Prodi lancia il suo libro sognando il Colle

Prodi lancia il suo libro sognando il Colle

Evento mediatico ieri sera in Galleria Alberto Sordi a Roma, poi va in tv. La campagna per le presidenziali è iniziata

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Prodi lancia il suo libro sognando il Colle
Se l’Italia fosse una di quelle democrazie mature in cui i cittadini votano per eleggere il presidente della Repubblica si sarebbe oggi all’inizio della campagna elettorale presidenziale. Dato che non lo siamo, o non lo siamo ancora, ci tocca seguire le liturgie dei partiti e dei poteri che inseguono i probabili vincitori e li sostengono senza mai parlarne apertamente.

Di tutti i bizantinismi della politica italiana, quello che avvolge l’elezione al Colle è il più stucchevole. Vuole la prassi che addirittura di chi deve essere eletto non va fatto il nome, come per una scaramanzia esoterica. “Perché altrimenti si brucia”, viene detto. I nomi che si fanno prima vengono “bruciati”. E però c’è un nome che è sulla bocca di tutti, e spesso anche davanti agli occhi. Romano Prodi è in pista.

Si vede e si legge ovunque, ha ripreso un turbinio di interviste e di ospitate televisive. Parla al Corriere. Va nella più sfarzesca galleria del centro della Capitale per farsi omaggiare dal popolo del Pd, richiamato dalla “spalla” Enrico Letta. Poi corre a La7, una nuova volta, per farsi intervistare da Giovanni Floris e Marco Damilano.

Fior di prime firme, certo, ma non proprio ostili a quello che si profila essere il candidato ufficioso del centrosinistra per il Quirinale. “Io non sarò Presidente”, si affretta a dire bonariamente in studio Prodi, rispondendo a Floris. È l’ossequio a quella tradizione della scaramanzia, la smentita che conferma. D’altronde i dati sono sotto gli occhi di tutti, e pure le date.

I primi ci confermano che allo stato dei fatti Romano Prodi è l’unico che metterebbe insieme la maggioranza di centrosinistra. Ha dalla sua il Pd, ma non basta. Cerca i voti del M5S e lo fa con grandi manovre, scomodando ragionamenti ambiziosi: Per quanto riguarda il Movimento 5 stelle, quando un partito “diventa governativo, è molto facile che si impadronisca di battaglie popolari e in molti casi, pur non appartenendo a certe logiche, si possa avvicinare al riformismo”, dice ancora rispondendo a Floris. Se quella tra Pd e M5s “è una alleanza organica o no, dipende da tanti fattori. Io credo che siamo in un periodo di prova”. Si parla dei 120 che lo tradirono, l’ultima volta che si votò per il Quirinale.

Quei 120 che alla fine permisero a Sergio Mattarella di trovare un’ampia maggioranza. Ed ecco che a proposito di dati, Prodi fa i conti. E quasi quasi conta sulla scissione giorgettiana della Lega per avere qualche sponda nel centrodestra. “La Lega è una costola della sinistra”, diceva D’Alema. E lui ci torna su. “È meglio di come la incarna Salvini”. Occhieggia, ammicca, ci spera. E guarda il calendario. Mancano centoventi giorni, a conti fatti.

Se guardiamo al calendario anche noi, non possiamo non notare come la data di uscita della sua autobiografia – esiste qualcosa di più autocelebrativo? – corrisponda all’inizio della corsa verso il Colle.

I libri vengono scritti, preparati, editati sempre con un occhio al calendario. Dei libri interessa sempre il periodo di uscita. È la prima valutazione che fanno gli editori: quando deve uscire, quale accoglienza troveranno, quale impatto avranno sul dibattito pubblico. Immaginiamo la riunione preparatoria presso Solferino, l’ammiraglia più politica della galassia editoriale di Urbano Cairo. “Quando si parla del Quirinale? In Autunno, da settembre”.

E dunque ecco il libro in uscita il venti settembre. Quattro mesi prima dell’elezione del nuovo inquilino del Colle. I conti però non si fanno solo tra amici. Questa volta per essere eletto Capo dello Stato, bisognerà convincere il centrodestra.

Più facile che il boccino finisca nelle mani di un uomo di centro. Prodi lo sa e lo teme. “Renzi e Berlusconi si sono incontrati per parlarne”, si fa sfuggire. In studio cala un’atmosfera da spy story. Sembra si parli di crimini, quando due ex presidenti del Consiglio potrebbero e forse dovrebbero parlarsi più spesso. Speriamo che sia ancora lecito provare a trovare un accordo. E che prima o poi in questo Paese siano gli italiani a votare il loro Presidente.
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