“Renzi usa il Quirinale per fare il passaggio di campo. Esecutivo dei leaders ipotesi remota”. La visione sinistra di Scotto

“Renzi usa il Quirinale per fare il passaggio di campo. Esecutivo dei leaders ipotesi remota”. La visione sinistra di Scotto

Intervista al fondatore di Articolo Uno: “La missione di Draghi a Chigi non è compiuta, noi lavoriamo ad un asse con Pd e M5s. No all'ecologismo dei ricchi: o la transizione ecologica ha un contenuto sociale, o farà morti e feriti”

Tempo di lettura stimato 5 minuti

Se c’è un merito ascrivibile al movimento politico che abbiamo messo in piedi negli ultimi anni è di aver sempre tenuto in mente la costruzione di quell’asse con il M5s, mentre Renzi usa il Quirinale per fare il passaggio di campo. Lo dice a L’Argomento Arturo Scotto, fondatore di Articolo Uno che, partendo dagli spunti proposti da D’Alema e Bersani, prova a immaginare il perimetro di un centrosinistra moderno e legato alla bandiera della protezione sociale. E sulla transizione ecologica dice che, o ha un contenuto sociale, o farà morti e feriti.

Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani hanno detto che serve un nuovo partitone di tutta la sinistra: hanno ragione?

Ci sono alcuni dati oggettivi: è cambiata la fase storica, oggi c’è bisogno di una sinistra che prenda in mano la bandiera della protezione sociale dopo un momento in cui è prevalsa una lettura acritica della globalizzazione. Questa operazione non si fa con i soggetti piccoli, ma provando a mettere in campo una nuova proposta di progressisti orientata alla giustizia sociale e all’uguaglianza. Si tratta di questioni che, nel corso degli ultimi anni, sono state interpretate nella maniera sbagliata dai sovranisti che hanno avuto una maggiore capacità di penetrazione nelle periferie e nelle fasce emarginate grazie ad un messaggio semplificato e grazie alla costruzione di barriere e avversari. Tale messaggio oggi nel popolo italiano, e generalmente in Europa e nel mondo, comincia a mostrare la corda.

A quali ambiti di riferisce?

La proposta di Donald Trump negli Usa ha perso, a vantaggio di una socialdemocratica che con Joe Biden ha mobilitato una parte di quel popolo che si era sentito tradito dai democratici. Stesso scenario in Germania, dove la socialdemocrazia si intesta alcune battaglie fondamentali come il salario minimo o l’imposta patrimoniale, passando per l’obiettivo della decarbonizzazione totale entro il 2030 e mettendo in discussione quell’impianto delle riforme sul lavoro portate avanti dal cancelliere Gerhard Schröder. Penso ai mini jobs che avevano aperto la strada alla precarietà diffusa che, oggi, è la cifra prevalente soprattutto tra le giovani generazioni.

Enrico Letta sta lavorando al campo largo: considera l’asse con il M5s strategico per il centrosinistra attuale?

Penso che se c’è un merito ascrivibile al movimento politico che abbiamo messo in piedi negli ultimi anni è di aver sempre tenuto in mente la costruzione di quell’asse, direi anche prima ancora che Articolo Uno esistesse nel 2013 con il generoso tentativo di Bersani nel provare a costruire il governo del cambiamento. Noi siamo sempre stati convinti che dentro il mondo del M5s ci fosse un giudizio molto severo verso il modo in cui il centrosinistra, nel corso degli anni, si era organizzato e aveva mancato alcune battaglie fondamentali. E’il caso della gestione della crisi di Lehman che nel 2009 ha infettato tutta l’Europa, riducendo lo spazio di agibilità delle classi medie. I grillini hanno interpretato questo sentimento, rappresentando un voto di vendetta anche nei confronti di una parte larga del centrosinistra e del suo gruppo dirigente. Per cui siamo convinti, da sempre, dell’idea di superare questa autosufficienza maggioritaria. Il governo Conte 2 è stato innanzitutto la realizzazione di questo obiettivo. Se oggi il Pd non mette più in discussione l’idea che tale alleanza debba diventare strategica, e non solo un’operazione episodica, è anche perché c’è stata una sinistra che molto spesso, in solitudine e passando un po’ per folle, ha spinto in questa direzione.

In che misura la pandemia ha riacceso un focus su diritti e salute?

La pandemia ci consegna un spartiacque: la necessità di costruire una grande battaglia per l’estensione di beni comuni che debbono essere sottratti al profitto. Tra questi la sanità. Il Papa ha detto che il virus può essere perfino un’opportunità, per cambiare il paradigma economico. Dentro la pandemia abbiamo visto, inevitabilmente, che le politiche di tagli dell’ultimo decennio in Italia come in Europa hanno indebolito non solo il Servizio Sanitario Nazionale ma anche il tessuto solidale del paese.

Quale il nodo, visto che non si può immaginare di tornare al mondo di prima?

Dovremmo trarre alcune lezioni fondamentali. Innanzitutto non si può immaginare di uscirne con meno diritti e con un mondo ancora più lacerato. La destra perde in questo passaggio e potrebbe perdere le prossime elezioni se noi metteremo in campo una proposta nuova.

Ovvero?

Lo stesso Letta ha detto che dalla pandemia si esce “più a sinistra” come accaduto in Germania e Spagna, perché per la prima volta questa destra di nuovo conio, diversa da quella di Ronald Reagan e Margaret Thatcher che abbatteva le barriere commerciali con il neoliberismo, si è posta il tema della protezione, dialogando con vari strati di popolazione che apparteneva ai cosiddetti perdenti della globalizzazione. Ma poi questa destra sovranista dinanzi alla pandemia, tra la scelta della borsa o della vita, si è messa dalla parte della borsa e di chi ha immaginato che si dovesse riaprire tutto una settimana dopo perché convinta che bisognasse mandare avanti l’economia, a prescindere dalla salute. Di contro c’è stata una sinistra che, comprendendo i cambiamenti avvenuti, ha rimesso la bassa al posto giusto dopo tanti anni. Adesso occorre il secondo tempo.

Oltre la mera protezione?

Mi riferisco ad un tempo di riforme. Arriveranno 209 miliardi di investimenti: si può immaginare che se ne esca ancora una volta con contratti di lavoro precari? I dati economici sono impressionanti: se è pur vero che c’è un rimbalzo del pil, l’85% dei contratti sono a termine. E poi ci domandiamo perché Maurizio Landini ha fatto lo sciopero generale. Non si può uscire da una stagione di grandi investimenti con un lavoro più povero.

Secondo l’associazione europea dei fornitori automobilistici, che citano un paper di PWC, i soli veicoli elettrici porterebbero entro il 2040 a perdere mezzo milione di posti di lavoro in Europa. Come coniugare transizione energetica e occupazione?

Questi dati sono realistici, è evidente, perché il motore elettrico ha meno passaggi rispetto a quello tradizionale. Dico no all’ecologismo dei ricchi: o la transizione ecologica ha un contenuto sociale, o farà morti e feriti. Mi ha molto impressionato una vignetta circolata nei giorni della Cop26: ci sono tre individui che alzano gli occhi al cielo e guardano una flotta di 200 aerei di capi di stato e ministri che andavano a Glasgow e si domandavano: “Loro viaggiano con 200 aerei ma poi è la mia Panda ad inquinare”. Il nodo è sempre lo stesso: l’uguaglianza. Se non costruiremo una transizione fondata su questo, allora non ce la faremo.

Matteo Renzi e Matteo Salvini spingono per un esecutivo dei leaders con Draghi al Colle: che ne pensa?

Enrambi mi sembra che stiano camminando insieme, in questa fase. Dove arriveranno non so dirlo, ma il desiderio nascosto dell’ex premier è di usare il Quirinale per fare il passaggio di campo. Oggi i renziani celebrano in pompa magna il coraggio di ItaliaViva che ha fatto saltare il governo Conte: omettono però di dire che così hanno fatto rientrare dalla finestra ciò che era uscito dalla porta, la destra sovranista. E’chiaro che Renzi e Salvini provano a giocare la stessa partita. L’ipotesi dell’esecutivo dei leaders è abbastanza remota. Vedo, di contro, un tema legato all’ultimo anno di legislatura, in cui si mettono in campo riforme sociali e istituzionali: serve una legge sul salario minimo, una sulla rappresentanza e una per ridurre la precarietà. Inoltre non penso si possa uscire da una crisi così complessa senza una riforma del sistema elettorale in senso proprozionale. Non ci sono automatismi tra Chigi e Colle: non lo escludo, ma sarebbe sbagliato immaginarlo. La missione di Draghi al governo non è compiuta, visti i 200mila contagi al giorno e i 51 progetti del Pnrr da mettere a terra.

Chi al Colle allora?

Una figura autorevole, che sia all’interno del patto antifascista, non per questo da ritrovare solo nella coalizione di centrosinistra. Il 2022 è l’anno del centenario della marcia di Roma e alcuni revanscismi potrebbero riemergere, come dimostra la Capitol Hill in salsa italiana quando è stata assaltata la sede nazionale della Cgil. Occorre un impianto molto chiaro su questo. Il king maker mancherà fino a quando il centrodestra sarà bloccato dalla candidatura di Berlusconi in quella palude. Fino ad allora non emergerà alcuna figura in grado di mettere in campo una proposta. Sette anni fa Renzi costruì il nome di Mattarella assieme a Sel di cui ero capogruppo. Poi si consolidò un consenso un po’ più ampio grazie al centro. Ma c’era un partito-perno in quella fase che si caricò sulle spalle l’onere della proposta. Oggi il Parlamento è balcanizzato. Ma noi, assieme a Roberto Speranza, continueremo a mantenere l’asse solido con Pd e M5s: fondamentale per oggi e per domani. Dividerci nel passaggio sul Quirinale sarebbe sbagliato.

@L_Argomento

TAGS