Perché non celebriamo l’unità nazionale?

Perché non celebriamo l’unità nazionale?

Manca un giorno dell’unità nazionale, facciamo un’immodesta proposta: istituiamolo per la presa di Roma

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Perché non celebriamo l’unità nazionale?
L’Italia è tra le poche grandi nazioni europee a non avere una vera e propria giornata dell’unità nazionale. Si celebrano date diverse con significati importanti: il 2 giugno, nascita della Repubblica (con il referendum in cui perse la monarchia). Si ricorda la vittoria della prima guerra mondiale, l’11 di novembre.

La liberazione dal nazifascismo, il 25 aprile. E qua e là si ricorda l’8 settembre, giornata in cui l’Italia di Vittorio Emanuele disse di no al fascismo e abbracciò gli Alleati. Ma una giornata dell’unità nazionale, un National Day non lo abbiamo. E c’è un motivo preciso: non sapremmo quando festeggiarlo. Il 1861 l’Italia si unisce, con le vistose eccezioni di Roma e di Venezia.

La capitale è Torino e l’intento è ricacciare fin nel ricordo gli odiati occupanti austriaci dalla Lombardia. I Borbone hanno già capitolato e consegnato Sicilia, Calabria, Puglia e Campania ai Savoia. Ma l’Italia non è ancora unita. Nel 1865 la capitale si sposta da Torino a Firenze, si compiono riforme importanti.

Ma a Roma regna il Papa – con un curioso dominio a macchia di Leopardo che ancora include metà dell’Abruzzo, del Lazio e la città di Benevento, enclave pontificia in mezzo agli ex borbonici – e a “difesa” di Roma vengono chiamati i francesi, che brigano con il Papa-Re perché gli italiani rimangano divisi, frazionati in quella che era “una espressione geografica e non politica”.

Poi arriva il 1870, e finalmente le truppe piemontesi si fanno avanti, assediano Roma. Il Papa-Re lancia una fatwa: scomunica per sette generazioni a chi oserà colpire le mura di cinta della Città Santa. Il generale piemontese Raffaele Cadorna tentenna. All’altezza di Porta Pia (poco più in là, verso quello che appunto oggi si chiama Corso Italia) si fa avanti un giovane ufficiale ebreo, Giacomo Segre.

È un capitano di artiglieria. “A me della scomunica non importa niente”, dice. E alle 5,20 del mattino dà fuoco a una serie di cannonate che sfondano le pareti millenarie. Entra il generale Nino Bixio, poi Cadorna. Entra il generale Mezé, con l’incarico di andare ad occupare il Quirinale. C’era incertezza sulla reazione dei romani, della gente semplice.

Le truppe italiane erano esigue rispetto agli ottocentocinquanta mila abitanti. Che però accolsero i piemontesi come liberatori. Li acclamarono dalle finestre, accorsero in strada a portare ogni genere di ristoro. I romani avevano tentato di liberarsi del Papa più volte, e da ultimo nel 1848. Salutarono con tripudio l’ingresso del tricolore sabaudo.

A parte una scaramuccia durata mezz’ora, gli italiani non trovarono resistenze particolari: la bandiera bianca fu issata sui palazzi del potere papale già un’ora dopo l’apertura della breccia. Lo racconta nei dettagli un cronista d’eccezione, lo scrittore Edmondo De Amicis (autore del libro Cuore) che allora era un giovane ufficiale. Roma era italiana.

E la decisione di trasferirvi la capitale del regno fu immediatamente ratificata dal Parlamento riunito a Firenze. Solo a quel punto, già annessa Venezia, l’Italia ha trovato la sua unità, intonsa da allora. Perché dunque non si celebra il 20 settembre quale giornata di unità nazionale?

Rimane un mistero. Un’incompiuta della storia. Un vulnus da colmare, soprattutto adesso che gli italiani hanno bisogno di ritrovare le loro radici comuni e rinnovare un patto di unità nazionale dopo le ferite – economiche, sociali, culturali – del biennio della pandemia. La breccia è rimasta irrisolta troppo a lungo.
Perché non celebriamo l’unità nazionale?

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