Politica

Trasformismo e protagonismo: perché tra Conte e Salvini non è mai finita

GIUSEPPE CONTE MATTEO SALVINI

Nei 13 capoluoghi di provincia, il centrosinistra passa da 3 a 7 sindaci, mentre il centrodestra scenda da 10 a 6  (di cui due liste civiche). Esulta Letta (e di riflesso Conte), maretta nel centrodestra con Lega e Forza Italia che criticano la Meloni. Di Maio esulta per il risvolto civico proveniente dai risultati, ma la vera protagonista è l’astensione.

La Lega di Matteo Salvini

Matteo Salvini cercava una rivincita alle amministrative. E la voleva prevalentemente contro Giorgia Meloni. Ma al di là della questione Verona e del mancato apparentamento Sboarina-Tosi che ha provocato la sconfitta del centrodestra, per la Lega i ballottaggi segnano una pesante débacle. E ora Salvini sente ancor di più il fiato sul collo dei governatori leghisti, Zaia in primis, che vogliono invertire la rotta del partito e porre fine alla sua leadership: Verona rischia di diventare uno spartiacque, il segno di una Lega più che mai indebolita nel momento in cui l’ala governista e storicamente nordista della Lega (capeggiata da Giorgetti, Zaia e Fedriga) punta a sfilare Salvini dalla guida del partito.

I pessimi risultati al Nord e il fallimento certificato del progetto di Lega Nazionale, insieme alle ambiguità politiche sui rapporti con la Russia di Putin, non possono essere più argomenti rimandabili all’interno del partito. In vista delle politiche 2023 occorre riprendere il consenso del Nord produttivo, una volta baricentro del partito, cercando di recuperare anche le spinte autonomiste, passate in secondo piano. Per Salvini contavano tantissimo città come Verona, Catanzaro, Parma, ma anche roccaforti come Alessandria, città simbolo della Lega in Piemonte, andate tutte al centrosinistra. Il leader della Lega aveva deciso di chiudere proprio ad Alessandria la campagna elettorale e la sconfitta rischia ora di mettere in seria crisi il suo ruolo e quello dei suoi responsabili territoriali. Paradossalmente, Salvini, con la sua gestione eccessivamente personalistica della Lega, si scopre più vicino a Conte e teme ora l’arrivo dell”effetto scissione’.

Il M5S di Giuseppe Conte

Il conto salato, all’ex presidente del Consiglio, la tornata di elezioni amministrative lo aveva già presentato al primo turno. Il M5S si è presentato al voto praticamente senza candidati sindaci e con presenze esigue. Il risultato drammatico in termine di consensi non ha  fatto altro che accelerare la volontà di scissione di Luigi Di Maio e la sconfitta è rimasta conclamata malgrado la vittoria dei candidati sindaci sostenuti dal M5S insieme al Pd: da Verona ad Alessandria a Catanzaro.

Conte cerca di mostrare ottimismo, ma oggi Beppe Grillo è a Roma (dopo lo strappo di Ipf) per confrontarsi con il leader e con i capigruppo. Il principale tema in discussione è la votazione per eventuali deroghe sul secondo mandato. La svolta serve in tempi rapidi, soprattutto, se i pentastellati vorranno candidare Giancarlo Cancelleri alle primarie in Sicilia, perché è già stato eletto per due volte all’Ars. Situazione tutt’altro che tranquilla, dunque, perché la scissione ha lasciato strascichi economici e politici sul partito di Conte e la caduta del vincolo al secondo mandato sarebbe l’ultima definitiva prova di un M5S che non c’è più. Tuttavia, appare sempre più urgente, proprio per evitare che ancor più parlamentari si rivolgano alla nuova formazione politica di Di Maio.

La vittoria del Pd di Letta

Così, mentre nel centrodestra si dibatte della disunità che ha portato alla sconfitta e qualcuno comincia già a criticare la Meloni per il suo atteggiamento eccessivamente leaderista, soprattutto nella gestione di Verona, sull’altro fronte il segretario del Pd, Enrico Letta esulta: “Questo risultato ci rafforza in vista del futuro, della costruzione di un centrosinistra che sia vincente anche a livello nazionale per le politiche dell’anno prossimo. Da domattina ci mettiamo al lavoro per preparare le elezioni politiche dell’anno prossimo e per andare con la stessa determinazione, la linearità, candidati unitari scelti bene senza strappi e un lavoro che tiene insieme un campo largo, ovunque l’unità ha premiato”. E soprattutto rispetto a Catanzaro, ha stigmatizzato la scelta di candidati del centrodestra provenienti dalla sinistra: “Quei candidati hanno perso, penso al risultato clamoroso di Catanzaro e penso che anche questo sia il segno della linearità che vuol dire che se si lavora con coerenza, questo alla fine paga.”

Il campo largo di Letta, quindi, malgrado l’incognita M5S, esce rafforzato dai ballottaggi: il Pd è chiaramente il partito alla guida della coalizione, quello che pur ottenendo in alcuni casi meno voti, riesce tuttavia a capitalizzare di più. Dopo i ballottaggi, la candidatura al governo del paese guadagna di credibilità e città come Monza, Catanzaro e Alessandria dove la vittoria è arrivata anche grazie all’appoggio del centro e dei moderati riformisti di Azione, riporta in primo piano l’importanza della cosiddetta ‘area Draghi’, probabile ago della bilancia delle prossime tornate elettorali, dalle regionali fino alle politiche. Sia per il centrodestra che per il centrosinistra, comunque, la definizione dei confini delle rispettive coalizioni è ancora tutta da chiarire, con la grande variabile della legge elettorale proporzionale che aleggia sul Parlamento.

@L_Argomento

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