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Eni, la maxi tangente era maxi bufala

Anni di contratti persi, commesse mancate, accordi saltati. I magistrati pagheranno? No di certo

Eni, la maxi tangente era maxi bufala

Giustizia che trionfa, giustizia che affossa. Dopo anni di contratti persi, commesse mancate, accordi commerciali internazionali sospesi o saltati, ecco la verità: la maxi tangente Eni non è mai esistita.

Non fu il pagamento di una maxi tangente da oltre 1 miliardo di dollari a sbloccare in favore di Eni e Shell l’assegnazione della licenza per i diritti di esplorazione del giacimento Opl-245, al largo delle coste nigeriane.

“Il fatto non sussiste”, è la formula scelta dal Tribunale di Milano per assolvere l’amministratore delegato del gruppo petrolifero di San Donato Milanese, Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni (ora alla presidenza del Milan) e tutti gli altri 13 imputati nel processo sulla presunta mazzetta da 1 miliardo e 92 milioni di dollari che le due multinazionali avrebbero pagato nel 2011 a una cerchia di politici del governo di Abuja per ottenere la concessione allo sfruttamento del giacimento.

L’impianto accusatorio della procura di Milano, che con il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e con il pm Sergio Spadaro aveva chiesto la condanna di tutti gli imputati (proponendo, tra l’altro, 8 anni di carcere per Descalzi e Scaroni) e la confisca di 1 miliardo e 92 milioni di dollari (somma equivalente al prezzo della presunta tangente) a carico di Eni e Shell (sotto accusa per responsabilità amministrativa di società per reati commessi da propri dipendenti), non ha dunque retto al giudizio del Tribunale.

“L’amministratore delegato Claudio Descalzi e il management coinvolto nel procedimento hanno mantenuto una condotta assolutamente lecita e corretta”, è il commento del gruppo Eni. Dello stesso avviso l’avvocato Nerio Diodà che rappresenta il gruppo petrolifero del cane a 6 zampe: “E’ un risultato di grande civilità giudiridica che garantisce una giustizia equilibrata per tutti i cittadini del paese”.

Soddisfazione anche dall’avvocato Paola Severino, difensore dell’ad di Eni: “Finalmente a Descalzi è stata restituita la sua reptazione professionale e ad Eni il suo ruolo di grande azienda”. Sulla stessa lunghezza d’onda il commento del legale di Scaroni, l’avvocato Giovanni De Castiglione: “Il Tribunale ha ritenuto quello che abbiamo sostenuto noi avvocati: non c’erano elementi solidi per sostenere l’accusa”.

Anche il gruppo Shell ha espresso in una nota soddisfazione per la sentenza di assoluzione, evidenziando che l’accordo del 2011 era “legittimo”.

Il danno economico tuttavia è stato subito. Ed è incalcolabile. E i giornali hanno riempito di fango per anni i vertici di Eni, ipotizzando condanne epocali, vaticinando un repulisti generale. Tutte menzogne.

Adesso qualcuno pagherà? I magistrati che hanno impostato il processo subiranno procedimenti, pagheranno multe? Figuriamoci. Proseguiranno nelle loro fulgide carriere, come se non avessero sbagliato niente.

Le reazioni della politica sono divise tra giustizialisti, improvvisamente afoni, e garantisti, che oggi dicono la loro: “Grande soddisfazione per l’assoluzione di Claudio Descalzi e Paolo Scaroni.

È salvo il buon nome di una grande azienda italiana e di migliaia di lavoratori”, dice l’ufficio stampa della Lega. “L’assoluzione dimostra che la verità è più forte del giustizialismo. Orgoglioso di aver sempre difeso la grande famiglia Eni dagli attacchi violenti di qualche partito e di qualche testata editoriale”, ha scritto sulla sua pagina Facebook Matteo Renzi.

Anche il Partito Liberale Europeo, per bocca del segretario nazionale Marco Montecchi, si dichiara soddisfatto: “Gli interessi italiani nel mondo sono stati ancora una volta penalizzati da una piccola parte della magistratura bieca e politicizzata che ha fatto perdere commesse importanti al Paese”.

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