Burocrazia, quanto ci costi?

Burocrazia, quanto ci costi?

Pastoie, ritardi e mentalità statalista vengono pagate ogni anno con 57,2 miliardi, dice L’Istituto Ambrosetti.

Tempo di lettura stimato 3 minuti

Burocrazia, quanto ci costi?
Moriremo di burocrazia!

Ammonta a 57,2 miliardi di euro il costo che ogni anno grava sulle imprese italiane “a causa del cattivo funzionamento della nostra burocrazia che – avvolta da un coacervo di leggi, decreti, ordinanze, circolari e disposizioni varie – rende sempre più difficile il rapporto tra le imprese e la Pubblica amministrazione”. 

Il dato, oltretutto, non è nemmeno aggiornato perché fa riferimento all’ultimo studio redatto in proposito lo scorso anno e che ha provato a stimare, a livello provinciale/regionale, a quanto ammonta il peso della burocrazia sulle imprese calcolando l’incidenza del valore aggiunto sui 57,2 miliardi di euro di costo annuo elaborato dall’Istituto Ambrosetti.

Neanche la crisi pandemica riesce a scalfire un assioma che rappresenta, senza dubbio alcuno, una storica prerogativa tutta italiana. La conferma arriva da una storiella, semplice quanto emblematica, di quanto è accaduto proprio in questi giorni in un ufficio postale della nostra benamata Italia.

E  sia chiaro – non in un piccolo centro di periferia del cosiddetto arretrato sud Italia, ma di una città del Nord, la cui fama di efficienza avrebbe dovuto rappresentare un punto di riferimento di ben altro significato.

A riferirlo, un utente che doveva ritirare una raccomandata. Questi ha pensato bene di venire incontro alle difficoltà del momento storico che stiamo vivendo tutti, per cui si è attivato secondo il buon utilizzo delle attuali tecnologie per evitare code e perdite di tempo: si prenota attraverso il servizio online ed ottiene l’appuntamento ad un orario ben preciso.

L’utente in questione, evidentemente più efficiente dell’efficienza tecno-burocratica dei nostri uffici pubblici, si presenta nell’ufficio postale con alcuni minuti di anticipo cogliendo la felice coincidenza che in quel momento gli sportelli erano liberi avendo smaltito la relativa coda.

Ed è qui che accade l’imponderabile: la solerte impiegata nell’accogliere l’utente/cliente si accorge che egli è in anticipo e con tono deciso senza possibilità di replica intima al malcapitato: “è in anticipo, non la posso servire!”.

La sorpresa è straordinaria, al limite del credibile: “Ma come? Non c’è nessuno in coda? Proceda, così si guadagna tempo entrambi”. Impossibile: non si può procedere. La solerte impiegata intima: “Torni indietro, prenda un nuovo ticket e si rimetta in coda”, considerato che nel frattempo altri avventori erano sopraggiunti.

Non fosse una storia vera, sarebbe da annoverare come un racconto della migliore commedia all’italiana: è il paradosso della burocrazia italica che si pasce e prolifica grazie a solerti funzionari ed impiegati che non sanno, non vogliono, non possono applicare le regole del buon senso, oggetto misterioso e non contemplato da leggi, decreti, ordinanze, circolari e disposizioni varie.

È il destino di un’Italia che mai si è scrollata di dosso il retaggio sabaudo-borbonico con il quale si costruì la nazione. Sopravvive cioè quella visione del passato distratta e rassicurante per le italiche coscienze che il burocrate possa passare le giornate in ufficio come assiso sul trono, in una pittoresca e tragica rincorsa verso sempre più dispotici ed estemporanei capricci.

Si tratta del perpetuarsi di quel modello gerarchico, di stretta aderenza tra i vari livelli della piramide, nel quale il livello inferiore obbedisce ciecamente a quello superiore e tutti, secondo uno schema discendente, sono tenuti ad obbedire al livello supremo, al vertice politico-amministrativo.

Un apparato senza autonomia, né responsabilità propria. Caratterizzato da quelli che il buon Cavour chiamava “i rotismi amministrativi”. Ovvero i rotismi, cioè i meccanismi, i gangli di un congegno. L’amministrazione come macchina, la burocrazia come cieco apparato esecutore del comando; dunque, corpo obbediente, gerarchicamente subordinato, militarmente addestrato ad eseguire senza porsi domande, senza avventurarsi in soluzioni diverse anche se solo momentanee, come una realtà impersonale e oggettiva, perciò stesso dominata dall’autoritarismo gerarchico. 

Ci si può liberare da un simile accrocco? Come reagire ad una, sia pure ineccepibile rigidità mentale, posto che l’impiegata formalmente aveva ragione?

Se vogliamo chiederci quale sia l’ostacolo principale al rilancio della crescita in Italia, dobbiamo indirizzare la nostra attenzione sul peso morto rappresentato da una macchina burocratico-amministrativa incompatibile con le esigenze di un Paese moderno.

Abbiamo la forza, la volontà di recidere il cordone ombelicale che ancora impone questo pericoloso legame con uno Stato pachidermico che per la sua sopravvivenza si sta ormai mangiando i suoi stessi figli?

Recuperando uno dei tanti paradossi che costellano la quotidianità del nostro vivere, torna alla mente una vecchia considerazione: ′′I tempi difficili creano uomini forti, gli uomini forti creano tempi facili. I tempi facili creano uomini deboli, gli uomini deboli creano tempi difficili”

Molti non capiranno, ma il punto è che per essere cittadini, cittadini liberi, bisogna crescere guerrieri, non parassiti…
Burocrazia, quanto ci costi? Burocrazia, quanto ci costi?

TAGS