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Economia

Vanno alzati i salari, non basta lo scudo anti spread

30 anni fa paradossalmente l’equocanone era uno strumento cuscinetto per armonizzare stipendi e stile di vita. Oggi è saltato tutto.

Il rialzo dei tassi d’interessi da parte della BCE ha innescato un veloce e repentino meccanismo di sfiducia da parte del sistema creditizio e di rialzi dello spread che colpiscono maggiormente paesi come l’Italia. Cerro, da Francoforte è arrivato un piano di protezione, ma potrebbe lo stesso non bastare. In un momento di inflazione galoppante, si torna a ragionare sul rialzo dei salari e sulla capacità di essere volano di crescita.

L’intervista di Tronchetti Provera

In un colloquio con il quotidiano La Stampa, il vicepresidente esecutivo e amministratore delegato di Pirelli, Marco Tronchetti Provera ha osservato che il grande buco che l’Italia sconta nei conti pubblici è una costante, difficile da governare soprattutto in fasi di decrescita economica e rallentamento degli investimenti. Il manager, quindi, a proposito della manovra di Francoforte sul costo del denaro ha auspicato un maggior coordinamento nella gestione dell’economia: “Quando c’è un rallentamento dell’economia, bisogna considerare che le restrizioni monetarie in certi casi favoriscono il ciclo negativo. ci vuole cautela. Quello che credo sia naturale è isolare il costo dell’energia, anche attraverso un price-cap” e aggiunge “Vanno alzati i salari, perché possono favorire un’espansione del potere di acquisto. Da parte dei partiti non c’è stata alcuna scelta strategica chiara. si è cercato il consenso con una sommatoria di bonus”. Tronchetti Provera tocca i due piani che vanno in qualche modo armonizzati: il piano economico europeo e quello delle scelte economiche interne.

La scelta della BCE

La scelta nella politica monetaria dell’area euro ha due principali ricadute: l’aumento dei tassi di interesse e la fine degli acquisti diretti di titoli pubblici da parte della banca centrale europea. Dalla BCE hanno spiegato che, progressivamente, il costo del denaro verrà portato al di sopra degli attuali tassi negativi, fuori dalla politica monetaria da crisi dei debiti pubblici e da pandemia. Il motivo è contrastare l’inflazione: la politica monetaria dovrebbe, dunque, avere il compito di garantire la stabilità dei prezzi e mantenere l’inflazione attorno al 2%.

Tuttavia, come da più parti rimarcato (Tronchetti Provera, ma anche lo stesso consigliere di Draghi, l’economista Giavazzi) l’ondata inflattiva a cui assistiamo deriva più dalla spinta dei prezzi dell’energia che non da eccessivi rialzi della domanda (come nel caso degli USA e dei rialzi della FED). La manovra della BCE potrebbe non solo essere insufficiente, ma addirittura determinare un’ulteriore contrazione della domanda. Un possibile ulteriore aumento dei prezzi porterebbe ad una diminuzione del potere d’acquisto dei lavoratori. Da un lato dunque la necessità di svincolare i prezzi energetici e lavorare sul price-cap e su un recovery energetico (al momento però escluso dalla UE), dall’altro l’inevitabile intervento sui salari.

La spirale salari-prezzi

La scelta della BCE è in parte motivata anche dall’esigenza di anticipare la possibile spirale salari-prezzi che, storicamente, rischia di mandare l’inflazione fuori controllo (come anche paventato dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco).

Lagarde ha riconosciuto che la stretta monetaria non è una misura efficace per contrastare un’inflazione in larga parte proveniente dal lato dell’offerta, tanto è che si sta lavorando alla creazione di un piano di protezione, che per l’Italia, però, potrebbe non bastare. Il commissario europeo Paolo Gentiloni ha dichiarato a proposito degli attacchi italiani alle scelte della BCE: “dobbiamo stare molto attenti quando ci sono delle difficoltà. Possiamo risolverle da italiani, con il concorso dell’UE.”

La politica dei redditi

Negli anni ’90 del novecento l’Italia abbandonò la politica economica sin lì condotta, per passare alla cosiddetta “politica dei redditi”, in cui nel corso degli anni si sono scontrate le aspettative sindacali di una maggiore equità fiscale (controllo di prezzi, tariffe, investimenti pubblici, tassi di interesse) e lo spettro dell’inflazione che ha più volte costretto ad una rincorsa contrattuale (come sta accadendo al momento con il caro energia). Per il nostro paese ha significato: le privatizzazioni dell’industria e del credito pubblico, l’aziendalizzazione della sanità, il passaggio al calcolo contributivo dei trattamenti pensionistici, la fine dell’equo canone e più recentemente l’inizio di una stagione fatta di ‘bonus’ ed unatantum, che non sono riusciti a sostenere veramente i redditi e il potere salariale.

Così, mentre l’inflazione galoppa e l’Istat la certifica a maggio al +6,8% annua e +0,8 mensile, da un lato (sindacale) si chiede, anche se poco convintamente, se non sia il caso di ripristinare la scala mobile e il salario minimo (secondo le indicazioni della UE), dall’altro (Confindustria e mondo imprenditoriale) spingono per l’innalzamento dei salari e il taglio del cuneo fiscale. “Lavoriamo sulla contrattazione collettiva” ha dichiarato il ministro del lavoro Andrea Orlando, riconoscendo che la direttiva sul salario minimo è “un passaggio storico” perché “l’UE afferma un principio: il lavoro non è una merce e non può essere considerato tale”,

@L_Argomento

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