Si chiude con impegni concreti la Pre-Cop 26

Si chiude con impegni concreti la Pre-Cop 26

A Milano un buon successo per l’appuntamento a cui ha preso parte anche il ministro Cingolani

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Si chiude con impegni concreti la Pre-Cop 26
C’è l’accordo dei grandi, ma trovare la quadratura del cerchio sarà difficile: il pre-Cop 26 che si è chiuso a Milano può essere considerato il primo esame di realtà dopo il letargo durato due anni di Covid-19.

E svegliarsi, a volte, non è piacevole. Nell’ultimo biennio la consapevolezza climatica è esplosa tra le nazioni sviluppate e le nuove generazioni. Sogni che, però, oggi si scontrano con la realtà dei consessi internazionali, i loro riti e dinamiche. Ma, soprattutto, con il fatto che la transizione ecologica necessita di tempi e modalità differenti per ognuno dei quasi duecento paesi sul planisfero. Richiede fondi, consapevolezza, una visione non appiattita sul presente.

L’Italia ha supportato il Regno Unito organizzando la settimana di lavori che apre un mese intenso. Quello meneghino è un appuntamento preparatorio al vertice vero e proprio che si terrà a Glasgow ai primi di novembre. L’idea alla base del Pre-Cop 26 è cercare di raccogliere le istanze attorno a una serie di punti chiave. Per la prima volta, al vertice dei governi si è accompagnato Youth4Climate, kermesse riservata ai giovani da cui sono emerse una serie di proposte. Quattrocento leader climatici di domani da ogni parte del pianeta si sono confrontati per tre giorni: una fotografia della futura classe dirigente, la stessa che, fra qualche anni, si troverà a gestire gli effetti del surriscaldamento globale.

Soddisfatto il padrone di casa, il ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Che si dice ottimista. “Tutti hanno riconosciuto che dobbiamo accelerare, anche Cina e India – ha affermato a colloquio con Wired -, e che l’obiettivo deve essere il contenimento del riscaldamento entro un grado e mezzo di temperatura, non due. Una differenza enorme. Non c’è lotta alla crisi climatica se non c’è lotta alle disuguaglianze globali. Perché se il riscaldamento riguardasse solo l’Europa, in dieci anni l’avremmo risolto. Ma il problema ha dimensioni ben più ampie. E cento miliardi non bastano”.

L’Italia, a oggi ultima nel G7 quanto a elargizioni, vuol fare la propria parte. “Ho proposto di raddoppiare il nostro contributo e ne ho parlato anche ieri notte con il presidente del Consiglio Mario Draghi. L’annuncio ufficiale spetta a lui, ma sono fiducioso che entro Glasgow la decisione arriverà. Ormai non credo che possiamo sottrarci dal compiere un’azione di questo livello”, ha aggiunto.

Vanessa Nakate, l’attivista ugandese comparsa spesso al fianco di Greta Thunberg nella cinque giorni milanese, ha sottolineato che servono sussidi a fondo perduto, non prestiti. Anche perché, ha rimarcato, l’Africa produce solo il 3% delle emissioni, ma è il continente che ne subisce più di ogni altro le conseguenze dei gas serra. “In effetti – ammette Cingolani – negli anni passati ognuno ha fatto ciò che ha voluto.

Ma questa volta sono le nuove generazioni a pretendere che non siano prestiti. Diventa difficile barare”. In mattinata John Kerry, inviato speciale per il clima degli Stati Uniti, ha ribadito la posizione del presidente Joe Biden, che ha invertito la rotta tracciata dal predecessore Donald Trump. “Tutti, e particolarmente noi paesi del G20, dobbiamo mostrare che crediamo in quanto ci siamo detti a Parigi.

È la scienza che lo afferma, non la politica. Non tutti devono fare la stessa cosa – ha proseguito – ma ognuno è chiamato alla propria parte. I paesi che rappresentano il 55% del Pil globale si sono impegnati sull’obiettivo degli 1,5 gradi: dobbiamo mantenere viva questa soglia. Ce ne sono altri che stanno affilando le armi per capire quali misure prendere per fare più di oggi. Per esempio l’India, che potrebbe decidere di sviluppare progetti che la porterebbero a produrre 450 gigawatt di energia elettrica da fonti rinnovabili in dieci anni. Cento li ha già.

La decisione se darsi o meno questo obiettivo è attesa nei prossimi giorni, o addirittura nelle prossime ore. Da parte nostra, porteremo là tecnologia e soldi assieme agli Emirati Arabi”.

“Questa è la decade decisiva”, ha concluso l’ex candidato alla presidenza sconfitto da Bush nel 2004. Bisogna ragionare in termini di migliaia di miliardi di aiuti per i paesi in via di sviluppo, ha sottolineato. “Tra i 2.600 e i 4.000 sono quelli che le Nazioni Unite stimano necessari. Soldi che non arriveranno da nessun governo da solo: il settore privato deve diventare un partner. Molte aziende in tutto il mondo richiedono stabilità per proteggere le proprie supply chain: e il cambiamento climatico, pensiamo alle migrazioni, è l’opposto della stabilità”.

Nonostante l’accordo tra i grandi, l’Australia potrebbe non prendere parte al vertice di Glasgow. Pare che Scott Morrison, il premier, non gradisca l’impegno ad abbandonare il carbone entro il 2030. “Ma diamo uno sguardo a cosa sta succedendo a livello internazionale sull’uso di questo combustibile – ha commentato senza sbilanciarsi Alok Sharma, ministro britannico e presidente designato della Cop26 -. Il G7 è unito: non finanzieremo più centrali che lo impieghino. Anche il settore privato è ormai restio a farlo, perché non sarebbero sfruttate”. Ma, ha chiosato il politico, “la decarbonizzazione è solo uno degli obiettivi nella lotta al cambiamento climatico. Ne esistono altri, come l’aumento della superficie forestale. E bisogna tenere presente che, mentre riduciamo le attività nocive all’ambiente, ai lavoratori dei settori economici coinvolti nella transizione deve essere garantito un sostegno”.

Sul tema era intervenuto anche Kerry in mattinata: “Non è facile. Ci sono un sacco di questioni diverse sul tavolo, e molti paesi stanno ancora cercando di capire cosa fare. Ma esistono azioni che possono essere intraprese con costi bassi: per esempio, riorganizzare la rete elettrica, rendendo la trasmissione dell’energia più efficiente. In questo modo vogliamo persuadere gli scettici”. Un paio di settimane fa, ha raccontato, c’è stata una telefonata tra Biden e il presidente cinese Xi Jinping in cui i due leader hanno cercato terreno fertile per cooperare. Tra i temi trattati nel colloquio, l’ambiente. “Non mi sento obbligato a riferirmi a singoli paesi in pubblico – ha precisato Kerry diplomaticamente – ma ho una relazione positiva con la mia controparte di Pechino, e mi auguro che potremo collaborare. Allo stesso modo in cui spero che tutti facciano il massimo”.

Durante pre-Cop26 alcuni paesi hanno sottolineato un altro, fondamentale, tema: la difficoltà delle delegazioni provenienti dalle aree più povere del mondo a raggiungere Glasgow per via delle restrizioni anti-Covid.

Tra quarantene, voli ridotti, costi alle stelle, si parla di tempi fino a quarantacinque giorni e migliaia di dollari di spese. Per molti la Scozia è lontana. E tanti avrebbero già abbandonato l’idea. Rinunciando, così, a difendere le proprie istanze.

Si chiude con impegni concreti la Pre-Cop 26

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