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Referendum: vi spiego perché votare sì (almeno) a tre quesiti. A lezione dal prof. Ceccanti

Il costituzionalista a L’Argomento: “Consultazione e riforma Cartabia? Abbiamo due strade di fronte, una parlamentare, che è certo più ampia e una popolare, che è più ristretta. Usiamole in modo integrato entrambe, non mettiamole in contrapposizione”

STEFANO CECCANTI POLITICO PD

Referendum più riforma Cartabia, secondo il deputato del Pd Stefano Ceccanti, rappresenta un “doppio impegno coerente” visto il percorso parlamentare fino a questo momento effettuato. Il noto costituzionalista, (che si dice in sintonia con l’appello uscito su Linkiesta) è ordinario di Diritto Pubblico Comparato presso l’Università di Roma “La Sapienza”, e affida a L’Argomento una riflessione a pochi giorni dalla consultazione popolare del 12 giugno per sottolineare che alla Camera è stato votato per togliere dall’ordinamento la norma sulle firme per la presentazione delle candidature al Csm. E si chiede: come potrei non votare allo stesso modo in cabina elettorale?

Perché voterà sì a 3 quesiti su 5 in occasione del referendum sulla giustizia?

Perché lo trovo l’atteggiamento più coerente rispetto al lavoro fatto alla Camera. A Montecitorio abbiamo votato per togliere dall’ordinamento la norma sulle firme per la presentazione delle candidature al Csm: come potrei non votare allo stesso modo in cabina elettorale? Qui la scelta è proprio identica. Le altre due scelte sono analoghe anche se non esattamente identiche. Quella sulla distinzione sulle funzioni alla Camera ha portato a ridurre i possibili passaggi da 4 a 1, ma se il quesito mi propone una soluzione più netta da 1 a 0 perché non dovrei essere d’accordo? Non abbiamo dal 1999 un articolo 111 della Costituzione che dice che il giudice debba essere terzo? Da lì si ricava logicamente che la legislazione ordinaria deve svolgersi nel senso di distinguere il più possibile. Forse è leggermente più opinabile la terza scelta perché il quesito apre la valutazione dei magistrati non solo agli avvocato come stabilito in Parlamento ma anche ai professori universitari. Però il risultato referendario varrebbe da subito, mentre quella è una norma di delega che andrebbe più lenta.

Il Pd sta perdendo un’occasione riformatrice non invitando al sì?

Guardi io capisco che un grande partito rispetto a referendum che si svolgono nella stessa data faccia fatica a differenziare i voti da una scheda all’altra e il Pd ha avuto sempre gravi riserve, credo motivate sugli altri due quesiti, perché quello sulle misure cautelari rischia di indebolire potenziali vittime e quello sulla Severino aprirebbe anche alla presenza nelle liste e nelle istituzioni di condannati in via definitiva. Questi due giudizi netti hanno finito per trascinare anche gli altri 3. Però mi sembra che fosse chiara, anche nella relazione del segretario Letta, la distinzione tra i 2 su cui c’era un vero giudizio negativo e gli altri 3 e, quindi, una comprensione per scelte diverse soprattutto su quei 3.

Lei ha detto che “non sarebbe logico difendere in cabina elettorale ciò che nel frattempo stiamo superando in Parlamento”. Cosa lo impedisce?

Credo che appunto lo impedisca la difficoltà di veicolare agli elettori voti diversi nella stessa giornata. Però, se questo può essere comprensibile per semplificare un messaggio, non deve impedire a chi di noi ha una cognizione approfondita della materia e che ha un orientamento rigoroso di fondo per l’equilibrio nell’ordine giudiziario e tra i poteri dello Stato di rivendicare la coerenza tra quei 3 sì e l’ottimo lavoro parlamentare che si è fatto.

La separazione delle carriere sana un vulnus tutto italiano?

Guardi pur insegnando diritto comparato vorrei lasciar perdere in questo caso la comparazione perché ci sono tanti modelli diversi possibili e mi limiterei a richiamare solo la coerenza interna a cui sarebbe chiamato il legislatore italiano. Prima, nel 1988, si è passati al processo accusatorio rifacendo il codice e poi nel 1999, anche per reagire a una giurisprudenza costituzionale tradizionalista, si fece anche una riforma costituzionale quella dell’articolo 111 per stabilire che il giudice debba essere terzo. A questo punto, se prendiamo le cose sul serio, l’impianto deve essere coerente: non basta replicare che pochi passano da un ruolo all’altro, dall’accusa al giudizio e viceversa, o che cambiare i ruoli potrebbe aiutare ad avere una formazione più ampia, la vicinanza di una parte del processo al giudice terzo è una contraddizione strutturale. Anche per questo si capisce come la Corte un anno dopo quella revisione abbia ammesso già allora un referendum sulla separazione delle carriere.

Perché la contrapposizione ideologica fino ad oggi ha impedito una stagione di riforme in una materia così strategica come questa?

Non so perché, ci possono essere tante cause passate, ma starei alle possibilità di oggi: abbiamo due strade di fronte, una parlamentare, che è certo più ampia e una popolare, che è più ristretta. Usiamole in modo integrato entrambe, non mettiamole in contrapposizione.

Come legare lazione referendaria su questa tematica alla Riforma Cartabia?

La Riforma è più ampia sul sistema elettorale del Csm rispetto al quesito e in quel caso dove sta il più sta anche il meno: se poi arriva prima quella parlamentare quel quesito giustamente salterà. Negli altri due casi è chiara la complementarietà: la delega giusta sulla valutazione dei magistrati sarebbe anticipata da un esito subito precettivo del quesito; la netta riduzione dei passaggi da una funzione all’altra da 4 a 1 sarebbe azzerata. E’ un doppio impegno coerente.

@L_Argomento

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