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Porte aperte a tutti, ma nessun ritorno al Pds. Il monito di Fioroni

L’ex ministro dell’istruzione: “Il caso D’Alema? Non abbiamo preclusioni di sorta, ma si dica chiaro che fine farebbero i cattolici nel partito. Se qualcuno rientra è perché si è accorto di aver sbagliato, ritenendo che quel progetto iniziale sia un progetto su cui investire ancora. Vi investano anche Renzi e Calenda”

GIUSEPPE FIORONI

Nessuna porta chiusa all’interno del Pd, dice a L’Argomento l’ex ministro dell’istruzione Beppe Fioroni, tra i fondatori del partito, ma nessuno pensi di tornare al Pds. Il ragionamento proposto dall’esponente cattolico parte da una consapevolezza: se qualcuno rientra è perché si è accorto di aver sbagliato, ritenendo che quel progetto iniziale sia un progetto su cui investire ancora. E formula un invito a Matteo Renzi e Carlo Calenda.

Il ritorno di Massimo D’Alema è un passo indietro per il Pd?

Sono stato socio fondatore del Partito Democratico, che abbiamo poi ben rilanciato al Lingotto come soggetto politico caratterizzato dalla presenza di culture politiche diverse, che consentivano e consentono la convivenza di scuole politiche come il cattolicesimo democratico, la sinistra riformista e il liberalismo democratico. In questo modo possono generare, nella sintesi, il superamento delle culture di appartenenza, che nessuno rinnega, per andare oltre. D’Alema è uscito dal Pd abbastanza rumorosamente, facendo con altri una scissione: non ho preclusioni di sorta verso nessuno, ma si dica chiaro che fine farebbero i cattolici nel partito.

Si rischia di lasciare scoperto il fronte cattolico e di centro, in un momento in cui Enrico Letta sta arando il suo campo largo?

Mi domando che tipo di modello abbiamo in testa per il Pd di domani e se Letta lavora sulle Agorà come momento di ulteriore inclusione. Per cui non si può concludere tutto il ragionamento tarandolo solo sul ritorno di una persona, anche in un’ottica di revanscismo. Se qualcuno rientra è perché si è accorto di aver sbagliato, ritenendo che quel progetto iniziale sia un progetto su cui investire ancora. Credo che la stessa forma di investimento dovrebbero averla sia Renzi che Calenda. C’è la necessità che il Pd italiano si ispiri ai democratici americani: per vincere occorre affiancare la sinistra al polo moderato, cattolico e di centro. Non entro nelle beghe tra Renzi e D’Alema, ma ricordo che ho contribuito a far nascere un certo modello di Pd. Mi auguro che adesso non si torni al Pd pre Renzi, ovvero al Pds: sarebbe un errore grave. Ripeto: non ho preclusioi verso D’Alema, ma non può essere solo D’Alema.

Non sarà che D’Alema vuole farsi regista per l’elezione del Presidente?

Credo che l’elezione del Presidente della Repubblica sarà un banco di prova per l’autorevolezza delle leadership delle varie forze politiche, chiamate alla partecipazione ed alla condivisione nella scelta. Mi auguro che qualcuno affronti questo tema con grande determinazione. Uscirne male sarebbe l’ennesima sconfitta di una politica che diventerebbe sempre più con la “p” minuscola.

Il Pd alla fine sceglierà Mario Draghi come candidato al Colle?

Comprendo la prudenza di Letta, perché i nostri numeri oggi non sono quelli di sette anni fa e non ci consentono di essere l’elemento determinante. Chiunque, non solo Letta, sarebbe in difficoltà nel dire no a Draghi quanto a capacità ed autorevolezza. Altro sarebbe fare valutazioni di opportunità rispetto al futuro e alle necessità del paese, che sono riflessioni a cui siamo chiamati tutti, compreso il Premier.

La legge elettorale, pur non essendo in cima ai pensieri degli italiani, sarà un tema centrale tra Colle e prosecuzione dell’attuale maggioranza?

Innanzitutto credo sia utile ricordare che alla fine della Prima Repubblica, a causa del rischio di un progressivo indebolimento della politica, abbiamo scelto una certa strada dicendo agli italiani: votate qualcuno a prescindere dal fatto se credete in qualcosa. E’stato, questo, il principio di degenerazione della politica. Dovremmo ricondurre al giusto valore la legge elettorale, perché è lo strumento con cui si esprime la capacità di autorevolezza e di governo della politica. In secondo luogo dal momento che già eleggiamo i consiglieri comunali e regionali, dovremmo poter eleggere anche il deputato e il senatore. Rompere il legame tra cittadino e l’eletto significa invertire la democrazia. Se l’eletto viene nominato risponderà a chi lo nomina e non più a chi lo vota.

@L_Argomento

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