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Renzi prepara Renew Italia per il dopo Draghi

Una federazione di liberali, riformisti e conservatori in chiave anti-populista sarebbe pronta nel 2023

Renzi prepara Renew Italia per il dopo Draghi
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Renzi prepara Renew Italia per il dopo Draghi
Matteo Renzi ha concluso i lavori di “Meritare l’Europa”, la tre giorni della scuola di formazione di Italia Viva, con quei colpi che preannunciano un autunno scoppiettante. Il discorso con il quale ha salutato i 400 giovani a Ponte di Legno, scandito da dieci tweet, echeggia come il suono del corno della caccia: è insieme chiamata e segnale, appello e avviso.

Anche se solo per pochi, oggi. Renzi lo sa e tira in ballo l’Enrico V di Shakespeare e quegli “happy few”, quel drappello di amici che combattono con orgoglio e vincono, pur essendo molti meno degli avversari in campo. Ammonisce: “Guardatevi da chi vi accompagna pronto a tradirvi. Le pugnalate alle spalle arrivano, in politica”.

E punta il dito contro quella comunità dem “in cui si parla sempre dell’importanza del noi”. E non va bene. “Io dico che bisogna anche dire ‘Io’. Assumersi la responsabilità di una leadership. Qui ci sono leader che sembrano i follower dei loro follower”, dice prima che la slide successiva passi oltre. Qui Renzi si ferma, lo sguardo rivolto al Nazareno: “finisce sempre che si individua un leader, lo si elegge e da quel momento si inizia a fargli la guerra”.

Enrico Letta è avvisato, la comunità del Pd è indomabile e l’idea di correre a Siena senza il simbolo, riletta alla luce dell’Enrico V, può non sembrare proprio un atto di coraggio.

Ed è invece il momento di scelte ambiziose, di sfide nuove – come il sostegno al referendum sulla Giustizia giusta e la proposta di un quesito referendario sul reddito di cittadinanza – e anche l’occasione per qualche rivelazione. Come quella che Renzi fa in apertura, svelando come il Pd, guidato in quel frangente da Maurizio Martina, il 23 aprile 2018 durante le consultazioni con l’esploratore incaricato Fico, diede disponibilità ad entrare in un esecutivo guidato da Luigi Di Maio, con Martina vicepremier. Ipotesi respinta da Gentiloni e osteggiata da Renzi, tanto da soffocarla nelle riunioni interne e scongiurarne, dopo due giorni ad alta tensione, la formalizzazione. Il senatore fiorentino rivendica le scelte impopolari ma coraggiose che hanno messo un argine alla deriva populista e non teme di inforcare di nuovo la stessa strada.

Con una sfida referendaria che mette nel mirino le storture del Reddito di cittadinanza, non percepito dal 56% delle famiglie in povertà, troppo spesso incassato senza requisiti e del tutto disapplicato nel dispositivo che lo aggancia alle politiche attive del lavoro, alla proposta di offerte di impiego in un raggio chilometrico crescente. Senza riforma del collocamento, all’indomani della cacciata dell’americano Mimmo Parisi e dell’autentico scandalo dei Navigator, si fa strada l’esigenza di riscrivere lo strumento di welfare per i disoccupati. “Il reddito di cittadinanza andrà a raccolta firme nel 2022, ma essendoci poi un anno elettorale, il ’23, il referendum si potrà tenere nel 2024”, spiega Renzi a L’Argomento. Per quella data, si potrebbe forse chiamare meglio, Referendum per il lavoro, piuttosto che contro il reddito di cittadinanza.

Ai populisti va tolto il brodo di cottura. Lo dice anche Teresa Bellanova: “Il fallimento del rdc va dichiarato senza tentennamenti, senza paura di perdere consenso. La battaglia che facciamo ha una dignità enorme, parte da un presupposto non negoziabile: l’idea di Paese che noi abbiamo si fonda sul lavoro e non sull’assistenzialismo.

Non ci faremo piegare da chi ci vuole metterci all’angolo con una narrazione assolutamente infondata”. Spazio anche per rispondere alla polemica sollevata dal M5S sul ministro Roberto Cingolani che, prendendo parte a “Meritare l’Europa”, aveva puntato il dito contro gli “ambientalisti radical chic”, urtando così la sensibilità del Fatto Quotidiano, seguita dalla richiesta di “chiarimenti” da parte di Giuseppe Conte. Renzi dal palco: “Cingolani non è un ministro di Italia viva, è Cingolani. M5s ha messo una bandierina su Cingolani poi hanno scoperto che dice cose serie e quindi hanno detto ‘non è uno dei nostri. Conte ha chiesto un confronto con il ministro. Noi diciamo: bene, almeno impara qualcosa…”. Alla fine, chiude l’Europa. Parla Guy Verhofstadt, leader dei liberali europei che con l’europarlamentare di Iv, Sandro Gozi ha dato vita all’esperimento di Renew Europe, che unisce ALDE e PDE.

“Il segnale è quello di proseguire anche in Italia ciò che abbiamo iniziato in Europa”, ci dice Sandro Gozi. “Renew Europe è la grande novità della politica europea che unisce conservatori e socialdemocratici, ambientalisti e liberali su un progetto federalista europeo di grandi riforme, da quella digitale alla transazione ecologica. Abbiamo fatto convergere in questa proposta sensibilità diverse. La stessa cosa si deve fare in Italia.

C’è la necessità di portare avanti l’agenda Draghi dopo il 2023, e questo richiede una alleanza – o forse un soggetto politico unitario – con il compito di portare una ventata di novità nella politica italiana, magari con un Renew Italia. Oggi è ancora presto per dirlo, ma la mia opinione è che ci deve essere la cooperazione più stretta possibile”. Un patto anti-populista, un soggetto politico riformista unitario sarebbe nelle carte astrali del futuro.

Era anche tra i sogni di Mino Martinazzoli, che ieri sera – a dieci anni dalla scomparsa – è stato ricordato nella sua Castenedolo da Renzi, insieme alla ministra della Giustizia Marta Cartabia e all’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini. Con l’occasione sarebbe stata scambiata più di qualche battuta sulla corsa al Quirinale: dalle pieghe dell’incontro, una candidatura che metterebbe d’accordo centrosinistra e centrodestra.
Renzi prepara Renew Italia per il dopo Draghi

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