Il Covid avanza? Colpa dell’anti-scienza. Parla Marco Cappato.

Il Covid avanza? Colpa dell’anti-scienza. Parla Marco Cappato.

La politica ignora il dato scientifico. Quando non per fanatismo, per ignoranza. Per noncuranza. Per connaturata distanza.

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Il Covid avanza? Colpa dell’anti-scienza. Parla Marco Cappato.
Abbiamo parlato del fenomeno con Marco Cappato, che con Marco Pannella ha animato a lungo il dialogo tra scienza e politica, etica e medicina, provando ad annodare quel filo che dovrebbe legare due mondi disperatamente distanti: il potere e il sapere.

La politica italiana è narrazione, spesso affabulazione. Perché secondo lei fa così scarsamente ricorso al dato scientifico? 

Raccogliere consenso e ricercare la realtà dei fatti sono attività e obiettivi distinti, a volte persino contrapposti. Dire la verità può far perdere voti, fare promesse campate per aria o usare la paura e diffidenza nei confronti dell’innovazione ne può farne guadagnare. Ciò che in Italia manca -ma non è un problema solo italiano- è uno sforzo continuo per alimentare il discorso politico di una approfondita conoscenza scientifica, senza confondere i piani, che restano diversi.

Abbiamo affrontato una pandemia, siamo in emergenza da un anno. Eppure abbiamo visto molta, direi troppa incertezza: organismi nel pallone, scienziati che si contraddicono a vicenda, la mancanza assoluta di protocolli standard per la profilassi, per le terapie, per i vaccini… Quanto ha pesato questa mentalità sull’organizzazione del contrasto al covid? 

Dall’oggi al domani siamo passati da una diffidenza assoluta nei confronti degli scienziati (in base alla quale in tv parla l’uomo di spettacolo sui vaccini, il cuoco sugli Ogm e via discorrendo) a una sacralizzazione della figura dello scienziato, che è cosa ben diversa dal rispetto per il metodo scientifico. Gli scienziati sono comunque persone, con i propri interessi, debolezze umane, orientamenti politici. La logica italiana del salotto televisivo li ha cercati di trasformare – a tratti riuscendoci – in politici di fatto, da ospitare sulla base della loro contrapposizione, che fa più audience. Il dovere del servizio pubblico dell’informazione radiotelevisiva e in Rete sarebbe invece stato di effettuare comunicazione semplificata almeno sulle acquisizioni scientifiche sulle quali vi è ampio consenso.

Il fatto che ci siano margini di disaccordo su un oggetto di studio così nuovo è inevitabile ed anche giusto, perché la ricerca procede per prove ed errori.

Cercare sempre e comunque la verità assoluta è un modo di umiliare la scienza, anche quando lo si pretende di fare nel nome della scienza stessa. Mettere sullo stesso piano i risultati di ricerche scientifiche e le opinioni personali è un altro modo.

Per ovviare alla palese impreparazione della classe politica, si sono nominate pletore di esperti: tecnici, scienziati, economisti; il Cts, quelli di Colao, quelli per l’istruzione… Poi però i risultati del lavoro degli esperti non si vedono e il boccino torna alla politica.

Il problema non riguarda solo il rapporto tra scienza e politica, ma anche la questione democrazia. Si è affermata, al Governo centrale ma anche nelle Regioni, l’istintiva reazione in base alla quale l’emergenza chiede poteri emergenziali, segretezza, verticalizzazione delle decisioni.

Ovviamente di fronte a problemi urgenti e imprevedibili un potere decisionale immediato è indispensabile. Ma la conseguenza in Italia è stata la marginalizzazione non solo dei Parlamenti, ma anche degli strumenti di partecipazione civica previsti dalla Costituzione.

I Dpcm esautorano il Parlamento anche quando non strettamente indispensabile, gli accessi agli atti sono stati sospesi per mesi, la legge di Bilancio è stata approvata senza che un ramo del Parlamento potesse modificarla, da quasi un anno è di fatto vietato raccogliere firme su referendum e leggi popolari.

I tecnici e i comitati tecnici sarebbero fondamentali, se fossero usati per istruire i problemi, fornire possibili soluzioni alternative e misurare i risultati dei provvedimenti attuati. Se invece sono usati per comprimere il dibattito pubblico e marginalizzare la democrazia il risultato è pessimo.

La scienza può contribuire in modo costruttivo al dibattito pubblico, e alle decisioni della politica? 

Un dibattito pubblico che prescinda dal metodo scientifico può solo generare mostri.

Gli ambiti devono restare distinti: ci sono valutazioni morali, economiche e sociali che non dipendono dalla scienza, e che richiedono decisioni politiche.

Non è lo scienziato che deve dire se proibire o come regolare la sperimentazione animale, gli ogm, le droghe, l’eutanasia, l’aborto, la gestazione per altri, il nucleare, l’intelligenza artificiale, la ricerca sulle staminali; e nemmeno come governare i cambiamenti climatici, una pandemia, i vaccini, il 5G.

Ma è soltanto il metodo scientifico (attraverso ricerche pubbliche e verificabili o contestabili da parte di qualsiasi ricercatore, seguendo le stesse regole) che può avvicinarci il più possibile alla conoscenza di un fenomeno e ai rischi e benefici di determinate pratiche o tecnologie. Decidere su questi ed altri temi senza badare a cosa la scienza ci metta nelle condizioni di sapere sarebbe come guidare alla cieca. Che è esattamente ciò che spesso la politica fa.

La scienza e la politica non vanno molto d’accordo. In Parlamento oltre il 90% dei deputati e senatori proviene da formazione umanistica e professioni umanistico-letterarie, giuridiche, giornalistiche o imprenditoriali. Pochissimi i medici, un chimico, un farmacista. Nessun matematico, nessun fisico. Come mai? 

Nella selezione del ceto politico della democrazia rappresentativa la componente “ideale” -di condivisione di una visione del mondo- ha ceduto sempre più il passo alla capacità di usare i media e di creare clientele.

Più la politica si riduce a una questione di marketing elettorale e di potere, meno la scienza può giocare un ruolo di peso. Alla ricerca è destinato un misero 1,2% del PIL italiano, gli addetti del settore sono relativamente pochissimi, il discorso scientifico è complesso e controintuitivo, inadatto a creare consenso o a mobilitare masse di seguaci digitali.

Esiste un movimento trasversale che chiede di pubblicare in modo aperto tutti i dati relativi al Covid: open data, ben descritti e leggibili. Condivide le ragioni di chi chiede trasparenza sui dati sanitari? 

Sì, abbiamo aderito come Associazione Luca Coscioni e abbiamo persino creato una piattaforma di “whistleblowing” (“lancio di allerta”) sulla quale il personale sanitario in possesso dei dati ce li può inviare anonimamente, sul sito www.covidleaks.it.

Il Governo ha deciso di pubblicare solo dati aggregati, cioè direttamente sommati a livello nazionale o regionale, impedendo agli scienziati di accedere ai dati grezzi individuali, prodotti a livello di singolo centro sanitario (laboratorio di test, ambulatorio medico, ospedale). In questo modo i ricercatori non possono condurre analisi indipendenti sulla correlazione, anche a livello locale, tra i diversi fattori che possono giocare un ruolo.

I dati caricati su covidleaks dimostrano che queste informazioni esistono e che potrebbero essere utilizzate.

Infine, l’ex Governo di Conte si è rifiutato per 11 mesi di accogliere la richiesta – avanzata da due ex presidenti Istat – di effettuare esami diagnostici ricorrenti su un campione rappresentativo della popolazione, in modo da conoscere finalmente una stima della diffusione del virus sul territorio. 

E invece continuiamo ad avere solo i dati dei tamponi effettuati da quella parte della popolazione che ha motivo per farlo, che però non è rappresentativo della popolazione.

Israele, Corea del Sud, Finlandia, Nuova Zelanda e Taiwan stanno debellando il Covid tramite l’applicazione di modelli matematici, algoritmi di tracciamento, app diffuse e funzionanti. Possiamo prendere esempio da loro? 

Le esperienze internazionali insegnano molto, senza però illudersi che basti importare un modello. Non è un caso se in Europa anche Stati meglio organizzati del nostro sono stati travolti dall’emergenza.

In Asia sono forti di anni di esperienza con la SARS, e stiamo in generale parlando di Paesi ipertecnologizzati. Taiwan è uno dei Paesi più avanzati al mondo anche nelle pratiche di democrazia partecipativa, oltre che nelle tecnologie mobili. Giocano poi altri fattori di culturali che non si cambiano dalla sera alla mattina, come il senso civico, la qualità del sistema di informazione ed educativo.

La lezione più immediata da imparare è quella della necessità di rafforzare l’Unione europea per non ripetere gli stessi errori: dalla reazione immediata all’emergenza pandemica con misure comuni di protezione civile, alla condivisione dei dati sulla ricerca scientifica e i vaccini.

Guardiamo al futuro: l’Italia che uscirà dalla crisi sanitaria avrà capito che bisogna investire di più in prevenzione, ricerca, profilassi, assistenza sanitaria, igiene (a scuola, negli autobus, sul lavoro) e tecnologia? 

Per ottenere risultati migliori servono processi decisionali migliori, meno legati  al consenso a breve, al rafforzamento di clientele e a tentazioni nazionaliste.

Non c’è motivo di aspettarsi che le dinamiche che hanno portato l’Italia a non disporre nemmeno di un piano prevenzione pandemie, o a trascurare l’importanza della salute mentale, della medicina territoriale, della telemedicina e dell’assistenza domiciliare, della ricerca di base, possano produrre un domani risultati radicalmente diversi da quelli del passato.

Ad esempio, il nostro sistema sanitario è ancora incentrato sul modello dei grandi ospedali –inadatto per pazienti cronici – perché quel modello è più redditizio anche sul piano delle clientele politiche.

Da dove cominciare?

Non c’è dunque solo da innovare la sanità o la ricerca, ma c’è da rafforzare lo Stato di diritto e innovare la democrazia, ad esempio istituendo supporto scientifico ai decisori, creando assemblee di cittadini estratti a sorte per cercare soluzioni di lungo periodo (come si è fatto in molti Paesi e come proponiamo con Eumans attraverso la proposta di legge politicipercaso.it), rafforzando il ruolo dei Parlamenti, del servizio pubblico dell’informazione, anche in Rete, liberando i dati in possesso dell’amministrazione pubblica, rilanciando un’integrazione europea più democratica dell’attuale e l’effettivo rispetto su scala globale del diritto umano fondamentale a “godere dei risultati del progresso scientifico e delle sue applicazioni” stabilito dall’ONU, come abbiamo chiesto al Congresso mondiale per la libertà di ricerca tenutosi ad Addis Abeba un anno fa.

Il Covid avanza? Colpa dell’anti-scienza. Parla Marco Cappato.

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