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Perché nei talk italiani non c’è spazio per i russi dissidenti?

ANNA POLITKOVSKAIA

Qualcuno inizia a chiedersi perché nei talk italiani ci sia posto per ospiti governativi e filorussi ma non per le tanti voci dei giornalisti dissidenti. Intanto il Copasir ha audito i vertici di Rai, Agcom e Aisi e il presidente Adolfo Urso ha spiegato (a Zapping su Rai Radio Uno) che è “per evitare che la disinformazione la macchina propagandistica possa penetrare e influenzare la libera espressione delle nostre opinioni.”

Gli ospiti governativi e filorussi

La presenza delle ‘voci amiche della Russia’ nei talk italiani ha ricevuto sicuramente una spinta attenzionale in seguito all’intervista realizzata a Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, le cui dichiarazioni sono state criticate in Italia e all’estero ed hanno portato il Premier Mario Draghi alla definizione di “oscene”. Senza entrare nel merito delle considerazioni espresse da Lavrov registriamo però la critica più prettamente informativa: la mancanza di contraddittorio, in uno spazio televisivo che dovrebbe invece aiutare a confrontare le idee e le istanze. Al caso paradigmatico del ministro degli Esteri russo, fanno eco i tanti altri ospiti che vediamo presenti in tutte le tv quotidianamente, dove però il contraddittorio esiste ed ha portato anche a duri scontri con gli stessi conduttori dei programmi coinvolti.

Yulia Vitazyeva, ad esempio, conduttrice di un talk-show di Russia 1 è da qualche settimana ospite anche dei programmi italiani. E’ stata a Dritto e Rovescio, Di Martedì, OttoeMezzo e si è resa, ultimamente, protagonista dell’affermazione “Tanto vale lanciare un missile su Torino”, a proposito della vittoria dell’Ucraina all’Eurovision. Sulle nostre televisioni, hanno avuto largo spazio anche persone che sono formalmente legate al governo di Putin. Oltre Lavrov, è il caso di Aleksandr Dugin, filosofo di estrema destra considerato uno degli ideologi della Russia di Putin, a Diritto e rovescio, Fuori dal coro e con un’intervista poi cancellata a Cartabianca.

A Cartabianca e a Otto e mezzo su La7 abbiamo incrociato Nadana Fridrikhson, giornalista della tv russa Zvedza, che ha più volte ribadito la versione della propaganda secondo cui l’invasione in Ucraina sarebbe una operazione di ‘demilitarizzazione’ e ‘denazificazione’. A Zona Bianca è stata ospite Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo. In altri casi, gli interventi hanno riguardato anche personalità legate alle repubbliche separatiste del Donbass, come Olga Kurlaeva, recentemente ospite di Piazza Pulita.

I dissidenti russi

Di fronte al proliferare di ospiti governativi o filorussi, la domanda che comincia a farsi strada è del perché non ci sia anche un coinvolgimento delle voci dei dissidenti. Dopo l’esempio dato da Anna Politkovskaia (uccisa perché oppositrice del governo) sulla Cecenia, tante sono state le denunce di diversi oppositori politici sulla degenerazione del sistema politico in Russia, da ben prima dello scoppio della guerra.

Dmitrij Muratov di Novaia Gazeta, ad esempio, il movimento d’opinione suscitato da Alexei Navalny, la giornalista Marina Ovsyannikova o la poetessa Olga Sedakova. Le voci dissidenti, appaiono infatti, come una guerra nella guerra, combattuta da chi sceglie di affermare la propria verità sfidando le leggi proibitive della Russia e mettendo a rischio la propria vita.

Pavel Broska Semchuk, giornalista russo rifugiato nel bresciano, ha raccontato in un’intervista a BresciOggi: “Sequestrato, legato e torturato in uno scantinato per tre giorni perché pensavano fossi una spia di qualche Paese occidentale. Tutto è successo dopo aver pubblicato un articolo in cui raccontavo perché un milione di mascherine che sarebbero dovute arrivare in Italia non sono mai state consegnate” e ha aggiunto: “Ora siamo quasi al livello del regime sovietico. Adesso in Russia essere cronista significa scrivere e dire quello che ti viene detto, non quello che vedi.”

Su Avvenire del 1 aprile scorso, Gabriele Nissim, Presidente di Gariwo, la foresta dei Giusti, opera un parallelo con il periodo della Guerra Fredda e dice: ”Al tempo del comunismo eravamo capaci di distinguere in modo chiaro il potere politico totalitario dalla società russa, quando valorizzavamo i dissidenti come Andrey Sacharov, Elena Bonner, Andriej Siniawski, Natan Sharansky. Lo stesso procedimento deve valere per l’oggi, perché dobbiamo creare un ponte morale tra i resistenti ucraini e le donne e gli uomini migliori della Russia, perché il nemico non è la Russia, ma il sistema di potere di Putin.”

@L_Argomento

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