Referendum e firme digitali, riflessi da ‘ancien régime’

Referendum e firme digitali, riflessi da ‘ancien régime’

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Referendum e firme digitali, riflessi da ‘ancien régime’
Fatta la legge trovato l’inganno. Si potrebbe dire. Specie notando il riflesso pavloviano da “ancien regime” di molti costituzionalisti che, ora che si è scoperto che grazie a un meritorio emendamento di legge promosso da Riccardo Magi, la firma digitale e lo spid possono servire anche per incrementare la partecipazione dei cittadini alla politica – specie nell’ assenza ormai trentennale di partiti degni di chiamarsi così – e non solo a pagare le tasse o ad adempimenti burocratici, fanno a gara a venire in soccorso, ancor prima che sia richiesto, della partitocrazia che annaspa.

Proponendo l’innalzamento delle firme necessarie da raccogliere per ogni singolo quesito magari senza riequilibrare il conteggio del quorum non sul 50 per cento più uno di tutto l’elettorato ma sulla media di quello che va a a votare alle politiche, che è circa il 38 per cento in meno. Argomenti da azzeccagarbugli se ne sono sentiti tanti, persino troppi. Ma dove stavano questi stessi costituzionalisti quando durante il primo governo Conte l’Italia ha corso il rischio di una riforma costituzionale che voleva introdurre il referendum propositivo, cioè il plebiscito tipico dei paesi autoritari?

Va invece sottolineato – citando l’indimenticabile e rimpianto Marco Pannella – che i padri costituenti vollero dare una seconda scheda ai cittadini, quella referendaria abrogativa, proprio perché la politica non si addormentasse sullo status quo. Oggi parliamo di eutanasia, cannabis legale e separazione delle carriere dei magistrati e di altre riforme indispensabili al funzionamento della giustizia, ma questi temi referendari sono stati per anni nei cassetti del parlamento quando erano semplici petizioni popolari o proposte di leggi di singoli esponenti politici illuminati e non rispondenti a ordini di scuderia. É chiaro che se si tiene tutto sotto terra per paura del cambiamento poi le situazioni e i problemi esplodono come vulcani.

E se ci sta un’eruzione di volontà popolare come stupirsi – ad esempio – se si raccolgono 500 mila firme in una settimana per abolire l’ormai obsoleto proibizionismo su una sostanza che fa meno male del tabacco e dell’alcool e che contrariamente a questi ultimi ha anche notevoli effetti terapeutici per tanti malati altrimenti incurabili?

D’altronde lo stesso discorso potrebbe valere per l’eutanasia, la cui raccolta firme è stata altrettanto fulminea e straripante pur essendosi svolta sui banchetti per almeno tre quarti delle adesioni.

Sui giornali si leggono troppe opinioni forgiate nella menzogna e nella malafede. Titoli allarmistici tipo “Italia drogata” fanno parte dello stesso repertorio che tutti deprechiamo quando leggiamo i post sui social dei no vax. E convincono fra l’altro sempre di più le persone a usare questa benedetta seconda scheda del referendum abrogativo in mancanza di risposte serie – e non pseudo identitarie – da parte dei partiti eredi abbastanza indegni di quelle stesse formazioni politiche che non ebbero il coraggio se non dopo il voto popolare e referendario di accettare leggi come quelle sul divorzio e l’aborto, introdotte sì prima del voto popolare ma di fatto lasciate in una sorta di limbo fino a che non si constatò con i referendum pannelliani l’adesione massiccia degli elettori.
Casomai il vero problema è quello di non tradire con successive leggi l’indirizzo dato dai referendum abrogativi. Come capitò con la responsabilità civile dei magistrati voluta a furor di popolo dopo il caso Tortora.

Con la seconda repubblica dei “non partiti” – l’Italia grazie agli effetti collaterali di “mani pulite”- è ormai l’unico paese che non ha più partiti che si chiamino semplicemente liberale, repubblicano o socialista ma sono tutte o quasi associazioni private che portano il nome del loro leader nel brand.
E le leggi sui diritti civili, tranne i Pacs durante il governo Renzi, lungi dal venire approvate non sono neanche quasi mai giunte a essere discusse in parlamento nella maggioranza dei casi.

Non si gridi dunque da parte di questi pretesi esperti della costituzione al vulnus della democrazia rappresentativa con un apparente riflesso servile spesso neanche richiesto.
I “non partiti” di cui sopra si sono fatti del male da soli per 30 anni. E di fatto si ritrovano commissariati periodicamente grazie al fallimento globale del loro agire. Tanta ideologia improvvisata e poco pragmatismo non servono alle riforme e neanche alla risoluzione dei problemi quotidiani. E spingono le persone a partecipare con la seconda scheda referendaria.

Che non va confusa con quella para plebiscitaria a suo tempo proposta dai grillini e aella Casaleggio e associati. E allora ben vengano leggi che attraverso le firme digitali facilitino questa partecipazione e questo nuovo risorgimento della pubblica opinione stanca di essere guidata da talk show, fake news e condottieri improbabili. Di destra o di sinistra che siano.

Persino la saggezza popolare sembra venire loro incontro: anche in politica in certi casi “chi fa da sé fa per tre”.
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