Quel segreto indicibile dello scandalo al Ministero

Quel segreto indicibile dello scandalo al Ministero

Al Miur procede l’inchiesta legata alla presunta corruzione, il caso Boda: ieri tre arresti hanno fatto avvertire il terremoto ai piani alti della burocrazia romana

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Quel segreto indicibile dello scandalo al Ministero
È particolarmente delicata l’inchiesta del procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, istruita dal pm Carlo Villani, sulla presunta corruzione al Ministero dell’Istruzione. Per molteplici motivi che fanno dell’impianto accusatorio un intreccio fatto più di nodi che di linee dritte. La notizia: ieri mattina la Procura di Roma ha deciso di far scattare una misura cautelare nei confronti dell’imprenditore Federico Bianchi di Castelbianco, che è anche l’editore dell’agenzia di stampa Dire, nell’ambito di un’inchiesta per corruzione in merito a una serie di appalti scolastici.

L’indagine, condotta dal nucleo di Polizia valutaria della Guardia di finanza, è scattata in seguito a una serie di segnalazioni sospette nei movimenti bancari dell’imprenditore. Gli inquirenti avrebbero così evidenziato un rapporto “privilegiato” tra Castelbianco e l’ex dirigente del ministero dell’Istruzione, Giovanna Boda (finita anch’essa nel registro degli indagati) che – stando all’impianto accusatorio – avrebbe permesso all’editore di aggiudicarsi appalti per circa 23 milioni in cambio di una serie di “utilità e mazzette” per oltre 500 mila euro.

Siamo ancora nel campo delle ipotesi, ma di quelle che tirano in ballo – anzi: a fondo – l’editore di una delle principali agenzie di stampa. L’imprenditore viene ristretto nella casa circondariale di Regina Coeli e lunedì sarà sentito dal gip, Annalisa Marzano, per l’interrogatorio di garanzia. Agli arresti domiciliari (segnando così il tratto di un diverso trattamento) sono finite altre due persone intervenute – si legge nelle carte della Procura – “nella dazione delle utilità”. A tutti e tre gli inquirenti contestano reati che vanno dal concorso in corruzione alla rivelazione e utilizzazione del segreto d’ufficio. 

La Dire fa sentire la sua voce: “I giornalisti della Dire sottolineano che il loro lavoro va avanti garantendo continuità professionale e quell’impegno che da sempre li contraddistingue nel raccontare territori e istituzioni”. E poi specificano: “I provvedimenti annunciati oggi dalle autorità competenti, pur nella loro rilevanza, non intaccano e non intaccheranno la dedizione e la qualità del lavoro”. Lo “shock” che ha colpito l’agenzia di stampa si proietta sulle future commesse. Il timore del Cdr è che adesso i contratti vengano impugnati.

“È difficile non pensare che ci possano essere effetti”, ci confida il segretario di Stampa Romana, Lazzaro Pappagallo, “anche se faremo di tutto per tutelare il buon nome della Dire e dei suoi giornalisti”. Ma parliamo di inchiesta delicatissima anche con riferimento alla recente storia dell’indagine stessa, che ha portato Giovanna Boda, rispettatissima dirigente del Miur, a tentare il suicidio lanciandosi dalla finestra della sua avvocata.

Aveva subito una perquisizione in casa e al Ministero e non aveva retto. Boda non era una dirigente come tanti altri: era lei a interloquire per il Miur con il Quirinale.

A lei rivolse un particolare saluto il vice presidente del Csm, Giovanni Legnini, nel 2015, per la Giornata della legalità. Fu dunque un gesto che colpì al cuore le istituzioni quando, il 15 aprile scorso, si aprì quel varco, precipitando giù dalla finestra dello studio della sua avvocata, colta da un raptus di disperazione. Il suo legale per inciso è l’ex ministra della Giustizia, Paola Severino (governo Monti).

Lo studio legale si trova per fortuna al primo piano di un palazzo in Prati, il volo non ha superato i quattro metri e l’atterraggio sulle gambe, pur impattando in maniera grave gli arti inferiori e la colonna vertebrale, ha scongiurato il peggio. Operata quattro volte, Giovanna Boda, allora a capo del Dipartimento Risorse umane del Ministero dell’Istruzione, ha riaperto gli occhi dopo la sedazione il 19 aprile, chiedendo subito ai sanitari presenti informazioni sulla figlia e sul marito.

Nodo, quest’ultimo, che complica ancor più l’affaire. Il marito è Francesco Testa, magistrato di prim’ordine, attuale Procuratore capo a Chieti. Non può mai essere facile l’istruzione di un dossier che conduce, parlando sempre di ipotesi accusatorie, fin dentro casa della moglie di un Procuratore capo. Oltre ai movimenti bancari (e a presunte tangenti in contante) ci sarebbe stata, per esempio, la presa a carico della domestica in servizio presso l’abitazione romana di Giovanna Boda.

Dunque l’inchiesta si fa seria, serissima. Perché inquadra un modus agendi che non riguarda la politica e dunque stronca la retorica populista; in questa inchiesta non rientra alcun politico. Riguarda invece rapporti di entropia tra poteri diversi e punta su quella palude che è sempre più la nomenclatura ministeriale, quell’alta burocrazia di Stato intoccabile e grigia che troppo spesso soggiace a logiche di contiguità. Cinque Procure indagano intanto sullo scandalo di concorsopoli, dopo che 2400 aspiranti presidi sono stati bocciati per fare largo ad alcuni vincitori che hanno consegnato gli elaborati con pochi scarabocchi. Il Tar intima al Miur di fornire ai ricorrenti i codici sorgente del concorso, il Miur fa orecchie da mercante, in barba alle sentenze. Tanto per voltare pagina, al Ministero hanno chiamato Jacopo Greco, primo marito di Giovanna Boda, a prenderne il posto. La nomina è del 18 giugno scorso, l’incarico è di Direttore generale per le risorse umane, gli acquisti e gli affari generali.
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