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Vi racconto la grande sinistra che lavora ad un mondo nuovo. Parla Scotto

Il Coordinatore di ArticoloUno: “Nessuno di noi mette in discussione l’appartenenza alla Nato, tuttavia l’Europa deve riprendere una propria politica estera e di sicurezza. Alcuni dirigenti europei immaginano una guerra che continua all’infinito: un errore”

ARTURO SCOTTO POLITICO ARTICOLO UNO 1

L’illusione di rappresentare tutta la società concependola come priva di conflitti e differenze è definitivamente morta, dice a L’Argomento Arturo Scotto, coordinatore di Articolo Uno. Si riferisce alla nuova sfida a cui è chiamata la sinistra al tempo della pandemia, della guerra e della crisi delle democrazie, dove l’ascensore sociale si è fermato e dove la contingenza ad esempio del caro-bollette si abbatte drammaticamente sulla fasce più deboli. Ma questa è anche l’occasione per riflettere su termini forse desueti, come proposta politica e dibattito televisivo, alla luce di una considerazione che Scotto fa: una politica che si sottrae al confronto muore due volte.

Un mondo nuovo, una sinistra grande è il titolo del Congresso di Articolo Uno (23 e 24 aprile): come affronta la sinistra italiana le nuove sfide, geopolitiche e sociali?

Partiamo da un dato: la pandemia ha cambiato tutto, essendo intervenuta nella carne viva della società e avendo messo l’uomo dinanzi al suo destino. Ha riportato al centro nel trentennio liberista la grande questione sociale e dei beni comuni. Per la prima volta si apre uno spazio possibile di egemonia per la sinistra politica.

Per quali ragioni?

Perché torna il tema di uno Stato che non può regolare da solo le contraddizioni della società: occorre un rapporto nuovo tra Stato e mercato, dove lo Stato ricominci a investire sui grandi istituti pubblici di protezione sociale. Dunque il mondo nuovo è un mondo dove la sinistra può ritrovare una propria identità ed una propria forza, nella capacità di rimettere al centro la lotta alle disuguaglianze.

Il buon risultato elettorale in Francia di Jean-Luc Mélenchon cosa dice?

La Francia e l’Italia hanno dinamiche profondamente diverse. C’è un dato che Mélenchon segnala a tutto il centrosinistra italiano: che non si può evitare di affrontare questo tempo di pandemia, di guerra, di crisi climatica e sociale con parole d’ordine indistinguibili. Occorre provare a dire intanto quale parte della società si vuole rappresentare, perché l’illusione di rappresentare tutta la società concependola come priva di conflitti e differenze, secondo me è definitivamente morta.

Il no al riarmo è per voi un punto fisso: come conciliarlo con le decisioni prese dal governo e dalla maggioranza?

Prima c’è un tema che riguarda l’Europa e la funzione che vorrà svolgere: mi sembra che in questa fase stia svolgendo una funzione molto debole. C’è stata una reazione iniziale, forte e giusta, rispetto all’aggressione di Putin all’Ucraina e ad una guerra terribile che si consuma dinanzi alle nostre frontiere. Penso alla reazione come accoglienza dei profughi e come applicazione delle sanzioni.

E dopo?

Penso che l’Europa debba adesso costruire una sua funzione autonoma in questo passaggio: nessuno di noi mette in discussione l’appartenenza alla Nato, siamo figli di una storia che ribadì Enrico Berlinguer nel 1976 in occasione di un’intervista a Gianpaolo Pansa sul Corriere della Sera, quando gli disse di sentirsi più sicuro sotto quell’ombrello. Tuttavia l’Europa non può essere la Nato, ma deve riprendere a lavorare su una propria politica estera e di sicurezza comune.

In che modo?

Per farlo deve provare a svolgere un ruolo negoziale che, in questo momento, mi pare sia completamente assente. Vedo alcuni dirigenti europei immaginare una guerra senza sblocco e che continua all’infinito: penso che sia un errore, al pari del riarmo nazionale italiano. Il tema credo che sia invece quello di fare, finalmente, una difesa comune europea.

Rincari su energia, cibo e materie prime: come immagina la sinistra di convivere con questo nuovo status a cui cittadini e imprese sono chiamati?

Anche se oggi la cosa non è all’ordine del giorno, sarà inevitabile un nuovo scostamento di bilancio, perché la dinamica inflattiva incide in maniera eccessivamente forte sul potere di acquisto innanzitutto dei lavoratori. Non si può immaginare che gli effetti di questa guerra, dunque della crisi energetica, vengano pagati dalle fasce più deboli. Il lavoro dipendente rischia di essere la seconda vittima di questa guerra, per questa ragione bisogna avere il coraggio anche di scelte difficili. Ma non è tutto.

Ovvero?

Sul Recovery va fatto un salto in avanti, soprattutto sul terreno della transizione ecologica. Ci troviamo dinanzi a due strade possibili: un ritorno indietro alla dipendenza dal fossile, oppure una spinta vera su rinnovabili e idrogeno. Penso che la seconda sia la strada da imboccare, costi quel che costi.

C’è un po’ di invidia guardando il dibattito televisivo tra Macron e Le Pen e considerando che in Italia manca ormai da anni un confronto tra candidati alle politiche?

Il doppio turno con l’elezione diretta è figlio di un sistema diverso, noi per fortuna abbiamo un sistema, per quanto imperfetto, che prevede l’elezione del Parlamento. Credo però che la politica si trovi dinanzi ad un paradosso: da un lato rappresenta sempre meno, e questo vale anche in Francia dove Macron, che speriamo venga rieletto presidente, al primo turno ha raccolto meno di un voto su cinque. Dall’altro viviamo in sistemi che vanno profondamente ripensati, perché se vorremo mettere in campo un’iniziativa a supporto delle democrazie contro gli autoritarismi, allora dovremo vedere tutto il quadro d’insieme.

Si riferisce ai voti di protesta?

Registriamo una crescita dei sentimenti autoritari perché le democrazie sono in crisi, e non sono i sentimenti xenofobi o populisti a metterle in crisi: quei voti sono una conseguenza della crisi. Le democrazie vanno in crisi quando non producono più uguaglianza o ascensore sociale. Per cui certamente meglio i dibattiti televisivi dove ci si confronta sui nodi programmatici, perché una politica che si sottrae al confronto muore due volte: sia perché si riduce agli slogan e sia perché non riconosce l’avversario, diventando solamente un esercizio declamatorio. Il problema è stato anche messo a nudo da questa guerra sul piano politico, sociale e della militarizzazione eccessiva dei media. Se vogliamo salvare la democrazia dobbiamo rinnovarla completamente: o socialismo democratico in questa fase o barbarie. Esistono molti rischi in una democrazia che, avvitandosi su se stessa senza alcun tipo di capacità riformatrice, apre un’autostrada a esperimenti autoritari.

@L_Argomento

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