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Politica

Tutti i no ideologici che l’Italia sta pagando (e pagherà) carissimi

Troppo facile fermare le macchine, una politica lungimirante fa di tutto per andare avanti: e oggi quei no ci costeranno tantissimo, anche dei posti di lavoro

TAP GASDOTTO TUBO TUBI GAS COMPONENTE COMPONENTI TUBATURA TRASPORTO GAS
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No al nucleare, no al Tap, no all’eolico perché rovina il paesaggio. E si potrebbe continuare per molto: i no di certa sinistra e di certo ambientalismo all’italiana stanno costando moltissimo al paese. E non è solo colpa della guerra in Ucraina. Che senso ha aver detto no alle centrali nucleari quando ai confini settentrionali dell’Italia ce ne sono già molte? Radiografia di veti e controveti.

Nucleare

Dopo il referendum del 1987 le cinque centrali nucleari italiane sono state in sostanza pensionate per sempre. Nel 2005 si era ornato a parlare di nucleare, ma il referendum abrogativo del 2011 ha messo la pietra tombale su quel tema. Quando ci costa oggi quel no? Lo scorso 13 dicembre il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, disse che “il nucleare ci sarà nella tassonomia europea della finanza sostenibile, lo hanno già anticipato; è una fonte che non produce Co2”. L’occasione era un incontro sul web con gli studenti delle superiori.

Financial Times

Un anno prima, nel 2021, l’attuale ministro consegnò al Financial Times parole precise: “L’alternativa è sbarazzarsi della propria auto, niente aria condizionata, niente telefono cellulare, niente internet. I cittadini devono capire questo. Non sono un fan del nucleare, sono un fan dell’innovazione”, spiegando che il nostro paese non si trova nelle condizioni di rinunciare al nucleare.

Qui Ue

Lo scorso 3 febbraio l’Ue ha detto sì ad inserire nella tassonomia per etichetta verde gas ed energia nucleare, ovvero secondo la Commissione gas e nucleare potranno rivelarsi strumenti utili per imboccare la strada della transizione ecologica e quindi valutate come attività temporaneamente sostenibili.

No Tap

L’esigenza di diversificare si scontra con la cosiddetta sindrome Nimby, ovvero la protesta da parte dei membri di una comunità locale contro la realizzazione di opere pubbliche che impatterebbero sull’ambiente. E’il caso del gasdotto Tap, osteggiato dal M5s che ha inscenato una serie di manifestazioni che, di fatto, hanno bloccato i cantieri a Melendugno.

Il gasdotto copre il 10% del fabbisogno italiano di gas e se fosse stato realizzato prima avrebbe dato alla collettività ancora più vantaggi. Inoltre l’impatto ambientale è stato minimo, visto che le procedure di espianto e reinpianto degli ulivi non hanno provocato danni. Danni che invece potrebbero esserci a livello occupazionale, in considerazione delle valutazioni che imprese e imprenditori stanno facendo adesso e con questi costi energetici.

@L_Argomento

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