Governi di transizione e crisi di sistema

Governi di transizione e crisi di sistema

La tecnocrazia è la malattia senile della post-democrazia?

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Governi di transizione e crisi di sistema
Con Draghi a guidare il governo, si registra il ritorno di un tecnico alla guida di un Consiglio dei Ministri, che altro significato non ha che la conferma di una crisi di sistema che impone uno stravolgimento dei partiti ed un cambio e/o rinnovamento del quadro politico nazionale.

Così sarà, come la storia ricorda che così è sempre stato.

Già a partire dal governo Pella del 1953, che fu preludio ad un sommovimento della Dc del tempo avallando il superamento della vecchia guardia di De Gasperi ad opera dei giovani rampanti di allora.

Così fu cinquant’anni dopo, con il governo Ciampi del 1993, che segnò storicamente lo spartiacque tra prima e seconda repubblica, favorendo il nuovo disegno della mappa politica, con i vecchi partiti che scomparivano spazzati via da tangentopoli ed i nuovi che nascevano sullo schema provocato dai risultati del referendum Segni, che portavano al cambiamento della legge elettorale in senso maggioritario.

Un destino, quello legato all’avvento dei governi tecnici, che si è ripetuto con puntuale regolarità. Perché si deve ascrivere al governo Dini, due anni dopo Ciampi, la gestione dell’intertempo necessario a consolidare il bipolarismo, sia pure imperfetto, che aprì la strada all’alternarsi al governo di centrodestra (con Berlusconi) e centrosinistra (con Prodi).

Non diverso è il ruolo giocato dal governo tecnico di Mario Monti nel 2012, che diventa il notaio che stila l’atto di morte ufficiale di questo bipolarismo imperfetto che non ha mai fatto in tempo a crescere secondo i canoni di una politica tale da definirsi normale.

Con l’avvento di Draghi, il quadro non è diverso. E la crisi che si va consumando mentre questo nuovo governo tecnico è al lavoro, appare crisi di sistema, la cui soluzione è ancora al di là da apparire chiara.

Mentre si era alle prese con il dissolvimento del Movimento Cinque Stelle, così come concepito alla sua nascita, ai è assistito alla crisi imprevista con soluzione tempestiva del Pd.

Quella dei grillini è una crisi non ancora risolta, perché da risolvere è la decomposizione del populismo da loro sinora rappresentato, con un soggetto politico da rifondare secondo linee più moderate e lontane dai “vaffa” e l’identificazione con un leader diverso, per stile e principi, quale sarà Conte.

Una svolta così netta, che lascerà campo libero ad un’inevitabile formazione di reduci del grillismo della prima ora che andrà radicandosi su posizioni populiste ed antagoniste liberando così i nuovi grillo-contiani più o meno stellati in un agone politico più tradizionale.

In attesa della soluzione pentastellata, la crisi del Pd si è palesata e risolta ad una velocità insolita per le abitudini della politica italiana, soprattutto a sinistra. L’investitura del redivivo Letta, tornato dal buen retiro parigino, dopo essere stato epurato dal rottamatore passato nel frattempo in altro luogo politico, è stata così repentina da far sbandare gli analisti usi a tracciare scenari possibili.

Rimane irrisolta, però –a modesto avviso – la questione interna più delicata nel rapporto tra le correnti, quella questione che ha portato l’ormai ex segretario Zingaretti a sbattere la porta con una denuncia così offensiva da essere prontamente rimossa.

Il suo andarsene dichiarando di vergognarsi del partito che fino a quel momento aveva guidato, è uguale, identico come due gemelli omozigoti, alle dichiarazioni altrettanto dure ed accusatorie con cui Emma Bonino lascia +Europa. Il suo annunciato auto-allontanamento, al quale hanno fatto seguito le dimissioni del segretario Benedetto Della Vedova, creano un inatteso scompiglio tra i liberali europeisti di tradizione radicale (e pannelliana) di cui non se ne sentiva la necessità, soprattutto adesso che con il governo Draghi sembrerebbe realizzarsi quel modello di azione di governo più vicina a determinati principi.

Certo, troppo forte e degno rispetto è il credo liberale e liberista, europeista ed atlantista di Bonino e Della Vedova, troppo significativo il retaggio liberal-radicale che rappresentano, insieme all’esperienza che esprimono (Della Vedova è attualmente sottosegretario agli Esteri, tra l’altro un ritorno il suo in questo ruolo) perché possa disperdersi o rimanere appena sospeso.

Rimane, nel frattempo, forte la necessità di una linea politica che porti alla creazione ed al rafforzamento di un’unica forza liberale, liberista e libertaria. 

Non diversa, sebbene apparentemente meno problematica, è la situazione nel centrodestra.

A cominciare dal travaglio interno che la Lega prova a nascondere, con i moderati europeisti alla Giorgetti ed i neoeuropeisti in cerca di nuova collocazione alla Salvini. Il primo gruppo già disponibile all’idea di confluire nel PPE utilizzando la sponda berlusconiana ed il dialogo da tempo intessuto proprio da Giorgetti coni centristi tedeschi; il secondo con Salvini che ipotizza un nuovo soggetto politico che, lontano dall’antieuropeismo della Le Pen, apra le braccia ai falsicentristi ungheresi di Orban ormai fuori dal PPE ed ai cugini polacchi anch’essi poco graditi dai popolari europei.

Il tutto mentre ancora non è chiaro come far convivere l’euroscetticismo di Fratelli d’Italia con l’europeismo dei berlusconiani.

È proprio vero, così come la storia ricorda ed insegna: i governi tecnici di transizione non sono chiamati solo a gestire emergenze straordinarie di carattere amministrativo, ma sono indispensabili per creare quel necessario lasso temporale di compensazione utile ad aprire la strada a ciò che sarà dopo il ciclone che ha provocato la crisi di sistema dell’attuale quadro politico.

Così sarà, anche stavolta.

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