“Investire sulla disabilità, formare personale: il Covid porta a ripensare i mestieri di cura” Parla Vincenzo Zoccano

“Investire sulla disabilità, formare personale: il Covid porta a ripensare i mestieri di cura” Parla Vincenzo Zoccano

Incontriamo il triestino Vincenzo Zoccano, tra i massimi esperti di politiche per la disabilità.

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“Investire sulla disabilità, formare personale: il Covid porta a ripensare i mestieri di cura” Parla Vincenzo Zoccano
Incontriamo il triestino Vincenzo Zoccano, tra i massimi esperti di politiche per la disabilità. Non vedente, sposato, due figli, Zoccano è stato presidente del Forum italiano sulla disabilità e componente della Direzione Nazionale dell’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti. Nel giugno 2018 è stato nominato Sottosegretario di Stato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri con deleghe a Famiglia e Disabilità del Governo Conte I.

Maggio 2021, a che punto è la notte?

Troppa confusione, il caos regna sovrano. Abbiamo alcuni vaccini che sembrano addirittura dannosi. Non sono un no vax, sia chiaro: ma non sono neanche uno per i vaccini a tutti i costi. È necessaria e urgente una indicazione univoca, e invece non c’è neanche da parte del governo una informazione chiara.

Deluso dalle aspettative altissime su questo governo?

Nutro il più sincero rispetto per chiunque governa il Paese, soprattutto in un contesto così difficile. Eppure l’improvvisazione – anche nel campo scientifico – la fa da padrona. Molti, troppi medici si contraddicono tra loro. E si alimenta il caos e l’incertezza. La gente è disorientata, si chiede: moriamo di virus o moriamo di vaccino?

Lei cosa risponde?

I vaccini, se efficaci, ci faranno uscire da questa pandemia. Il governo dovrebbe prendere in mano la situazione; bene che la curva dei contagi si stia appiattendo, anche perché vaccinare con la curva pandemica in crescita non è possibile. Ma chiudere tutto non è mai la soluzione.

Si aspettava di più da Draghi?

Draghi è un grande economista, una personalità autorevole. Ma non è il governo, è il presidente del Consiglio dei ministri. Invece il ministro della sanità, per dirne uno, è sempre quello.

È Speranza che andrebbe cambiato?

Secondo me è il punto debole. Non a caso commissariato di fatto dal generale Figliuolo, che deve occuparsi del piano vaccinale. Ma Figliuolo è un tecnico, e l’allineamento tra tecnici e politici continua a mancare.

La disabilità nell’epoca della pandemia è ancora più complicata?

Certo. Si stava intravedendo nel governo Conte I la possibilità di cambiare il paradigma della disabilità, che non va vista più come un costo ma come un investimento. È uno sforzo che occorre fare, perché tra i sei milioni di italiani con disabilità c’è bisogno di un modello diverso.

Lo smartworking sta cambiando il modo di vivere la disabiltà?

Può aiutare, più in generale la digitalizzazione aiuta. Ma appiattirsi sullo smartworking non paga. Lo abbiamo visto con gli studenti in dad. Siamo animali sociali, non possiamo permetterci il lusso di isolarci in un paradosso: le informazioni girano alla velocità della luce, e quella circolazione costringe noi a stare fermi. Niente sostituirà mai i rapporti umani, non siamo fatti per relazionarci in profondità con il filtro della rete.

Parlando di rapporti umani, il difficile mestiere del caregiver.

Anche qui, c’è una legge che era stata iniziata, con diversi disegni di legge approdati alle Camere. E un intervento di sintesi che ho tentato di fare con i sette dl giacenti. Stimolai la Commissione al Senato per trovare una sintesi e approdare a un testo unico. Che non è mai arrivato a mèta.

I caregiver sono stati riconosciuti con il comma 255 della legge 205 del 2017, ma manca la legge attuativa.

Come spesso accade. Ma questi famigliari prigionieri dell’amore verso i propri congiunti, che sono diversi dai caregiver non famigliari, cioè gli assistenti famigliari, sono spesso donne: mogli, madri, sorelle. Che si dedicano 24/24 ai mestieri di cura. Ci sono situazioni in cui non si riesce a uscire di casa perché c’è qualcuno da accudire a vista, costantemente. Ci sono famiglie che implodono. Lo Stato deve riconoscere l’importanza strategica dei caregiver che si sostituiscono alle mancanze del pubblico.

Ogni tanto c’è qualche furbo che si fa passare per caregiver e si fa vaccinare prima degli altri…

I furbi ci saranno sempre. Sono pochi ma ci sono. Il problema è che talvolta per punire il cattivo, si spara nel mucchio. E si colpiscono gli innocenti, che sono molti di più. Manca un approccio politico unitario e scientifico che supervisioni i diritti delle persone con disabilità.

C’è un approccio antiscientifico nella politica italiana?

Talvolta è perfino troppo scientifico. I dati ci sono, non mancano, il problema è come vengono interpretati questi dati. Il virologo A e il virologo B che non si mettono d’accordo sono un problema. I virologi dovrebbero stare negli ospedali, nei laboratori, oggi più che mai. Vederli sempre in tv fa capire che non stanno dove dovrebbero essere. Ci spiegano che siamo in guerra, ma non parlano dalla trincea, parlano dai salotti televisivi.

E tutto sbiadisce nella polemica politica.

Perché la politica che si vuole basare sulle opinioni della comunità scientifica si divide, come loro. Prendendo decisioni sbagliate.

Esistono virologi di destra e di sinistra?

Ormai si fatica a capire cosa sono destra e sinistra, figuriamoci applicarle ai virologi. Esistono due categorie abbastanza trasversali, gli aperturisti e i rigoristi, le due scuole che si contrappongono nei talk.

E chi ha ragione, secondo lei?

Io sono uno che crede fermamente nella gravità della pandemia. Ma si continua a morire anche di altro: di infarto, per la sedentarietà; di solitudine, per l’isolamento. Gli psicoterapeuti e gli psichiatri non hanno mai lavorato tanto come quest’anno. Non c’è solo il Covid. Il sistema sanitario, che per anni aveva ignorato il pericolo pandemie, adesso si è appiattito solo sul Covid. Gli investimenti vanno fatti su tutta la sanità, anzi su tutto il comparto socio-sanitario. Sennò cambiamo le patologie, spostiamo i problemi ma il numero dei pazienti tra l’una e l’altra cosa aumenterà ancora.

E tornare a investire nelle imprese.

Da marzo dell’anno scorso è cambiato poco; un problema c’è. Se non diamo fiato alla micro e alla macro economia, alle partite iva, ai commercianti, ai ristoratori, chi non è morto di covid sarà morto di fame. Si investa in una politica di azzeramento fiscale, altrimenti l’Italia non si rialza più.

Aiuti concreti per il lavoro e investimento per le professioni di cura sono correlati.

Assolutamente sì. Pensiamo al sociosanitario: quanti infermieri mancano, e vanno formati con urgenza. A quanti medici di base mancano, soprattutto in alcuni territori. Una volta quando in una zona andava in pensione il medico di base la si definiva “Zona carente”. In effetti c’è una carenza di personale sanitario e sociosanitario che fa di tante zone d’Italia, zone carenti.

Incoraggiare le professioni sociosanitarie e di assistenza, quindi?

Partendo dalla formazione: la conoscenza si conquista sul campo. Manca una politica seria di tirocinio. Siamo spesso appiattiti sui titoli di studio, si fa largo chi ha il master. Invece deve farsi largo chi ha esperienza, a partire dal volontariato e dai tirocini curriculari svolti da giovanissimi.

Emerge da questa conversazione una grande passione, unita alla competenza che tutti le riconoscono. C’è una prospettiva del suo impegno che vuole preannunciare?

Chi ha fatto politica come me al più alto livello istituzionale, lo fa per passione. Il Paese ha bisogno di personalità politiche con competenza e passione, e chi sente di dover combattere una battaglia come me, sa di dover combatterla adesso perché la pandemia ha compresso i diritti individuali di tutti e dei disabili in particolare. Un liberale non accetterà mai di veder limitati i propri diritti. Vorrei definirmi un liberale adulto, so di poter dare un contributo forte oggi più che mai.

Un consiglio alla ministra per le disabilità, Erika Stefani?

Vedo una ministra Stefani molto sola, spero di essere smentito dai fatti. Lei è molto valida ma l’hanno messa a capo di un Ministero senza portafoglio. E il ministro deve avere la capacità anche tecnica di interloquire con le Camere e con tutte le istituzioni.

C’è molto bisogno di uno sforzo culturale: non ragionare più per patologie ma parlare di individui. Un cieco è diverso da un altro cieco. Abbattiamo per prima la barriera delle barriere: quella culturale.


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