Si scrive Aukus ma si legge “fine della Nato”

Si scrive Aukus ma si legge “fine della Nato”

La Francia insorge contro gli Stati Uniti, ma la prossima vittima può essere l’Italia e le sue industrie

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Si scrive Aukus ma si legge “fine della Nato”
Aukus è l’unione militare tra Uk, Usa e Australia. Una mina nei rapporti interni alla Nato (alla quale si sostituisce di fatto) e una spina nel fianco dell’Unione Europea, dalla quale Londra è ormai fuori. Le industrie militari europee sono di fatto bandite dalla priorità degli accordi commerciali, strategici e militari interni alla triplice alleanza. Un problema per i paesi produttori di sistemi di difesa, tra i quali l’Italia occupa una posizione di vertice. Ma anche Germania e Francia, seguite da Olanda e Spagna, hanno importanti aziende che rischiano di essere fortemente penalizzate.

La nostra Leonardo ha commesse aperte con gli Stati Uniti, poi con Uk e infine, più modeste, con l’Australia. Fincantieri lo stesso. Beretta per quanto riguarda le armi da tiro. Iveco segue per i veicoli militari, ma anche per gli elicotteri.

Nell’aprile scorso negli Stati Uniti Leonardo aveva annunciato un ulteriore importante rafforzamento della sua presenza, attraverso i servizi e le tecnologie di assistenza al cliente, con l’apertura ufficiale della sua nuova Training Academy per elicotteri. Situata nello stesso stabilimento produttivo di Filadelfia, la nuova struttura di addestramento include anche produzione e supporto tecnico per il mercato americano. La Training Academy negli Usa, già operativa per i clienti, offre servizi di addestramento per i modelli di elicottero AW119, AW169, AW139.

Ospiterà anche i servizi di formazione per tutti i clienti nel mondo del primo convertiplano destinato a ricevere la certificazione civile, l’AW609. Ecco però che la nuova intesa militare, la Aukus, soppianta gli equilibri. Non più strategico il presidio inter-atlantico, avendo spostato tutto l’interesse al controllo militare a ridosso di Cina, Iran, penisola arabica, è il pacifico il quadrante su cui vanno indirizzati i radar.

A farne le spese per primi sono stati i francesi, che non l’hanno presa bene. Con una mossa inedita nelle relazioni atlantiche, Emmanuel Macron ha deciso venerdì 17 settembre di richiamare a Parigi “per consultazioni” gli ambasciatori francesi a Washington e Canberra. Il presidente francese aveva già praticato in passato una diplomazia muscolare, organizzò lo stesso gesto simbolico durante la crisi con il primo governo Conte, facendo tornare l’ambasciatore a Palazzo Farnese così come quello ad Ankara qualche mese dopo, senza che questo impedisse di riallacciare in seguito il dialogo sia con Roma e persino con Ankara. Nei prossimi giorni si capirà quanto sia profonda la frattura aperta dopo l’annuncio del patto di Difesa nella regione dell’Indo-Pacifico, l’Aukus che ha spazzato via la commessa dei sommergibili francesi verso Canberra.

Nel 2003 la crisi tra Parigi e Washington, provocata dal rifiuto dell’allora presidente Jacques Chirac di partecipare all’intervento in Iraq, non impedì di riprendere abbastanza rapidamente la cooperazione politica e militare tra le due sponde dell’Atlantico. Anche oggi l’intesa franco-americana rimane importante per entrambe le parti. Nonostante la tentazione gollista di “non allineamento”, a Parigi nessuno vuole davvero correre il rischio che l’America decida per esempio di non dare più l’appoggio indispensabile per alcune missioni come quella nel Sahel.

Se è vero che non esistono precedenti in tempi recenti, la scelta di richiamare gli ambasciatori dopo l’umiliazione di aver saputo del nuovo patto solo a cose fatte, segue delle gerarchie: una protesta formale nei confronti di Joe Biden, uno scontro molto più aperto con il premier australiano Scott Morrison e un’ostentata indifferenza rispetto all’attivismo post-Brexit a Londra, dove l’ambasciatrice francese non è stata richiamata. I rapporti tra Macron e Boris Johnson sono già ai minimi storici e a Parigi non è sembrato necessario evidenziarlo ulteriormente.

Le prime dichiarazioni distensive a Washington dopo la reazione francese lasciano presagire una ricucitura in corso dietro le quinte, e lo stesso Macron non ha finora commentato pubblicamente la crisi, lasciando al suo ministro degli Esteri l’onere di parlare di “pugnalata alle spalle”, di “rottura grave della fiducia” fra Paesi alleati e di conseguenze che potrebbero “pesare sul futuro della Nato”.

Il contratto per la vendita di sommergibili all’Australia – nel quale la Francia era in concorrenza con la Germania – è stato segnato dall’inizio da polemiche su presunti ritardi e numerosi problemi di natura tecnica, e gli Stati Uniti erano comunque presenti nella commessa perché avrebbero dovuto fornire il sistema d’attacco. La vendita di armamenti è spesso un sismografo fedele per registrare i movimenti più sotterranei della geopolitica.

A giugno, qualche giorno dopo l’arrivo di Biden in Europa, Parigi aveva perso un’importante commessa militare in Svizzera, in favore degli Usa. E il patto Aukus, si è scoperto adesso, era già stato oggetto di discussione a margine del G7 in Cornovaglia, senza che gli altri partner fossero stati informati.

Nella visione di Macron, l’apertura di una crisi diplomatica deve sottolineare qualcosa di più di una semplice rivalità su contratti di armamenti, e porta con sé una doppia valenza. Al livello interno, nell’orizzonte della campagna per le presidenziali, è un segnale all’opinione pubblica che lamenta da tempo la perdita di influenza della Francia, laddove il caso dei sommergibili potrebbe essere un nuovo esempio che i sovranisti potranno strumentalizzare.

Al livello europeo, è un messaggio ai partner per segnalare la gravità di un’Ue che fatica ad avere una bussola strategica, e si trova sempre più marginalizzata nel gioco tra le grandi potenze. Dopo il ritiro americano non coordinato dall’Afghanistan, per il leader francese è una nuova occasione di porre la questione dello sviluppo di una Difesa europea e di una politica comune indipendente da quella degli Stati Uniti, in particolare nei confronti della Cina.
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