Un nuovo protagonismo euro-italiano tra Usa e Cina

Un nuovo protagonismo euro-italiano tra Usa e Cina

Il ruolo della diplomazia di Draghi e il dialogo con Biden possono mettere l’Italia sul podio

Tempo di lettura stimato 3 minuti

Un nuovo protagonismo euro-italiano tra Usa e Cina
Che il governo di Mario Draghi nascesse nel segno di un nuovo euroatlantismo, per superare un “Giuseppi” troppo schiacciato sull’isolazionismo di Trump, era chiaro a tutti. Che l’Italia potesse giocarsi un nuovo protagonismo internazionale filoamericano, in opposizione a Francia e Germania, meno scontato. Innanzitutto, perché l’Italia pre Conte viene da decenni di europeismo filotedesco e, infine, perché in pochi sospettavano che John Biden potesse mantenere almeno alcune posizione di Donald Trump in politica estera.

Fra queste, c’è sicuramente il desiderio di opporsi alla Germania, alla sua Ostpolitik, al suo mercantilismo filorusso e filocinese. Il tema è che l’Italia dovrà scegliere da che parte stare, rispetto al sornione, tradizionale, attendismo europeo.

In questo, John Biden segue la politica di confronto con Germania e Cina, le due potenze con le quali Washington sconta il maggiore deficit commerciale, iniziata dal suo predecessore Donald Trump: ma non lo fa con dazi e tariffe. L’escalation anticinese prende la forma di una strategia che lo stesso presidente americano ha battezzato “competizione estrema”: invece di rallentare il competitor, gli USA puntano ad accelerare negli investimenti strategici, per continuare a garantirsi un primato nelle tecnologie critiche, comunque allargando il decoupling fra i due Paesi, cioè il disinvestimento, puntando a ristabilire piena sovranità sulle catene di valore strategiche, come il caso dei vaccini dimostra. Insomma, Biden rispetto a Trump cambia, ma non troppo. Meno sovranismo, ma non certo ritorno alla globalizzazione di prima.

Le sanzioni americane contro la Cina sulla questione Xinjiang e la richiesta all’Europa di seguirne l’esempio vanno in questa direzione. Soprattutto alla luce del fatto che la UE ha cercato una propria autonomia.

Prima, lo ha fatto l’Italia di Conte, con la firma di un memorandum of understanding sulla nuova via della seta che Pechino estende per il globo, testa d’ariete della propria diplomazia coercitiva, secondo gli americani. Più recentemente, e prima del giuramento di Biden, a dicembre, proprio per sfruttare un vuoto di potere, lo hanno fatto Germania e Francia, con la sottoscrizione fra Bruxelles e Pechino dello EU-China Comprehensive Agreement on Investment (CAI), sottoscritto soprattutto per volontà tedesca di rafforzare lo scambio commerciale fra i due Paesi.

Il feeling fra le due cancellerie è sistemico, condiviso dal successore di Angela Merkel, Armin Laschet, neopresidente della Cdu, sostenitore del tipico mercantilismo renano che ha permesso proprio a Berlino e Pechino di diventare i due giganti dell’export che sono.

L’opposizione di Berlino a Washington non potrebbe essere più pronunciata, considerando che la Germania mira anche a rafforzare la sua proiezione euroasiatica attraverso rapporti distesi con la Russia, con la quale sono legati dal gasdotto Gazprom, presieduto dell’ex cancelliere Gerhard Schroeder, Nord Stream;, ed è di questi giorni il via libera al completamento di Nord Stream 2, anch’esso criticato dagli americani, in quanto rafforzerà la dipendenza energetica della Germania da Mosca.

La Francia, intanto, continua a mettere in discussione la Nato, ampliando la distonia fra le due sponde dell’Atlantico. In questo scenario, brilla la posizione dell’Italia, che è passata dalla via della seta di Di Maio ad una posizione particolarmente filoamericana.

Non solo Draghi, attraverso il Quantitative easing, ha permesso da presidente della BCE di superare l’austerità che promuovevano i falchi della Bundesbank, caratterizzandosi – se non come tecnico anti Berlino, sicuramente come soggetto che ha contrastato politicamente le pulsioni tedesche più conservatrici in ambito economico -, ma ha costruito uno staff a trazione filoatlantica: il capo di gabinetto di Draghi, Antonio Funiciello, è molto legato all’America, e il suo consigliere diplomatico, Alessandro Aresu, autore di un interessante libro proprio sulle relazioni fra Usa e Pechino. Un libro che sarà – probabilmente – la roadmap degli Esteri di questo governo.

Non a caso, recentemente, è stata la viceministra del Pd Sereni a convocare l’ambasciatore cinese dopo la querelle delle sanzioni, con il Ministro Di Maio, troppo legato all’appeasement precedente, in disparte. Se la cornice congiura a favore di un nuovo protagonismo italiano, però, sarà necessario scegliere apertamente il campo, cosa non sempre nelle corde di una diplomazia nazionale poco pronunciata.

Paradossalmente, non è stato il Segretario di Stato americano Blinken, di visita in Europa, a ricordarcelo apertamente, ma la portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying. L’aggressività cinese, in fin dei conti, potrebbe giocare a favore degli USA, considerando che la ritorsione cinese è stata più dura delle sanzioni europee.

Per l’Italia, tradizionalmente un nano diplomatico, si aprono invece varchi inaspettati.
Un nuovo protagonismo euro-italiano tra Usa e Cina

TAGS