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Che invidia per Le Débat tra sfidanti: un auspicio in vista delle politiche ’23

Nell’ultimo decennio le elezioni politiche hanno visto uno stop ai confronti in tv, per tattica, per timore di esprimere posizioni certe e non ondivaghe, o a volte per una mancanza di argomenti.

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Vedere sugli schermi francesi Le Débat tra gli sfidanti all’Eliseo provoca un po’ di invidia: non tanto per un processo elettorale che, a conti fatti, è praticamente impraticabile in Italia e soprattutto nel sistema dei partiti italiani, ma soprattutto per lo spettacolo dialettico che, sugli schermi di casa nostra, è una rarità.

Si contano sulle dita di una mano le occasioni di viva contrapposizione tra candidati: è accaduto in occasione delle primarie del Pd del febbraio 2019, tra Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti; ancora per le primarie del dem nell’aprile 2017 fra Matteo Renzi, Andrea Orlando e Michele Emiliano; per le politiche bisogna risalire al 3 aprile 2006 con Silvio Berusconi e Romano Prodi e nel 1994 tra Berlusconi e Achille Occhetto. Poi poco altro, stando al recente passato, ma con uno spartiacque.

Per i nostalgici della Prima Repubblica c’è solo l’imbarazzo della scelta anche se c’era un’altra televisione, tarata sulle tribune politiche più che sulla spettacolarizzazione dei candidati all’americana maniera, per intenderci.

Ma la discesa in campo di Silvio Berlusconi ha segnato un punto fisso, con la novità rappresentata dalla personalizzazione del candidato: il famoso discorso che iniziava con “L’Italia è il paese che amo” ha inaugurato un’era geologica completamente nuova, a cui ha fatto seguito (a titolo di cronaca) il contratto con gli italiani, il risotto di D’Alema e altri scenari simili. In sostanza tutti i partiti hanno adeguato il proprio linguaggio comunicativo ed elettorale.

Nell’ultimo decennio le elezioni politiche hanno visto una penuria di confronti in tv, per tattica, per timore di esprimere posizioni certe e non ondivaghe, o a volte per una mancanza di argomenti.

Al contempo sono aumentati i cittadini che non votano per scelta, ingrossando le sacche di astensionismo. Per le elezioni politiche dal 7,1% di astenuti registrati nel 1968, che nel 1996 era più o meno stabile al 7,4%, il dato è quadruplicato nel 2018 con il 27%. Nel quinquennio 2013-2018 si arriva in media anche al 30% di astensioni mentre si sfonda tranquillamente il 50% per le elezioni amministrative, siano esse regionali o comunali.

Ciò non significa che, automaticamente, gli italiani torneranno in massa a votare dopo aver visto il dibattito televisivo tra candidati, ma sarebbe una scelta da paese civile e trasparente prevedere con costanza ciò che altri paesi fanno regolarmente.

@L_Argomento

(Foto: TF1 twitter profile)

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