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Internazionale

Lo spirito di Dayton per la crisi in Ucraina: più diplomazia. Parla il Generale Torres

Il già consigliere del Presidente dell’Osce per i paesi dalla ex Jugoslavia: “Siamo tornati al 1914, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, quando tutti si mobilitavano a vicenda e dopo un momento scoppiò la guerra”

Tempo di lettura stimato 4 minuti

Manca uno scatto diplomatico in questa guerra, ammette a L’Argomento il Generale Michele Torres, già consigliere del Presidente dell’Osce per i paesi dalla ex Jugoslavia e attualmente docente di geopolitica alle Università di Vienna e Bari. Pluriesperto di scenari altamente complessi come quello jugoslavo, libanese e mediorientale, il generale riflette a voce alta sulla mancata evoluzione della guerra in Ucraina, nella consapevolezza che non sarà con paletti e rivendicazioni fazionistiche che si potrà giungere ad un accordo.

Foto: OSCE site

Perché non è una guerra-lampo?

Innanzitutto perché i russi avevano pianificato da tempo questa invasione, ma hanno trovato una resistenza molto più forte delle aspettative. A ciò si aggiunga che il popolo ucraino è stato molto compatto a riguardo. Di contro i russi hanno avuto una preparazione ad un supporto logistico non adeguati: erano partiti per effettuare un’imponente esercitazione, prima con 110mila uomini e in seguito con 190mila, ma senza il necessario accompagnamento all’attività che avrebbero dovuto eseguire. Ma non è tutto.

Ovvero?

I russi inizialmente hanno inviato solo truppe di fanteria leggera nel Donbass, mascherandole come forze di peacekeeping, e solo successivamente sono intervenute le truppe corazzate e meccanizzate che hanno subito puntato verso Mariupol, loro obietto principale. Pochi sanno che gli ospedali da campo sono stati posizionati solo 15 giorni prima dell’invasione, fatto che gli europei non hanno tenuto in conto, mentre americani ed inglesi lo avevano messo in preventivo. Inoltre i militari che hanno inizialmente invaso l’Ucraina da nord provengono dalla Siberia, ovvero dall’estremo oriente della Russia.

Cosa significa?

Che le truppe impiegate nel nord dall’Ucraina non erano preparate per poter assediare una città grande come Kiev, mentre quelle che stanno per conquistare Mariupol nel sud sono meglio equipaggiate perché lo sforzo principale russo è rivolto ad occupare tutta la costa del Mar d’Azov ed unire il Donbass alla Crimea.

La crisi ucraina in che modo sta ricompattando Ue e Nato?

Si è coagulato un fronte unico ed è stato un buon risultato. Ue e Nato, dopo tante frizioni interne, si sono ricompattate per il timore di un’offensiva terrestre e di una guerra in Europa che nessuno più aveva messo in preventivo, dopo i dividendi della pace dalla caduta del Muro di Berlino in poi. Aggiungo però che tutte le forze armate europee non sono preparate per fare un’attività combat, così come accadeva alla fine degli anni ottanta, in quanto hanno impiegato tutto il loro tempo in attività di peacekeeping. Tale presa di coscienza interna ai membri Nato, Germania in primis, ha indirizzato la strategia sull’unione.

L’uso di bombe termobariche aggiunge irregolarità ad un’azione di per sé già folle?

Le termobariche sono considerate armi convenzionali per cui, anche se devastanti, non sono classificabili come uno strumento particolare. Sono state utilizzate anche in Siria, dove ho potuto vedere con i miei occhi come è stata rasa completamente al suolo Aleppo dai russi e dalle truppe di Assad.

Se dovesse cadere Odessa ci sarebbero più pressioni su Bosforo, Dardanelli e quindi su Nato?

E’ il porto principe dell’Ucraina, lo sbocco al mare per tutti i suoi commerci sia in uscita come il grano che in entrata. Tagliarla significa soffocare il paese in maniera marittima. Ma Odessa non la si occupa come Mariupol.

Perché?

E’ estesa quattro volte Mariupol ed ha una difesa molto meglio organizzata. In caso di sbarco russo dal mare, anche i russi avrebbero conseguenze.

Ha fatto bene l’occidente a non avvallare la richiesta ucraina di una no-fly zone?

Zelensky non conosce evidentemente i regolamenti, perché attivare una no-fly zone significa interdire il traffico sullo spazio aereo dell’Ucraina, che attualmente è diviso in due tra ucraini e russi. In quel caso dovrebbero intervenire gli aerei Nato contro quei caccia russi che stanno bombardando Kiev, Odessa e Mariupol. Assurdo chiedere una no-fly zone per un paese che non appartiene alla Nato.

Un errore?

Non è un errore, semplicemente non conosceva quelle parole. Avrebbe invece dovuto dare seguito agli accordi di Minsk del 2015. Non lo ha fatto. Tra l’altro l’Ucraina non ha i requisiti tecnici per entrare nella Nato e in Ue, perché non ha sicurezza dal punto di vista economico, diversamente da altri che si stanno mettendo in regola per entrarvi. Sono stato presente negli anni in cui Bruxelles ha analizzato i numeri della Croazia per consentire il suo ingresso nell’Ue. Prendere oggi in esame la candidatura europea dell’Ucraina è una decisione di pancia, che non ha riscontri oggettivi nei dati.

Cosa sta mancando in questa crisi?

In diplomazia bisogna fare un passo indietro per poterne fare uno in avanti: sta mancando la diplomazia per giungere ad un accordo. Per quattro anni ho svolto il ruolo di mediatore negli accordi di Dayton stipulati nel 1995 nella base aerea in Ohio, con i quali finì la guerra in Bosnia ed Erzegovina. In quell’occasione tutti i players si adoperarono per un passo indietro, al fine di ottenere un risultato che mettesse a posto le cose. Al momento nella crisi ucraina ci troviamo in una situazione imbarazzante e penso che qualcuno dovrebbe alzarsi dalla seria, come fece François Mitterand quando andò a Sarajevo sotto il fuoco dei cecchini, e invocare una soluzione. Invece temo si stia aumentando il livello di tensione tra le parti anziché trovare soluzioni diplomatiche. Mi sembra di essere tornato al 1914, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, quando tutti si mobilitavano a vicenda e dopo un momento scoppiò la guerra.

Qualcuno come Barbara Spinelli si è spinto a fare dei paralleli con la guerra nella ex Jugoslavia, circa il ruolo della Nato. Cosa ne pensa?

Ci sono delle similitudini, ma quella era un’altra Nato. Eravamo ancora in un periodo di post guerra fredda, mentre oggi lo scenario è mutato a fronte di regole ben precise come dimostra l’articolo articolo 5. Ricordo che la Nato è un’organizzazione difensiva, anche se qualcuno ne ha proposto lo scioglimento dopo il crollo del Muro. Osservo che il Patto di Varsavia era mosso da un’impostazione ideologica, comunista e socialista, da diffondere nel mondo. La Nato porta avanti un discorso di democrazia e libertà che garantisce i paesi che ne fanno parte: per questa ragione l’Alleanza esiste ancora e il Patto di Varsavia no.

@L_Argomento

(Foto: Nimiz on Flickr)

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