A Kabul una catastrofe militare e politica, Italia giochi un ruolo

A Kabul una catastrofe militare e politica, Italia giochi un ruolo

Parla Margherita Boniver

Tempo di lettura stimato 6 minuti

A Kabul una catastrofe militare e politica, Italia giochi un ruolo
L’Argomento ha incontrato la personalità politica che più ha lavorato sull’Afghanistan negli ultimi venti anni, Margherita Boniver. Figlia d’arte (papà diplomatico), ha fondato la sezione italiana di Amnesty International nel 1973. Entrata nel Psi – di cui sarà senatrice nel 1980 – è poi stata chiamata alla Farnesina da Berlusconi nel 2001. Sottosegretaria agli Esteri con delega all’Asia, si è occupata di Afghanistan incessantemente: venti volte in missione a Kabul, più altre venti missioni per parlare di Afghanistan a Islamabad. “Sono entrata a Kabul prima di Karzai, per correre a riaprire la nostra ambasciata”. Un profluvio di ricordi, aneddoti e retroscena che Boniver affiderà a un prossimo libro, ma che in parte troviamo già in quel pamphlet del 2006, “Esportare la democrazia – Impegno italiano in Afghanistan” che oggi fa male rileggere alla luce del tempo. Oggi Boniver presiede la Fondazione Bettino Craxi.

Come giudica il ritiro delle truppe Nato dall’Afghanistan?

Una catastrofe vera, un finale da film horror. Non si capisce davvero cosa sia potuto accadere dal punto di vista logistico per provocare questa ritirata catastrofica. Gli americani hanno lasciato sul campo un arsenale immenso, armi per 80 miliardi di dollari, oggi a disposizione dei talebani.

Individua un responsabile, o più responsabili?

Fra i tanti misteri, rimane davvero un giallo il perché di questa accelerazione unilaterale americana del ritiro, della quale gli alleati stessi sembrano non essere stati informati. Le date del ritiro sono state cambiate precipitosamente. Doveva essere l’11 settembre, all’improvviso si è deciso per il 31 agosto. Il perché non lo sappiamo.

I talebani appaiono più forti che mai, non sono stati scalfiti da vent’anni di Nation building.

Evidentemente lo spirito con cui si sono mossi – gli americani prima e la Nato dopo – aveva un movente nella lotta sacrosanta contro il terrorismo jihadista. Afghanistan e Iraq, pur con agende diverse, avevano un supporto politico molto importante. Basta vedere il modo in cui è poi stato crocifisso Blair, che aveva seguito l’esempio americano.

Il Nation building sembra oggi obsoleto, non solo perché sono passati vent’anni ma perché non c’è da nessuna parte, nelle agende internazionali, la più remota ipotesi di ripetere con quelle modalità le operazioni tentate in Afghanistan e in Iraq. Sembra sia passato un secolo, non venti anni.

C’è stata leggerezza, un eccesso di ottimismo da parte occidentale?

Il processo è stato estremamente proficuo e positivo per milioni e milioni di afgani. Non è stato affatto inutile. Abbiamo destato una coscienza in un popolo che oggi come si vede dalle scene dei tantissimi che si oppongono ai talebani – si vedano le persone in fuga da Kabul – è diviso in sensibilità religiose, culturali e politiche diverse. A molti è stata data una istruzione, una formazione, un modello di valori e di vita dal quale non vogliono tornare indietro.

E l’Italia?

Ha profuso un aiuto enorme. Enorme. Abbiamo aperto ospedali, scuole, imprese. Non è stato un investimento gettato alle ortiche.

Abbiamo insegnato loro cos’è la democrazia?

Questo è qualcosa che deve far parte dello spirito di un popolo. E per la complessità della loro lunga e dolorosissima storia, lì è più complicato. La dimostrazione più efficace è che l’esercito afgano non ha combattuto. È l’elemento che ha più sorpreso la Nato.

Perché non hanno sparato contro i talebani?

C’è stato un errore di valutazione. I talebani fanno parte intrinsecamente della popolazione Pashtun e quindi dell’etnia maggioritaria. Diciamo pure che la metà degli afgani Pashtun potevano essere arruolati dalla parte della democrazia, e l’altra metà no.

L’esportazione della democrazia non è affatto facile.

Abbiamo cercato di condividere con loro quello che per noi è preziosissimo, la parità di genere, la libertà intellettuale, le regole basilari del consenso, la tripartizione dei poteri. Ma i passi avanti fatti da quella società in questi vent’anni ci sono e sono incancellabili. Prima dell’intervento occidentale, soprattutto nelle zone rurali, si facevano solo processi sommari fatti dalla giustizia dei clan. Si riunivano gli anziani, decidevano a naso. Di solito per compensare un torto, la famiglia che soccombeva in giudizio doveva dare una bambina di dodici anni al ricorrente cui veniva data ragione. Ecco il contesto nel quale ci siamo adoperati, e cito la giustizia non a caso.

Perché l’Italia ha avuto il compito di riformare il sistema giudiziario afgano.

E lo abbiamo fatto egregiamente, con l’impegno di eminenti giuristi che ha formato tutto l’apparato giudiziario, dai docenti di diritto ai giudici, dagli avvocati agli agenti di polizia.

La Nato mostra i suoi limiti.

L’Afghanistan può essere la tomba della Nato. Su questo punto dolente si sta aprendo un dibattito – non saprei dire quanto proficuo – sui ruoli e le prospettive di ciascuno. Si torna a parlare di eurodifesa. Immaginare un sistema di difesa tutto europeo, senza il supporto americano, mi sembra una chimera. Le agende nazionali sono già complicate, investire miliardi di euro per la difesa comune non è nelle corde delle cancellerie europee.

Cosa avrebbe dovuto fare la Nato, che non ha fatto?

Evidentemente lasciare una agenda politica più chiara. La fuga precipitosa di Ashraf Ghani, adesso la riapparizione di Hamid Karzai, sono tutti segnali di un disfacimento in atto da tempo. Perché non si è agito quando era possibile? E aggiungo: non so come farà Biden a sopravvivere con una presidenza ferita da questo disastro. Sembra un altro Carter. Andrà avanti come un’anatra zoppa.

Segno della crisi della politica americana. Come vede questa America?

Debole. I candidati democratici erano tutti molto modesti. E non credo che Kamala Harris riservi capacità sorprendenti per risollevare la Casa Bianca. Il punto è la spaccatura profondissima che c’è tra gli americani. I repubblicani neanche si vogliono vaccinare, ma ci rendiamo conto? La leadership di quegli Stati Uniti che si definiscono Indispensable State.

Forse nel futuro un po’ meno indispensabili?

Continuo a vederli indispensabili. Anche perché non vedo alternative. Vedo invece molte democrazie in affanno, vedo altri sistemi come il putinismo russo e il sistema cinese che non hanno nulla a che fare con la democrazia. Che è un bene supremo da difendere con passione. Ma non viviamo tempi appassionati.

Secondo qualcuno ci sarebbe anche la mano della Cina dietro ai talebani.

Francamente non credo. L’appoggio ai talebani è soprattutto da parte del Pakistan, e ahimé di una parte degli afgani stessi. Non cercherei troppe spinte esogene, quando ce ne sono tante endogene.

Tenterebbe il dialogo con i talebani per arrivare a un corridoio umanitario?

Conte ha usato termini impropri, ma è ovvio che bisogna avere contatti con i talebani se vogliamo intraprendere azioni umanitarie. Si negozia con chi ha preso il potere, non con chi ci piace di più. E adesso bisogna parlare con loro.

E permettere di ottenere un rifugio a chi fugge da Kabul. Ma si alzano muri, anziché ponti.

Draghi ha ben fatto a proporre l’utilizzo di fondi straordinari, ma sono comprensibili le posizioni della Turchia che ha preso tre milioni di profughi siriani, e i timori della piccola Grecia.
Un altro Paese che rischia una invasione è il Pakistan, dove c’era già una comunità di tre milioni di profughi afgani dagli anni Ottanta. Ma anche l’Europa su questi temi continua a andare in ordine sparso.

E noi?

Non siamo gli ultimi ad accogliere. Finiremo per mettere in piedi una rete di solidarietà diffusa sul territorio.

Una vicinanza storica dell’Italia all’Afghanistan.

Le circostanze straordinarie della storia hanno visto ben due Re afgani in esilio a Roma. Uno dei due l’ho conosciuto benissimo, Zahir Shah, che abbiamo riportato noi in patria con due voli speciali. Andai con lui e vidi migliaia di afgani all’aeroporto, ma quella volta speranzosi e festanti, che davano il benvenuto a “baba”, al padre della patria.

Come si è comportata l’Italia negli ultimi vent’anni?

In modo principesco. Straordinariamente generosi, presenti, con capacità, know how e tecnici importantissimi. Militari e civili. Ho citato Giuseppe De Gennaro per la giustizia, vorrei fare il nome di Gino Strada. Ma non posso non ricordare Don Verzé e Umberto Veronesi. Personalità che hanno reso l’Italia orgogliosa e che tutto il mondo ci invidia. E che forse oggi possono suggerire che l’Italia, a partire dal G20, giochi un ruolo nel processo di pacificazione.

Con Gino Strada che rapporto aveva?

Di grande stima da quando ci siamo conosciuti, a metà degli anni Ottanta. L’ho incontrato per la prima volta a Quetta, in Pakistan. Aveva messo su un ospedale dove curava gli afgani, oltreconfine. Mi raccontava di quello straordinario attaccamento alla vita che aveva notato negli afgani, dei feriti al petto in modo grave che attraversavano per due o tre giorni le catene montuose a dorso di mulo pur di arrivare in un ospedale. Arrivavano in fin di vita, ma vivi. E lui li rimetteva in piedi, a molti ha dato una seconda vita. E poi c’è Alberto Cairo, del Comitato della Croce Rossa Internazionale, che lavora a Kabul da trent’anni e che vedo ancora oggi con la stessa tempra di sempre. Un personaggio da premio Nobel.

Arrivano appelli struggenti soprattutto dalle donne. Come rispondere loro?

Con la massima urgenza e tempestività, è il primo dovere per ciascuno di noi. Non c’è un paese che non abbia menzionato come priorità quella di dare asilo alle donne che rischiano tutto, come minimo i tribunali della sharia.

L’alleanza del Nord è un alleato internazionale valido, una sponda possibile?

Sono coraggiosissimi. Ma non bisogna cadere ingenuamente nell’ipotesi di dare aiuto a una resistenza che non durerebbe una settimana, per mille motivi. Non possono molto contro i talebani e l’arsenale che i talebani hanno preso. L’alleanza del Nord è chiusa in una valle. Vorrei non si ripetesse l’errore politico principale che ci perseguita da vent’anni a questa parte: di non dare importanza strategica e politica a quello che si dice e si fa a Islamabad. Perché considerarle due entità separate è un errore gravissimo. La troika Usa-Russia-Cina va allargata al Pakistan; al G20 straordinario mi auguro ci sia un posto importante per i diplomatici pachistani.

La sua esperienza è tutta politica. La politica oggi è assente, e la Farnesina a guida Di Maio diciamo che prende poco l’iniziativa…

L’agenda internazionale è seguita da Palazzo Chigi. La Farnesina ha eccellenti diplomatici che mandano avanti tutta la macchina. Draghi incarna benissimo la miglior politica estera. Ma la politica vera manca molto. A me e non solo a me.
A Kabul una catastrofe militare e politica, Italia giochi un ruolo A Kabul una catastrofe militare e politica, Italia giochi un ruolo

Shortlink:  https://bit.ly/3DZv1My

TAGS