza e fede. In tal caso nulla questio, sappiamo come delinearne i rapporti reciproci riservando a entrambe una sfera indipendente nello spazio politico. La controversia si modifica in seguito al presentarsi di condizioni nuove. I sostenitori del progetto intelligente, o neocreazionisti (per distinguerli dai classici creazionisti che propongono un’accezione letterale del libro della Genesi) ritengono che la loro teoria che prevede la creazione divina della cellula, seguita poi da un processo indipendente di evoluzione di tipo darwiniano, sia da considerare scientifica e, in quanto tale, da insegnare a scuola insieme al darwinismo. In realtà in questo caso, non si tratta né di scienza né di religione, soprattutto non si può ricorrere a Dio come ipotesi scientifica né per confermarne né per confutarne l’esistenza perché, per definizione, la Scienza si propone lo studio dei fenomeni naturali e non si occupa di soprannaturale. Sarebbe come se l’astrologia si proponesse quale teoria scientifica antagonista dell’astronomia rivendicando la parità nelle cattedre universitarie e nell’insegnamento in generale compreso quello delle scuole di ogni ordine e grado. Abbiamo esaminato e indicato lo studio della storia e della teoria darwiniana come generatore di spirito critico, inteso come capacità di partecipare alla vita culturale e politica del proprio paese come cittadino attivo, libero e correttamente informato. A tal proposito niente è escluso dall’esame critico preliminare, anche i dati scientifici vanno interpretati e inseriti in un contesto che ne sappia valutare l’attendibilità. Tale lavoro preliminare è chiamato critica delle fonti, in campo storiografico, controllo della notizia nell’ambito dell’informazione dei mass media, revisione indipendente (attraverso il sistema del referee anonimo) nella letteratura scientifica.

Il ruolo del sapere critico nella società liberaldemocratica

Educare deriva dal latino educere, ossia portare fuori, ma da dove e verso che cosa condurre la persona da educare?

Forse proprio in riferimento a tale significato, a chi gli chiedeva che cosa si potesse fare per i giovani, Benedetto Croce rispondeva semplicemente che per i giovani si poteva fare ben poco, in ultima analisi non si poteva fare altro che aiutarli a diventare vecchi. Nell’ammonimento del filosofo napoletano, a parte la non nascosta polemica col giovanilismo di stampo fascista, è evidente la perplessità del saggio nei confronti del problema della corretta educazione delle giovani generazioni. Che cosa effettivamente si può fare per la loro crescita e maturazione, quali metodi e quali contenuti privilegiare?

Chiunque, come educatore professionale o come semplice genitore, si pone seriamente il problema non può non incontrare difficoltà e contraddizioni. Anche in questo caso, ma non per la moda estenuata e ormai estenuante per le etimologie (dalla quale è buona norma non lasciarsi coinvolgere) si può far riferimento al significato originario. Se con educazione si intende prendere qualcuno dall’infanzia e dall’adolescenza e accompagnarlo alla maturità della vita adulta, è ovvio e consequenziale che si sceglieranno metodi e contenuti pedagogici adeguati agli obiettivi da raggiungere e, quindi, educare i futuri componenti di una società chiusa e autoritaria o formare la coscienza civile del cittadino di una democrazia non sono, ovviamente, la stessa cosa!

Ma anche per chi professa fedeltà ai valori liberali e democratici non è sempre chiaro un punto fondamentale: la loro convinta affermazione richiede, in primo luogo, l’incoraggiamento nei giovani dello spirito critico. Spirito critico che non è un fluido misterioso di cui il pedagogo, vantandone un possesso esclusivo, farebbe partecipi i discepoli più fortunati o fedeli, quanto piuttosto quella precaria capacità di scelte responsabili e autonome che nasce da un dialogo e confronto reciproco in cui si è sempre, contemporaneamente, maestri e discepoli indipendentemente dall’età. Con la consapevolezza che lo scavo critico nei costumi e nelle consuetudini sociali non è affatto indolore e l’opera del vero educatore è in genere mal retribuita e, dai conservatori di tutte le epoche, è spesso bollata come corruzione, anche se, fortunatamente, non a tutti tocca di subire la croce (Cristo) o la cicuta (Socrate).

Il grado di alfabetizzazione scientifica associato a una capacità critica ben allenata e sviluppata è fondamentale per riuscire a comprendere e a fare propri comportamenti adeguati in situazioni critiche come quella che stiamo attualmente sperimentando. La pandemia da virus Sars-Cov-2 ha testato a fondo la capacità di reazione della comunità scientifica e della popolazione di un determinato paese (in particolare quello che ci interessa maggiormente è l’Italia). Una reazione che si è manifestata tramite l’adesione massiccia a una strategia epidemiologica di contenimento del contagio virale.

Nelle pagine seguenti vedremo di illustrare tale strategia valutandone l’indubbio successo (direttamente proporzionale all’adesione della popolazione generale) mettendone in luce tuttavia le criticità eticamente rilevanti, soprattutto se l’analisi etica assume una consapevole prospettiva evoluzionistica, a mio avviso imprescindibile.

In primo luogo, importantissimi sono stati gli effetti economici negativi della chiusura totale delle attività, con una crisi economica senza precedenti, che ha toccato tutti noi su una scala planetaria. Meno evidenti, almeno inizialmente, le ripercussioni sul piano psicologico e etico, che hanno giocato un ruolo non inferiore a quello dei fattori economici nel determinare e aggravare la crisi generale.

In questa sede proverò a indicare e analizzare gli effetti collaterali negativi della strategia di chiusura totale sulla autocomprensione che la specie umana ha di sé stessa, delle sue origini e del suo prevedibile percorso futuro. La mia conclusione è che un’altra chiusura totale ci costerebbe molto cara: un altro fermo potrebbe essere irrecuperabile e probabilmente non ce lo possiamo permettere, non solo per ragioni economiche ma anche per ragioni etiche. Per mettere a fuoco gli aspetti bioetici prima accennati è utile una breve ricognizione degli strumenti normativi disponibili, in particolare si presenteranno le metodologie per la valutazione morale in ambito bioetico sia in una prospettiva religiosa, cattolica e islamica, sia in prospettiva laica.

Bioetica, fedi religiose e giudizio storico

La fondazione di un universo morale omogeneo si è scontrata, secondo i teorici post-moderni, con la difficoltà di trovare valori condivisi in modo intersoggettivo.

Il conseguente relativismo radicale predica l’inconciliabilità assoluta tra i mondi culturali e morali della contemporaneità, dichiarando una vera e propria bancarotta del politico, se per politico si intende la dimensione di una coesistenza pacifica e fondata su valori (anche minimi) condivisi. Sembrerebbe che non esistano alternative tra il fondamentalismo e il relativismo. Proviamo, tuttavia, a immaginare una possibile terza via e cominciamo col porci degli interrogativi preliminari.

Si possono condividere le critiche post-moderne senza accettarne gli esiti disperanti?

Si può procedere nel tentativo di costruire valori etici condivisi e relativamente stabili nel tempo?

A questi interrogativi si chiamavano a rispondere, nel passato, prevalentemente le fedi religiose che rappresentavano uno sfondo etico condiviso. Ma la fede, come convinzione etica che motiva all’azione, non è un’esclusiva dei saperi rivelati che rinviano alla trascendenza, essa può anche essere il frutto di una ragione immanente. Vediamo di approfondire meglio la questione.

Il richiamo a un ordine naturale concepito in termini normativi e non solo descrittivi, ossia l’interpretazione della natura come sede di una legge morale di diretta derivazione divina è tipico della tradizione filosofica tomistica, fatta propria dalla Chiesa cattolica come propria fonte autoritativa (ricordiamo che nel concilio di Trento i testi di S. Tommaso furono considerati, in quanto autorità prescrittiva, allo stesso livello dei testi sacri evangelici!). L’aggancio alla natura come depositaria di una verità assoluta ed extra-storica crea, tuttavia, non pochi problemi in ambito bioetico e medico. Spesso si colora di una generale e generica tecnofobia, altre volte accetta di fare delle distinzioni tra i vari interventi artificiali. In questo caso, però, la maggiore plausibilità si raggiunge a scapito della coerenza perché una volta sancita la correttezza morale di un intervento artificiale, ossia non naturale, risulta difficile proibirne un altro analogo sotto questo riguardo. Non è chiaro, ad esempio, perché si incoraggino i trapianti, anche da donatore vivente, e la terapia genetica mentre si condanni la fecondazione in vitro.

La difficoltà teorica dello schema natura uguale bene morale è ulteriormente sottolineata dalla memoria dei tanti esempi storici in cui la Chiesa Cattolica prima si è opposta e poi ha accettato le scoperte scientifiche della modernità, dall’eliocentrismo astronomico al darwinismo biologico. Un atteggiamento che porta ad essere costantemente in ritardo rispetto all’avanzamento della conoscenza scientifica, recitando un ruolo oggettivamente conservatore.

Nella bioetica islamica, invece, il ricorso diretto alla volontà divina, raro nella bioetica cattolica, è praticamente l’unica fonte normativa e scarsissimo peso (se non addirittura nullo) hanno le considerazioni sulla naturalità o meno di un’azione umana. I comportamenti in ambito bioetico sono valutati alla luce del loro potenziale inserimento in una serie continua che classifica gli atti a partire da quelli incoraggiati o approvati, per passare a quelli tollerabili o leciti fino a quelli francamente proibiti. Tale serie, deducibile dalla lettura dei testi sacri, non è una disposizione univocamente riconosciuta ma si differenzia a seconda delle interpretazioni. L’interpretazione del Corano e delle altre fonti autoritative islamiche, infatti, non risente, nel bene e nel male, della presenza di alcun organo ufficiale preposto al controllo dell’ortodossia, ma è aperta e accessibile ai dotti e ai singoli credenti (questo, apre anche, purtroppo alle interpretazioni più integraliste del libro sacro islamico, oggettivamente presenti nelle farneticazioni sanguinose del terrorismo islamico).

In conclusione, contrariamente a quanto si possa immaginare a prima vista, la bioetica islamica con la strategia del richiamo diretto ai testi sacri finisce con l’essere molto flessibile. Infatti, quando i riferimenti diretti a un comportamento mancano (ed è il caso, ovviamente, di tutte le tecnologie moderne) si ragiona per analogia cercando i riferimenti che più si avvicinano al caso in discussione.

Considerati il richiamo all’ordine naturale e al diretto comandamento divino, criteri adottati da autorevoli e influenti religioni passiamo adesso al ruolo che potrebbe svolgere nella riflessione bioetica il giudizio: ossia lo strumento di una ragione immanente nella storia.

Nel mondo occidentale moderno una lunga tradizione culturale, contrastata ma continuamente ripresa e alimentata, tanto da presentarsi come ideale identitario solido, è senza dubbio quella dell’umanesimo emancipatorio. Il valore e la dignità della coscienza individuale come fonte di scelte etiche criticamente orientate è stato alla base della Riforma e della tradizione illuministica e romantica. Si può dire che noi siamo quello che siamo perché il valore della dignità e autonomia delle persone (che pure ha origini antiche e radici cristiane) è diventato quasi una forma secolarizzata e condivisa di religione, tanto da indurre Croce a parlare, nel momento di massima espansione del nazi-fascismo in Europa, di una libertà come valore eterno e indistruttibile, una laica Religione della libertà5 . Se questa vera e propria fede morale è considerata meritevole non solo di rispetto storico retrospettivo ma anche di continuità prospettica, allora le nostre azioni dovranno orientarsi in coerenza con essa. Quindi, gli interventi che corroborano, intensificano e aggiornano l’identità collettiva, il chi siamo e il chi vogliamo essere, ispirata all’ideale dell’emancipazione e della libertà individuale (ideale che, secondo Amartya Sen non necessariamente va circoscritto alla cultura occidentale) sono eticamente approvabili, da disapprovare e, in certi casi, addirittura da proibire tutti gli altri atti che o mortificano o rendono vano quel valore.

In definitiva, non sembra obiettivo utopico una ragione normativa che rifiuti di dettare ad alta voce regole eterne e, tuttavia, non si rassegni alla completa afonia.

Strategie epidemiologiche

Le malattie infettive sono quelle in cui le metafore belliche, utilizzate un po’ in tutti i settori della medicina, hanno il loro più largo uso, ne ho fatto uso anche in questo scritto: il microrganismo patogeno diventa il nemico invisibile, la replicazione virale all’interno delle cellule dell’ospite e l’intervento degli anticorpi si rappresentano alla stregua di una battaglia tra organismo e battaglioni di anticorpi e cellule immunitarie che accorrono dove le difese passive, ossia la cute e le mucose, analoghe alle mura di un castello, sono state superate.

L’esito finale (guarigione o morte) è considerato atto conclusivo della guerra che vede, poi, seduti al tavolo della pace, organismo invasore e organismo invaso con la vittoria di uno a scapito dell’altro.

Tuttavia, l’esito finale non è quasi mai definitivo, in quanto colui che risulta sconfitto in prima battuta può sempre sperare in clamorose rivincite ideando strategie nuove e dotandosi di più sofisticate armi, realizzando una vera e propria corsa agli armamenti. Si pensi, ad esempio alla dialettica antibiotico e resistenza batterica, con la ricerca da parte delle case farmaceutiche di principi attivi nuovi in grado di debellare le infezioni alimentate dai microrganismi che sviluppano resistenza.

Raramente la vittoria è totale in quanto difficilmente si riesce a distruggere completamente il virus o il batterio (ad eccezione del vaiolo).

Dal punto di vista della sopravvivenza di specie poi la guerra sul lungo periodo è una guerra sicuramente persa: troppa è la differenza in termini di adattabilità, tra organismi semplici e organismi complessi. Alcune specie batteriche proliferano in ambienti particolarmente sfavorevoli, dal magma vulcanico a liquidi con un ph estremo. Tutte condizioni ambientali incompatibili con la vita umana. Il conflitto di cui sopra si colloca in un contesto ecologico che può facilitare l’uno o l’altro dei contendenti. Nei primi mesi del 2020 si è presentato un esempio di tale confronto-scontro tra organismo umano e microrganismo patogeno (non tutti i microbi sono patogeni nell’uomo) uno scenario ecologico caratterizzato dal confronto diretto tra due specie filogeneticamente agli antipodi, mi riferisco al coronavirus e agli uomini.

Homo sapiens per avere il sopravvento in assenza di terapie e vaccini specifici, strumenti di attacco di prima linea, ha adottato una strategia passiva di mero contenimento. Essendo il virus un’entità priva di autonomia (è dubbio anche che si possa ritenere vivente) che sopravvive solo se infetta un altro essere vivente, il suo destino dipende dal grado di contagiosità e velocità di replicazione. Parametri che consentono al virus di moltiplicarsi esponenzialmente all’interno dei singoli individui e, saltando dall’uno all’altro, di diffondersi territorialmente perpetuandosi e, così, facendo, mantenendo il successo riproduttivo a scapito dell’ospite umano.

Non potendo giocare in campo aperto, mancandogli le armi offensive (farmaci antivirali e vaccini efficaci) l’uomo ha optato a favore di una strategia di difesa passiva, una sorta di catenaccio calcistico applicato alla biologia evoluzionistica. In questo modo, di fronte a un nemico invisibile ai nostri occhi noi ci siamo resi invisibili ai suoi. La tecnica del distanziamento sociale rende impossibile la trasmissione dall’uno all’altro (il virus non vola né ha le doti di un saltatore in lungo) e tende così a bloccare la catena del contagio. Se ben eseguita, in associazione con le mascherine ottiene il risultato sperato, ossia interrompe la moltiplicazione e la diffusione del virus a patto, ovviamente di una ferrea applicazione da parte di tutti.

Un’analisi etica dalla prospettiva evoluzionistica

A fronte degli innegabili vantaggi di questa strategia epidemiologica, quali sono, se ce ne sono, i possibili risvolti negativi?

In primo luogo, importantissimi sono stati gli effetti economici negativi della chiusura totale delle attività, con una crisi economica senza precedenti, che ha toccato tutti noi su una scala planetaria. Meno evidenti, almeno inizialmente, le ripercussioni sul piano psicologico ed etico, che hanno giocato un ruolo non inferiore a quello dei fattori economici nel determinare e aggravare la crisi generale. In questa sede proverò a indicare e analizzare gli effetti collaterali negativi della strategia di chiusura totale sulla autocomprensione che la specie umana ha di sé stessa, delle sue origini e del suo prevedibile percorso futuro. A mio avviso l’occultamento agli occhi del virus, di straordinaria efficacia epidemiologica, non è avvenuto né avviene in maniera indolore e gratuita, bensì solo al costo di rinunciare ad elementi identitari fondamentali per gli esseri umani, un’identità sia fisico-attitudinale che etica. Frammentazione e isolamento sociale, immobilità e impermeabilità ai (non) contatti sociali e affettivi sono state le armi relativamente vincenti, per disorientare il nemico. Armi quali l’invisibilità, a ben vedere, rubate all’avversario per riuscire a sconfiggerlo almeno provvisoriamente. Fin qui è veramente andato tutto bene, come ci siamo ripetuti più volte in quelle settimane, ma quali sono gli effetti collaterali negativi di tale strategia mimetica? Un primo risvolto negativo viene dalla consapevolezza dei sacrifici di immagine sostenuti per essere in grado di evitare i contagi. Non si deve dimenticare che per vincere Homo sapiens ha rinunciato alle sue caratteristiche peculiari e questo alla lunga difficilmente è un bene in quanto indebolisce l’identità e l’autocomprensione di specie.

Ma vediamo prima a quali rinunce si fa riferimento, ossia quali comportamenti concreti sono stati posti in essere nella lotta col virus. Già solo nell’elencarli si potrà immediatamente riconoscere una impressionante complementarietà con i comportamenti finora evolutivamente vincenti della nostra specie. Una sorta di fotografia in negativo che stravolge l’immagine che normalmente abbiamo di noi stessi. Vediamo quindi quali sono questi comportamenti.

In primo luogo, la rinuncia ad assecondare l’istinto nomade che lo ha reso protagonista di fenomeni migratori di grande impatto spingendolo dalla primigenia residenza africana alla conquista del mondo, realizzando quella che, a giusto titolo, può essere detta la prima globalizzazione, riuscendo ad adattarsi ad ambienti estremamente diversi tra loro. Restare per mesi chiusi in casa, è un comportamento diametralmente opposto allo spirito esplorativo e alla costante irrequietezza che alimentarono il nomadismo di sapiens con la rinuncia ad una fissa dimora.

Altra caratteristica di specie ampiamente riconosciuta è la naturale tendenza all’aggregazione e alla cooperazione sociale, l’essere un animale politico, secondo la classica definizione aristotelica. Se l’assembramento è strategia vincente quando si tratta di affrontare e sconfiggere una tigre con i denti a sciabola, è ovvio che quando si ha a che fare con un nemico invisibile le cose cambiano e il vantaggio si trasforma nel suo opposto, in altri termini non sempre l’unione fa la forza. Aggregazione e cooperazione favorite, se non addirittura generate da quello straordinario strumento comunicativo che è il linguaggio, sia gestuale che verbale. Viaggiare in gruppi organizzati e coesi ha reso possibile all’uomo di vincere il confronto con altre specie che, se affrontate a livello individuale non gli avrebbero dato scampo. Anche questa della cooperazione e della vicinanza sociale è una rinuncia dolorosa.

A tali innate tendenze aggregative si è sommata poi l’abilità e l’inventiva pratica capaci di produrre strumenti tecnologici di grande potenza sia offensiva che difensiva, dagli strumenti litici preistorici ai modernissimi strumenti informatici. Vengono in mente le straordinarie pitture rupestri raffiguranti scene di caccia in cui un manipolo di uomini armati di lance circonda e attacca un mammuth, mettendo in mostra un grande coraggio ma una ancora più grande organizzazione. La scena è una raffigurazione iconica della cooperazione tra tecnologia litica e comunicazione verbale. Sottolineare l’importanza del linguaggio ai fini pratici del miglioramento di una cooperazione sociale sicuramente favorita da un sistema di comunicazione così preciso e rapido, tuttavia, non deve indurre alla riduzione dello strumento linguistico ai suoi soli vantaggi utilitaristici nella caccia, sottovalutandone lo straordinario impatto sulle altre funzioni mentali. Le raffinate capacità linguistiche sono determinanti nell’implementare le altre capacità simboliche della specie che si manifestano attraverso l’elaborazione di pensieri astratti e complessi, rappresentazioni artistiche e in rituali religiosi che caricano di senso gli eventi naturali, dalla nascita alla morte. Produzione simbolica che è, del resto, in uno scavo archeologico, il segno più affidabile come indicativo della presenza umana, ossia di una specie che si è evoluta a tal punto da generare da un substrato biologico, il cervello straordinariamente complesso di homo sapiens, fenomeni e qualità emergenti quali appunto linguaggio e mente6. In parole povere, dal momento dell’emersione della mente si mette in moto un’evoluzione culturale molto più veloce di quella biologica. Anche questa ricca produzione e fruizione artistica e simbolica viene inibita dalla strategia epidemiologica del distanziamento e del blocco sociale che obbliga a un ridimensionamento drastico delle produzioni simboliche a noi più connaturate e familiari. La chiusura totale di scuole e università, musei e chiese, cinema e teatri, arene e stadi si può considerare una vera e propria amputazione della quota simbolica della nostra identità. Questa forzata rinuncia è forse la più estraniante tra quelle esercitate in questi mesi, in cui qualunque rituale collettivo, laico o religioso che sia, dalla messa alla partita di calcio domenicale, è stato interdetto o fortemente limitato. Abbiamo trascurato, presi dall’ansia e dalla paura comprensibile del contagio, che quelli prima ricordati sono rituali collettivi che puntando sulle capacità empatiche generano identità comunitarie aperte e plurali (comunità di studenti e professori, fedeli e sacerdoti, atleti e tifosi, compositori e fruitori della musica, attori e spettatori etc. etc.).

In conclusione, a me sembra che stare in casa forzatamente, rinunciando a muoversi, associato al divieto di riunirsi in presenza siano i pilastri su cui si fonda quella che potremmo definire la solitudine digitale. Una solitudine che emana dall’annullamento della modalità corporea e affettuosa nella comunicazione e negli scambi interpersonali (stretta di mano, baci, abbracci etc. etc.) e riduce l’interazione sociale a poco più di un incontro tra fantasmi. Bisogna essere consapevoli che proibire qualunque assembramento, obbligando anche il Papa a “giocare a porte chiuse”, pone in essere una massiccia forma di autismo sociale, dove le interazioni si fondano in modalità digitale e non analogica per il tramite di segnali freddi che volutamente tengono a distanza l’interlocutore e sono depurati di qualunque manifestazione empatica.

Al vertice di questa progressiva alienazione si collocano la crudele proibizione delle visite ai congiunti nei reparti di terapia intensiva e l’impossibilità di celebrare i funerali e le sepolture individuali. Ma indubbiamente il comportamento potenzialmente più devastante sul piano dell’etica è la limitazione e la selezione degli ingressi nelle terapie intensive sulla base di una discriminazione tra persone che possono più o meno giovarsene, ad esempio il giovane sano comparato all’anziano ammalato verrebbe sicuramente privilegiato nell’accesso e nell’uso prolungato degli strumenti di terapia intensiva. Si determina in tal modo un viraggio da un’etica del valore individuale e personale a un’etica utilitaristica da scialuppa di salvataggio7. Proibizioni che hanno condannato il morente alla più terribile delle solitudini, quella di fronte alla sofferenza e alla morte, negandogli qualunque conforto, laico o religioso che sia, durante le fasi terminali e condannandolo anche alla solitudine postuma delle fosse comuni8. Per chi, seguendo Foscolo, pensa che il sonno della morte sia alleviato dallo stare “all’ombra dei cipressi e dentro l’urne”, la consapevolezza di essere destinato a una morte anonima senza un segno di riconoscimento che consenta ai congiunti sopravvissuti di avere un luogo fisico, una tomba dove appoggiare un fiore e recitare una preghiera rende ancora più dolorosa la fine. Con questo il virus assesta il suo ultimo colpo che insegue e raggiunge il bersaglio anche dopo la fine, si potrebbe definire un accanimento post-mortem. Tutta questa barbarie montante, pur essendo indispensabile per la sopravvivenza, non cessa di essere comunque una barbarie. Eppure, anche se a malincuore, ce la siamo razionalmente imposta. A questo punto, ripensando a tutto quello che abbiamo fatto e/o subito, siamo consapevoli che si tratta di un’abiura, sebbene transitoria, della nostra identità umana? E, se si dovessero ripresentare le condizioni eccezionali di una sua riproposizione, chi ci assicura che essa sia sempre e totalmente reversibile: in altri termini quante volte e per quanto tempo ce la potremo permettere senza un danno identitario permanente?

1 M. D’Orta, Io, speriamo che me la cavo, Feltrinelli, Milano 1990

2Papa Francesco, Fratelli tutti, con guida alla lettura di Alessandra Smerillii, San Paolo, Roma 2020, p. 61

3 E. Mayr, L’unicità della biologia, Raffaello Cortina Editore, Milano 2005 (2004)

4 Un’utile ricostruzione della vicenda in T. Pievani, In difesa di Darwin, Bompiani, Milano 2007.

5 B. Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, Laterza Bari, si tratta del famoso epilogo della Storia d’Europa, un inno alla libertà in opposizione alle dittature nazista e fascista

6 T. Pievani, L’evoluzione della mente, Sperling&Kupfer, Milano 2008

7 Si veda il documento della SIAARTI , Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, reperibile sul sito di questa associazione di specialisti rianimatori. Nel gennaio 2021 alle ambulanze operanti a Los Angeles fu chiesto di valutare, prima di trasportarlo in ospedale, se il malato fosse talmente grave da avere scarse probabilità di sopravvivenza, in questa evenienza si suggeriva di lasciarlo a casa

8 La sepoltura in una fossa comune sottrae ai sopravvissuti ogni minima possibilità di riferirsi al proprio caro defunto attraverso un dialogo immaginario o per una preghiera

TAGS