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Orlando vs Confindustria, il braccio di ferro che non serviva

CARLO BONOMI CONFINDUSTRIA
Tempo di lettura stimato 3 minuti

E’ in atto l’ultima veemente polemica tra il Ministro del Lavoro Andrea Orlando e il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Da diversi mesi, ormai, i dibattiti si susseguono, fino all’ultimo fronte di scontro delle ultime ore: la politica dell’incremento salariale. Nel frattempo, la corsa dell’inflazione erode le retribuzioni, interi settori (in primis turismo e ristorazione) sono in piena crisi economica e i percettori di reddito di cittadinanza cominciano a pesare sul fronte della ripresa del mercato del lavoro.

Bonomi e il taglio del cuneo fiscale

Fin da agosto dello scorso anno, i rapporti tra il Ministro del Lavoro e Confindustria sono rimasti tesi. Prima in occasione dell’annuncio della riforma sugli ammortizzatori sociali, poi con la proposta del decreto antidelocalizzazione. Bonomi ha sempre rimproverato ad Orlando che “Se si vuole fare un lavoro comune, il confronto deve precedere l’inoltro al Consiglio dei ministri dei testi dei decreti”.

Quello che sta succedendo nelle ultime ore ha risvolti politici ben più forti, perché il Presidente Carlo Bonomi, dalle colonne de Il Sole 24 Ore bolla come ricattatoria l’ultima proposta del ministro: “Caro ministro Orlando, la strada che lei propone non è quella giusta. Il Patto per l’Italia non si costruisce con un ricatto, come il suo.” E Bonomi precisa: ”Questo Paese è 20-30 anni che aspetta le riforme. Ci veniva detto che non si potevano fare perché non c’erano risorse. Ora con il Pnrr le risorse ci sono, non ci sono scuse.” Sul tavolo delle parti sociali, gli industriali mettono, dunque, un’unica condizione: il taglio del cuneo fiscale.

Orlando e la politica degli aumenti salariali

Il Ministro Andrea Orlando ha, però, ribadito che “non c’è solo il cuneo fiscale su cui siamo tutti d’accordo se ci fossero le risorse. Le quali però, per quanto saranno generose, non saranno mai sufficienti a far fronte alla situazione che si sta creando”, invitando ad una riflessione complessiva sulla contrattazione salariale: “Vedo che Confindustria insiste sulla produttività, ma l’unico modo di legarla agli aumenti salariali è riattivare la contrattazione tramite un nuovo accordo quadro con i sindacati.” Orlando ha proposto, quindi, di legare gli aiuti alle imprese agli aumenti salariali: “Si tratta quindi di riattivare la negoziazione fra sindacati e organizzazioni datoriali anche perché con gli attuali accordi gli aumenti salariali non sono in grado di recuperare l’aumento dell’inflazione”. Una polarizzazione di vedute che, al momento, non permette di capire quale possibile nuovo Patto sociale si possa creare al tavolo delle parti.

Settore turistico e crisi occupazionale

A febbraio 2022, prima dello scoppio della guerra, l’Istat ha certificato un recupero occupazionale: 850 mila i posti recuperati rispetto a gennaio del 2021, ma più della metà con contratti a termine (quasi 3,2 milioni). Da più parti, si è indicato come il settore turistico (indotto e filiere) potrebbe, con la fine dello stato di emergenza, essere la leva di ripresa occupazionale ed economica del Paese, tuttavia lo scenario non è per nulla limpido.

Da un’analisi condotta da Coldiretti su dati Bankitalia, in occasione della fine dello stato di emergenza, sono circa 50 miliardi i mancati introiti per il settore turistico (indotto e filiere incluse) nei due anni di pandemia, soprattutto in assenza di visitatori stranieri e in particolar modo nelle città d’arte. L’allargamento delle misure restrittive potrebbe avere un effetto benefico sull’intero settore, ma soprattutto sulla filiera dell’agroalimentare, dove in due anni sono stati persi quasi 17 miliardi tra cibi e vini invenduti.

Nell’attività di ristorazione e a cascata in tutta la filiera coinvolta, i numeri sono indicativi: circa 3,8 milioni di posti di lavoro, una filiera che è stata stimata il 25% del Pil nazionale (nel 2021). Sul fronte occupazionale, particolarmente preso di mira da gestori di bar e ristoranti, è la misura del reddito di cittadinanza, che sta impedendo di trovare sul mercato del lavoro risorse e competenze specifiche per riavviare le attività in vista della stagione turistica. Da più parti appare, infatti, che la percezione del reddito sia un disincentivo alla ricerca e accettazione di un posto di lavoro, tradendo dunque lo spirito originale della misura che avrebbe dovuto garantire sostegno economico a chi ne aveva davvero bisogno, o a chi non fosse riuscito a trovare un posto di lavoro.

@L_Argomento

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