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Economia

Razionamento uguale meno libertà: sul gas l’Ue va ancora ko

Dopo la significativa riduzione già in atto (soprattutto sul gasdotto Nord Stream 2), Gazprom ha annunciano un ulteriore stop alle forniture di gas passanti dal Nord Stream 1, che collega Russia e Germania attraverso il Mar Baltico. Ufficialmente per lavori di manutenzione programmati, ma il timore è che le forniture non possano più riprendere e che la Russia si stia avviando ad un blocco totale. L’Unione Europea, a meno di un’accelerazione improvvisa, sembra arrivare ancora una volta impreparata alla prossima sfida.

Dipendenza energetica e razionamento

In risposta alle sempre maggiori sanzioni che l’Europa ha predisposto nei confronti della Russia di Vladimyr Putin, il Cremlino ha deciso per una progressiva riduzione della fornitura di gas ed è sempre più prossimo al blocco totale. Evidente che il blocco danneggerebbe anche l’economia russa, tuttavia è sull’economia europea che si dispiegheranno gli effetti peggiori: profonda recessione e la necessità ‘gioco forza’, per mancanza di alternative significative, di adottare misure di razionamento dell’energia.

A pagarne il costo più grande sarebbero le tre principali economie europee, i cui primi ministri si erano presentati a Kiev mostrando una postura forte e rappresentando un’Unione Europea nuova ed unita. Nel frattempo, la commissione europea continua a studiare misure coordinate per affrontare l’emergenza, ma ancora nessuna decisione è stata specificamente individuata. La presidente Ursula Von der Leyen si è limitata a dichiarare: “Dobbiamo anche prepararci a ulteriori interruzioni delle forniture di gas e persino a un’interruzione completa delle forniture di gas russo”.

Le conseguenze in Francia, Germania

Bruno Le Maire, ministro francese delle Finanze, come riportato da Le Monde ha dichiarato: “Il miglior modo di prepararci ai tagli è di essere molto attenti al nostro consumo di energia. Vale per l’amministrazione pubblica, le imprese, le singole persone.” Un atteggiamento prudenziale e necessario, quello della Francia, che è però anche uno dei paesi europei meno legato alle forniture russe (circa il 15%).

Lo stesso non vale per la Germania e l’Italia. La prima ha avuto fino ad ora una riduzione tra il 35 e il 40% delle forniture e se il cancelliere Olaf Scholz aveva recentemente ammesso l’errore di non aver saputo (e voluto) rendersi prima indipendenti dal gas russo, si trova ora nella necessità di attivare la seconda fase del piano di emergenza previsto per il paese: dopo l’allerta (a seguito della richiesta di pagamento in rubli da parte di Mosca), l’allarme, per cercare di rimandare il più possibile la fase dell’emergenza. Così anche la Germania si sta avvicinando a misure di razionamento.

In Italia

Da noi, l’Eni ha deciso di aprire il conto in rubli ed ha subito finora una riduzione di almeno il 15% delle forniture. Una diminuzione che è destinata a continuare e crescere, soprattutto dopo l’annuncio dell’ulteriore stop da parte di Gazprom. Il Presidente Mario Draghi ha più volte detto che la scelta della riduzione da parte russa è politica e nulla ha a che vedere con la necessità di manutenzione dei gasdotti. Più volte ha ribadito la necessità di scelte comune europee, ma anche la necessità di fissare al più presto un price cap del gas. Il ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani ha, invece, ricordato che se l’Italia deve accelerare con le rinnovabili (dopo aver fatto fronte ad una parte delle forniture ricorrendo in gran parte a paesi africani), dall’altro occorre accelerare anche sul fronte delle infrastrutture che permettano di riprendere un’autonoma produzione di gas (ad esempio con la costruzione di rigassificatori galleggianti). Ma “l’energia migliore è quella che si risparmia” e quindi lo scenario più probabile anche in Italia potrebbe essere quello del razionamento, soprattutto sul fronte pubblico, oltreché la ripresa e aumento della produzione di energia tramite le centrali a carbone.

Il piano italiano

Secondo quanto riportato da La Repubblica, in Italia il programma sarebbe quello di aumentare la produzione delle centrali a carbone ancora attive (sono sei che dovevano essere spente entro il 2025), procedere ad interventi di riduzione del gas alle imprese energivore, oltre a politiche di razionamento energetico dei consumi. Soprattutto quest’ultimo richiama scenari da vera e propria economia di guerra: tagli ai riscaldamenti privati e pubblici e diminuzione dell’illuminazione pubblica.

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli ha affermato: “crisi energetica gravissima” che apre a “rischi per l’inverno altissimi”, aggiungendo “Abbiamo 16 miliardi di metri cubi di stoccaggio a fronte dei 70 che consumiamo. Dobbiamo arrivare al 90% prima che inizi l’autunno”.

Il ritardo UE

La necessità di svincolare l’UE dalla dipendenza di gas, ma anche da quella di altre materie prime, come ad esempio il litio, nell’ottica della necessaria conversione energetica alle fonti pulite (per il raggiungimento degli obiettivi del Grean Deal), mostra una comunità impreparata, politicamente, economicamente e strutturalmente. La strategia è quella di creare più produzioni interne e diminuire progressivamente quelle dall’esterno, tuttavia tra il punto di partenza e quello di arrivo, il rischio è di passare da una dipendenza ad un’altra, perché l’Europa sembra in ritardo, soprattutto sulle infrastrutture delle catene di approvvigionamento. E questo vale per il gas, ma anche per la filiera di prodotti e componenti, come il litio, necessari per la transizione alle energie pulite. E i tempi dipendono esclusivamente dalla velocità e capacità di messa in posa delle infrastrutture e delle strategie.

@L_Argomento

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