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Non basta la diagnosi, il calcio italiano svolta in tre mosse

Manca la volontà politica di riformarlo, contrariamente si aggiungeranno rimpianti a decenni di errori

PAUL SINGER DEL FONDO ELLIOT GORDON SINGER FIGLIO PAOLO SCARONI PRESIDENTE MILAN

La serie A italiana è la serie B europea. Le parole del Presidente del Milan, Paolo Scaroni, al Foglio sono come i rituali: non cambiano mai, si fanno per abitudine e poi tutto torna come prima. E’ il malanno non solo del calcio italiano, ma di gran parte delle dinamiche di casa nostra. Saltuariamente ci si interroga su cosa non va, si fa una diagnosi, si incassa qualche applauso ma poi nulla cambia davvero.

Il problema del calcio è significativo perché coinvolge anche livelli occupazionali e investimenti importanti come gli stadi. Ci hanno provato in tanti, prima di Scaroni, a mettere nero su bianco le criticità del settore, ma sia gli addetti ai lavori che la politica non si sono impegnati a sufficienza per fare le riforme necessarie. Il risultato? Non solo la serie A è inferiore ad altri campionati per livello tecnico e per volume di affari, ma finanche la Nazionale è finita ancora una volta fuori dai Mondiali, senza che nessuno abbia fatto un passo indietro per il fallimento ottenuto.

Ma la serie A si può salvare in tre mosse: stadi di proprietà, settori giovanili, tetto agli stranieri. Solo Juventus e Udinese hanno uno stadio privato. Negli altri paesi accade esattamente il contrario: basti pensare all’Inghilterra, leader mondiale del settore, dove da molti anni gli impianti sono fruibili ben oltre la semplice partita grazie a ristoranti, musei, spazi per famiglie e svago. Ciò contribuisce a porre le basi per un’attività che mescola sapientemente calcio a business.

I settori giovanili sono fondamentali in questo, dal momento che rappresentano un doppio serbatoio: per la prima squadra e per la nazionale. In Italia si fatica molto a scommettere sui giovani, che raramente vengono lanciati senza una lunga anticamera (piazze dedicate ai giovani sono solo quelle di Udinese e Atalanta). Ciò innesca una reazione a catena che impatta negativamente anche sull’utilizzo in campo degli stessi: i giovani italiani e in generale gli italiani sono ormai una sparuta minoranza rispetto ad una mole esagerata di calciatori stranieri.

Dal 1992 la Premier League inglese ha manifestato un tasso di crescita commerciale senza precedenti fino a diventare la competizione calcistica più ricca del mondo: è trasmessa in 212 paesi di cinque continenti. Lo dimostra tra le altre cose l’ultimo affare andato in scena sotto il tower bridge: il consorzio guidato da Dick Clark Productions e dal sostenitore dei Los Angeles Dodgers Todd Boehly e Clearlake Capital Group ha completato le procedure per acquisire la squadra di calcio inglese del Chelsea per 5,3 miliardi di dollari.

Il consorzio comprende anche Hansjörg Wyss, fondatore della Wyss Foundation, e Mark Walter, co-fondatore e CEO di Guggenheim Capital. Parliamo di una realtà tra le maggiori al mondo che ha investito in un campionato che è gravido di risultati e dividendi.

Attenzione però all’ultimo biennio: il covid è stato un dramma anche per i conti del calcio di tutti i paesi, che ora si stanno leccando le ferite per provare a ripartire dopo una serie di mancati incassi. L’Italia ha dinanzi a sé la strada per fare le riforme: serve la volontà politica di imboccarla, contrariamente le diagnosi rituali ogni due per tre non faranno altro che aggiungere ripianti a decenni di errori.

@L_Argomento

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