Cosa mangiavano i pionieri sull’Oregon Trail: cibi e scorte per il viaggio
Farina, bacon, fagioli e caffè: cosa portavano i pionieri sull’Oregon Trail e come cucinavano durante il lungo viaggio verso ovest.
La pioggia poteva impedire di accendere il fuoco, il burro deteriorarsi e le provviste finire prima del previsto. Sull’Oregon Trail, decidere cosa caricare sul carro significava fare i conti con la sopravvivenza. Persino un biscotto durissimo, poco amato ma conservabile per anni, diventava prezioso quando cucinare era impossibile.
A metà Ottocento, centinaia di migliaia di pionieri americani affrontarono un percorso di circa duemila miglia verso ovest. Tra maltempo, malattie e animali pericolosi, il viaggio poteva superare i cinque mesi. Il cibo doveva quindi durare, occupare uno spazio accettabile e poter essere preparato nelle condizioni più difficili.
La dispensa doveva entrare in un carro
Le indicazioni contenute nelle guide e nei diari dell’epoca mostrano quanto fossero impegnativi i preparativi. Per una famiglia si raccomandavano da 120 a 200 libbre di farina, mentre il carico massimo consigliato per il carro era di 2.000 libbre: la sola farina poteva assorbirne un decimo.
Alle scorte si aggiungevano fagioli secchi, bacon, caffè, zucchero e grassi da cucina. Le quantità suggerite variavano: per il bacon si andava da 25 a 75 libbre per famiglia; per lo strutto si arrivava a consigliarne fino a 200. Senza refrigerazione, bisognava consumare gli alimenti freschi oppure affidarsi a prodotti conservati, per esempio con il sale o l’aceto.
Non tutte le famiglie partivano con le stesse risorse. Alcune portavano galline, che permettevano di avere uova, e molte viaggiavano con una mucca da latte. Altre non disponevano dell’animale oppure lo perdevano lungo il cammino.
Pasti veloci durante la marcia, ricette nelle soste
A descrivere questa cucina è Travis Boley, responsabile dell’Oregon-California Trails Association, organizzazione impegnata nella tutela degli storici percorsi degli emigranti. Nelle giornate di viaggio, spiega, i pasti erano rapidi e ripetitivi: bacon, caffè, pane duro o fagioli freddi. Le soste più lunghe offrivano invece il tempo necessario per qualche preparazione speciale.
Cucinare spettava generalmente alle donne e ai figli più grandi. Durante le fermate del mattino e della sera utilizzavano padelle e pentole di ghisa sopra il fuoco. I fagioli avanzati dalla colazione potevano essere mangiati freddi nella pausa di mezzogiorno, chiamata nooning.
Il combustibile non era sempre legna. Nelle Grandi Pianure prive di alberi diventavano fondamentali gli escrementi essiccati dei bisonti, che bruciavano producendo un calore intenso e regolare.
Farina, fagioli e carne conservata
La farina serviva per preparare pane, biscotti e hardtack, gallette estremamente dure a base di farina, acqua e sale. Potevano conservarsi per anni, ma occorreva ammorbidirle nel caffè. Prepararle in anticipo garantiva qualcosa da mangiare anche quando la pioggia rendeva difficile mantenere acceso il fuoco.
Per cuocerle si usavano pentole di ghisa oppure, quando disponibile, un forno riflettente: una scatola metallica con un lato aperto rivolto verso il falò. La farina di mais offriva altre possibilità, dalle pappe del mattino alle frittelle e alle focaccine cotte sul fuoco.
I fagioli secchi erano un’altra presenza costante. Le guide suggerivano fino a due bushel per famiglia, secondo il numero di persone da sfamare. Varietà come pinto e navy venivano cotte lentamente nelle pentole di ghisa, spesso insieme a bacon e melassa.
Il bacon era apprezzato anche perché il grasso rilasciato durante la cottura serviva a cucinare e insaporire altri alimenti. Accanto a quello salato e affumicato si portava pancetta conservata soltanto sotto sale. Lo strutto, utilizzato anche per i prodotti da forno, durava più del burro fresco.
Quest’ultimo, tuttavia, non mancava del tutto: alcune famiglie lo trasportavano in recipienti di terracotta o sfruttavano il movimento del carro per produrlo durante le prime settimane del percorso.
Caffè e dolci contro la monotonia
Il caffè accompagnava mattine e sere. I chicchi venivano trasportati verdi, poi tostati e macinati nell’accampamento. Molte guide consigliavano da cinque a quindici libbre per famiglia; Joseph Ware, nel suo manuale per emigranti, arrivava a raccomandarne cento.
Bollire l’acqua rendeva caffè e tè più sicuri dell’acqua bevuta direttamente, anche se i viaggiatori non conoscevano il ruolo dei microrganismi nella trasmissione di malattie come il colera.
Per addolcire le bevande e preparare dolci si portavano zucchero bianco o bruno, costosi e pesanti. Nelle giornate di sosta potevano diventare ingredienti per budini e pan di zenzero. Mele e pesche essiccate aiutavano invece a variare un’alimentazione ripetitiva.
Fragole, more e altre bacche raccolte lungo il tragitto permettevano di preparare torte e confetture, da accompagnare al pane o alle gallette. Anche l’aceto trovava spazio nei dessert: con zucchero, farina e acqua serviva a realizzare una torta che richiamava il gusto di quella al limone.
All’aceto di sidro si attribuivano inoltre proprietà contro lo scorbuto, ma il suo contenuto scarso o nullo di vitamina C non consentiva di prevenire la malattia.
Caccia e raccolta, tra risorse e rischi
Per integrare le razioni, uomini e ragazzi collaboravano nella caccia e nella pesca, oltre che nella raccolta della legna e nella sicurezza del gruppo. Tra gli animali cacciati figuravano bisonti, antilopi, cervi, conigli, scoiattoli e diversi uccelli.
Raccogliere piante spontanee richiedeva invece prudenza: il percorso attraversava praterie, montagne e deserti, dove varietà simili potevano non essere tutte commestibili. Alcune erano velenose e ingerirle poteva essere mortale.
Quando le risorse si esaurivano, racconta Boley, si poteva arrivare a mangiare cuoio bollito e animali domestici; nelle situazioni estreme si verificarono anche episodi di cannibalismo. Dietro la semplicità di pane, fagioli e caffè c’era dunque una preoccupazione costante: riuscire ad avere un pasto anche il giorno successivo.

La parte più interessante è quanto fosse delicata la scelta delle provviste: portarne troppe appesantiva il carro, troppo poche poteva diventare un problema serio. Una pianificazione davvero difficile.
Fa impressione pensare che un viaggio così lungo dipendesse anche da un biscotto durissimo o da un fuoco che non si riusciva ad accendere. Oggi diamo per scontato avere sempre cibo a disposizione.