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Internazionale

Abbiamo fatto il gioco di Putin? La guerra spiegata da Santangelo

Salvatore Santangelo, giornalista professionista e docente universitario, esperto di politica internazionale e di storia del Novecento è autore del libro ‘Fronte dell’Est’ (Castelvecchi Editore) e in questa intervista a L’Argomento osserva: “Non è che ci troviamo proprio lì dove Putin ci voleva portare?”

FRONTE DELL'EST SALVATORE SANTANGELO

FRONTE DELL’EST SALVATORE SANTANGELO⁰

Nel suo libro ‘Fronte dell’Est’ indaga le conseguenze che la guerra voluta da Putin sta portando alla geopolitica europea. Quali sono?

Intanto, la domanda che un po’ provocatoriamente mi pongo è “non è che ci troviamo proprio lì dove Putin ci voleva portare?” Una certa narrativa ha provato a descrivere l’azione di Putin come priva di visione strategica. Di fatto, quello che vediamo sul campo è che gli obiettivi, quanto meno quelli dichiarati (l’occupazione del Donbass e la continuità territoriale tra le Repubbliche separatiste e la Crimea) si stanno – seppur faticosamente – concretizzando. Questo, in nome della visione etnonazionalista abbracciata da Putin, con la consapevolezza che la Russia non ha certo le risorse dell’Urss o dell’Impero zarista al suo apogeo; ma ha alla sua portata quanto meno l’obiettivo di fare (ri)entrare nell’orbita russa tutti i russoparlanti.
Come (purtroppo) è alla portata di Putin la possibilità di generare in Occidente una triplice crisi. La prima è di natura economica, perché la Russia – a differenza di chi ha applicato le sanzioni – ne sta reggendo il peso con più forza di quanto non si pensasse, mentre già vediamo le avvisaglie, in Occidente, di una crisi sociale (visti gli aumenti e la scarsità delle materie prime) che potrebbe a sua volta deflagrare anche in crisi politica, con l’affermazione dei fronti sovranisti. A queste tre poi se ne può aggiungere una quarta: la crisi all’interno dell’Occidente, una divaricazione strategica tra le molteplici visioni presenti: quella Euroatlantica, l’Anglosfera, la Nato e la UE a trazione tedesca.

 Perché Putin ha scelto questo momento per portare avanti il suo attacco globale all’Ucraina e quindi all’Occidente?

La domanda è ancor più interessante partendo dal presupposto che, senza attaccare, Putin era il vincitore, anche per molti commentatori occidentali, della sfida di nervi che nei mesi precedenti aveva visto contrapposti, secondo il classico schema Nato, il partito blu e quello arancio. Il 24 febbraio è una data simbolo per l’Ucraina, ricorda la cacciata di Yanukovych e la rivoluzione di Maidan. Putin ha attaccato perché ha visto una finestra di opportunità annunciata da molteplici segnali di crisi. A partire dalla cocente sconfitta che, la stessa di Nato di cui discutiamo oggi, ha riportato in Afghanistan nel tentativo alimentare la transizione democratica. Ma anche l’assalto a Capitol Hill che è solo la punta dell’iceberg di tutte le tensioni che rischiano di esplodere negli Stati Uniti, ultima la sentenza della Corte suprema sull’aborto che rende davvero difficile la convivenza civile tra visioni profondamente antitetiche. Putin ha in qualche modo individuato il fatto che quel processo che chiamiamo globalizzazione non è più sostenibile per la base politica dell’Occidente.
Quella di Putin è una sfida titanica, portata con uno strumento sfibrato perché – come detto – la Russia non è l’Impero zarista e non è l’Urss, non ha una chiara piattaforma ideologica e ha dei limiti strutturali, però non dobbiamo misurare il PIL della Russia con i nostri parametri. In un’economia di pace, il PIL dell’Occidente, e soprattutto quello degli Stati Uniti, sono costituiti da servizi finanziari e assicurativi; mentre se entriamo in un’economia di guerra quello che conta sono i beni primari e le risorse energetiche che possono sostenere lo sforzo bellico. Non bisogna sottovalutare questo aspetto, come forse è stato in parte fatto.

 Che pace potrà davvero essere negoziata allo stato dell’arte?

Va riconosciuto lo straordinario coraggio del popolo ucraino. Siamo in una fase molto delicata, soprattutto sul fronte della permeabilità occidentale alla propaganda filoputiniana, che ha comportato una sorta di relativizzazione delle responsabilità. A livello mediatico, poi, sta subentrando la stanchezza e la disattenzione sulla tragedia che viene derubricata. E non siamo ancora alla fase in cui le conseguenze peggiori del conflitto sono deflagreranno, sul fronte dell’inflazione, dell’impennata dei costi energetici, del carovita e della difficoltà dell’approvvigionamento. Questi tutti gli elementi che avranno un impatto sul processo diplomatico e dal mio punto di vista assisteremo ad un congelamento della situazione, il che aiuta paradossalmente Putin.

Direi che ci sono quattro livelli con quattro protagonisti. Il primo è quello degli ucraini e la guerra combattuta sul campo. Il secondo è il livello operazionale, simile al conflitto Urss-Finlandia del 1939-40, in cui alla fine la Finlandia perse circa 70 mila km quadrati di territorio e il 12% della popolazione, e noi sappiamo che il Donbass contiene circa 8 milioni di abitanti, il 10% della popolazione ucraina. Poi c’è il livello strategico che vede successi di una parte del mondo occidentale, l’Anglosfera, perché gli Stati Uniti in questa fase puntano ad un riallineamento di tutti i paesi nella cornice della Nato, principalmente Germania, Italia e Giappone. Il quarto livello è il più complesso, quello della grande strategia della Cina che deciderà, con le scelte su Taiwan e sulla globalizzazione, se sostenere o meno lo sforzo bellico di Putin o farlo sedere al tavolo delle trattative.

Quale il ruolo che la Cina sta giocando, in maniera manifesta ma soprattutto sotto traccia?

Come ha affermato lo stesso Xi Jinping: “Colui che mette la campanella al collo della tigre ha il compito di togliere la campanella”. Dunque, una posizione attendista e di opportunismo, per massimizzare tutto ciò che può arrivare dal conflitto, da cui al momento si tiene cautamente a distanza.

Quale bilancio strategico, tra Russia e Nato, si può trarre dopo più di quattro mesi di conflitto?

Il primo aspetto che va evidenziato è il ruolo di Erdogan, che da dittatore (come è stato definito da Draghi) è diventano uno dei protagonisti del processo di pace, massimizzando i suoi obiettivi con il memorandum che ha dato il via libero al processo di richiesta di ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia. E poi c’è il tema delle spese militari: dedicare il 2% delle risorse del nostro PIL significa stornare risorse dai settori che ora avrebbero maggiore bisogno di essere sostenuti (dopo i due anni di pandemia). Potrebbero esserci dei benefici da un punto di vista dell’innovazione tecnologica, ma non è detto che siano capaci di accompagnare la crescita delle società occidentali, anzi, temo il contrario.

 Lei è uno studioso di ‘geosofia’. Cosa significa e come ricondurla al conflitto in atto?

La geosofia è un’evoluzione del concetto di propaganda e manipolazione cognitiva: esistono delle costruzioni mentali dei luoghi da parte degli uomini (ad esempio, “la Terra promessa”) in grado di generare potenti effetti di mobilitazione. Rispetto al conflitto c’è un piano squisitamente mediatico: in un mondo dove informazione e disinformazione viaggiano sugli stessi canali, realtà e finzione, verso e metaverso si contaminano, la guerra viene combattuta anche sul versante dell’immaginario. Pensiamo alla Z che dall’esigenza didascalica di evitare il fuoco amico (per la presenza degli stessi mezzi di combattimento in campo) è diventata il simbolo di lotta contro nazisti e fascisti, per giustificare la pretestuosa denazificazione dell’Ucraina a suon di slogan da Armata Rossa.

Il Fronte dell’Est porterà davvero ad una nuova Guerra Fredda? E come sarà per noi occidentali?

Vale la pena di osservare come sia cambiata la postura americana, che è diventata, a differenza della prima Guerra Fredda, “dura” anche in Europa, nello sforzo del contenimento e dell’abbattimento non solo della Cina, ma anche della Russia. E mentre alcuni popoli sono consapevoli della partita in atto e della posta in gioco, altri (tra cui gli italiani) sembrano ancora un pò lontani da questa presa di coscienza.

@L_Argomento

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