Se non è vietato, si può fare

Se non è vietato, si può fare

Una modesta proposta: rivedere in chiave liberale l’art.41 della Costituzione

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Se non è vietato, si può fare
È necessario, indispensabile creare le condizioni per lo sviluppo nel solo modo realmente possibile: lasciando alla libera impresa di esprimersi ed investire: solo così è garantito il progresso di una società moderna.

Come? Una prima, immediata e concreta risposta si può avere riabilitando una regola aurea del liberalismo ed inserendola in un riformato articolo 41 della Costituzione italiana: “Rendere possibile tutto ciò che non è vietato”.

Se per un imprenditore essere competitivo e fare concorrenza non è mai facile in nessun settore, è quando ci si confronta con lo Stato ed i suoi monopoli più o meno protetti, che anche solo stare sul mercato comincia a farsi veramente arduo.

Pescare nel recente passato del nostro paese alla ricerca di esempi in tal senso è esercizio sin troppo facile. Ciò che balza agli occhi, è che, alla fine di questo percorso, si individuano tre categorie di impresa, frutto amaro di questa esperienza tutta italiana: una categoria che raccoglie tutte quelle imprese che sono state costrette ad uscire dal mercato; un’altra che raggruppa quelle che sono prosperate grazie a lobby politiche che le hanno aiutate; infine, quelle che hanno sempre cercato di farcela da sole e continuano a lottare nonostante non abbiano appoggi.

A ciò si aggiunga, il rapporto di sudditanza che continua a perpetuarsi tra cittadino e Stato. Nel momento in cui si chiede che i conti bancari dei cittadini, e quindi le loro vite, risultino totalmente trasparenti agli occhi dello Stato, nel momento in cui si “invita” ad utilizzare la moneta elettronica e “suggerisce” la tracciabilità anche della più semplice operazione, diventa lecito chiedersi se lo Stato sia poi altrettanto trasparente, nel suo operare, agli occhi dei cittadini.

Basta chiederselo per capire subito che non è così: l’opacità, non la trasparenza, caratterizza la macchina amministrativa nelle sue operazioni quotidiane.

In una fase di crisi strutturale profonda, non basta (né può servire) il solo intervento vessatorio dello Stato che continua a chiedere al cittadino-contribuente di offrire il proprio oro alla patria.

Non servono studi profondi e ricercati per scoprire che, ad esempio, “Nella Silicon Valley, se due ragazzi aprono un laboratorio in un garage, dopo qualche settimana nasce Google. In Italia, se due ragazzi fanno lo stesso, dopo qualche ora arrivano la Asl e l’ispettore del lavoro per chiudere tutto” (lo ricordava qualche tempo fa Giulio Sapelli, docente di Storia economica all’Università di Milano, scherzando ma non troppo).

Dunque, se vogliamo chiederci quale sia l’ostacolo principale al rilancio della crescita in Italia, dobbiamo indirizzare la nostra attenzione sul peso morto rappresentato da una macchina burocratico-amministrativa incompatibile con le esigenze di un Paese moderno.

È un dato culturale. E la soluzione è quella che dovrebbe portare all’attuazione di due elementi essenziali per un Paese moderno: la deregolamentazione, ovvero il dimagrimento dello Stato, necessario ed utile per provare a rilanciare l’economia; le liberalizzazioni, ovvero l’abbandono della convinzione che spetti (solo) allo Stato produrre beni e servizi pubblici, che, invece, potrebbero essere prodotti (anche) da privati.

Uno dei luoghi comuni più diffusi è quello che vede i cittadini attribuire ogni colpa di ciò che non va, delle disfunzioni quotidiane di cui hanno personale esperienza, alla classe politica, senza sapere che la classe politica è per lo più priva di risorse (dalle informazioni alla expertise amministrativa) cruciali per poter operare e che altre istituzioni sono di fatto, quando si tratta dei meccanismi quotidiani di funzionamento dello Stato, molto più potenti.

Angelo Panebianco offre una visione realistica della situazione, arrivando ad una conclusione secca e amara: “Si dice: «Il Parlamento è sovrano». Ma queste sono solo parole. L’alta burocrazia, i vertici delle strutture regionali, la Corte dei conti, il Consiglio di Stato, contano assai più del Parlamento, e di qualunque governo, nella gestione della macchina amministrativa. Basta che scelgano di non cooperare, di fare resistenza passiva, e la classe politica viene ridotta alla impotenza”.

È arrivato il momento di recidere il cordone ombelicale che ancora impone un pericoloso legame con uno Stato che per la sua sopravvivenza si sta ormai mangiando i suoi stessi figli.
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