Materie prime e sviluppo del Paese

Materie prime e sviluppo del Paese

Rincari di energia e delle bollette, cosa c’è dietro

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Materie prime e sviluppo del Paese
Obnubilati dal confronto non sempre civile nè consono su green pass e vaccini, rischiamo di perdere di vista dinamiche e fenomeni assai più importanti per il futuro del Paese. Alcuni ci devono preoccupare come i rincari dell’energia e delle bollette, figli della scarsità di materie prime e di una transizione ecologica che qualcuno aveva spacciato essere a costo zero. Altri ci devono far ben sperare perché presuppongono l’esistenza di un progetto  industriale che da troppo tempo è stato lasciato a se stesso.

É il caso dell’acciaio che dopo anni di fallimenti e sconfitte sembra essere tornato centrale e prioritario nello sviluppo industriale di un paese che avrà 220 miliardi da investire nei prossimi cinque anni.  

Thyssen-Krupp lascia

E’ di giovedì la notizia che il gruppo italiano Arvedi ha acquistato Ast (Acciai speciali Terni), il complesso industriale di proprietà del colosso tedesco Thyssen-Krupp. Sia gli stabilimenti di Terni che la relativa organizzazione commerciale in Germania, Italia e Turchia.

Una bella notizia per i lavoratori umbri, per l’acciaio italiano in genere e più in generale per la transizione ecologica visto che Arvedi è leader nella produzione di acciaio verde. Si tratta del primo importante tassello di uno scenario che potrebbe realizzarsi in meno di un anno e che dovrebbe riportare in Italia e sotto l’ombrello del Made in Italy la produzione di acciaio  ponendo fine alla stagione delle multinazionali straniere. Le tre capitali storiche della siderurgia infatti – Taranto, Terni e Piombino – passeranno di mano: a maggio del 2022, in base agli accordi, Acciaierie d’ Italia (la ex Ilva) sarà sotto il controllo di Invitalia (lo Stato); lo stabilimento di Terni passa ad Arvedi;  a Piombino, dove non è mai decollato il rilancio targato Jindal e si sta studiando un possibile intervento pubblico con Invitalia, un folto gruppo di aziende siderurgiche italiane (da Arvedi agli acciaieri veneti) ha presentato al governo un progetto comune, alternativo alla multinazionale indiana. 

Il piano di  Giorgetti

Tutti tasselli di quel riassetto della siderurgia nazionale che il ministro Giancarlo Giorgetti aveva indicato tra i primi obiettivi del suo mandato. Insomma, mentre Salvini mette i bastoni tra le ruote sul green pass, Giorgetti lavora per ridare all’Italia non solo una produzione strategica in vista anche del Pnrr dove tra strade, ponti e ferrovie la produzione di acciaio sarà centrale e anche essenziale. Sono le due facce della Lega.

Se il futuro di Taranto è già scritto – Invitalia salirà al 60% e la franco-indiana ArcelorMittal scenderà al 40% – ), a Piombino è tutto in evoluzione mentre a Terni è già iniziata una nuova stagione.

Venditore e acquirente hanno deciso di non rivelare i termini economici della transazione. Ma è credibile che il valore sia intorno al 700 milioni di euro. Ast è un’ azienda in salute, con 2.700 dipendenti e un fatturato nell’ ordine degli 1,7 miliardi all’ anno. Più o meno le dimensioni di Arvedi. L’ azienda cremonese fondata nel 1963 da Giovanni Arvedi, che ne è tutt’ ora il presidente, con questa acquisizione si potrà imporre tra i maggiori gruppi europei dell’ acciaio: l’ impianto di Terni si aggiunge alle altre sei unità produttive, due a Cremona, una a Trieste, la Ilta Inox a Robecco d’ Oglio (sempre in provincia di Cremona), la Arinox a Sestri Levante (Genova) e la Metalfer a Roé Volciano (Brescia). Anche l’ impianto umbro ha un pedigree di tutto rispetto: è stato per decenni la principale industria siderurgica italiana. 

Perchè ha vinto Arvedi

L’acquisizione del pacchetto di maggioranza della Thyssenkrupp Acciai Speciali di Terni da parte di Finarvedi  è certamente una brillante operazione finanziaria ma soprattutto scrive una nuova pagina di storia dell’economia cremonese e nazionale. Si trattasse di calcio, si parlerebbe di un clamoroso colpo di mercato. Di sicuro è un punto di svolta negli equilibri di uno dei comparti chiave della produzione industriale: la siderurgia.

Tra le carte vincenti che hanno consentito al gruppo cremonese di scalzare prima il gruppo cinese, poi quello coreano e infine i cugini di casa di Mantova (il gruppo Marcegaglia) ci sono state credibilità, relazioni maturate in mezzo secolo di attività e visione imprenditoriale. Da non sottovalutare il pressing del governo che ha sempre fatto il tifo per la soluzione italiana. E il know how, quell’ insieme di competenze e tecnologie che il Gruppo Arvedi ha maturato non solo in termini di qualità del prodotto lavorato ma anche della sostenibilità ambientale. Se si parla di acciaio verde, in Italia, il dito finisce su Arvedi. 

Cremona capitale della siderurgia

Se niente si metterà di traverso, Cremona diventerà a tutti gli effetti la capitale assoluta della siderurgia. Vale qui la pena sottolineare il fatto che Arvedi non è un trasformatore di acciaio ma un produttore: nei suoi stabilimenti fa nascere l’ acciaio dalla materia prima a differenza dei principali concorrenti che comprano l’ acciaio sui mercati internazionali e lo trasformano in prodotti finiti. Avendo poi, da produttore, il controllo completo della filiera, i costi sono più contenuti, risparmio energetico e minor impatto di CO2 sono assicurati. Il gruppo è rimasto fedele ai suoi forni elettrici di Cremona e ha sviluppato tecnologie precocemente verdi.

L’operazione è stata benedetta e accolta con favore anche dai sindacati che giustamente permettono di seguire passo lo sviluppo della trattativa e mettono le mani avanti rispetto ai segmenti di produzione e ai livelli occupazionali. Il ministro Giorgetti ha seguito passo passo a quando è ministro la trattativa. E conta molto su questo dossier per dare un segnale di svolta all’azione del suo ministero. «Questa condusione – ha spiegato – rappresenta un tassello importante per la valorizzazione e il rilancio dell’ acciaio italiano. Accogliamo con favore che la proprietà passi a un gruppo italiano e auspichiamo che questo si traduca anche in uno sviluppo dell’ area industriale e in una tutela per il territorio interessato». 

Il piano siderurgico nazionale è urgente

Adesso è davvero urgente dotare il sistema paese del piano siderurgico nazionale. Trent’ anni fa l’ Ilva era uno dei cinque maggiori gruppi mondiali dell’ acciaio, oggi sta oltre il centesimo posto. Da nove anni i sette governi che si sono succeduti restano sistematicamente paralizzati tra le promesse di mirabolanti rilanci e la realtà.

La realtà è un sistema complesso: fare l’ acciaio senza avvelenare l’ ambiente è difficile e costa, cioè rende meno competitivi. La strada dei forni elettrici è pulita ma anche costosa, come l’ industria sta constatando oggi che il chilowattora ha quadruplicato il prezzo in pochi mesi. Con il gas le cose non vanno molto diversamente.

Ed è comunque difficile competere con 4-5 milioni di tonnellate di produzione, quali raggiungerebbe l’ Ilva se tutto andasse bene, contro gruppi come ArcelorMittal che viaggiano sul filo dei 100 milioni di tonnellate. E del resto se il gruppo anglo-francese si è comprato l’ Ilva e adesso la sta restituendo allo stato (dopo averci peraltro fatto i suoi comodi per qualche anno) qualche domanda bisognerà che qualcuno se la ponga. Per esempio, come si fa a competere con i prezzi cinesi o brasiliani oggi che trasportare l’ acciaio avanti e indietro per il mondo costa pochissimo? Sono queste le domande a cui deve cercare di rispondere il ministro Giorgetti. 

Cosa succede a Taranto

Di sicuro, abbiamo visto, l’Italia vuole mantenere la produzione di acciaio. Entro maggio 2022 il grosso della produzione siderurgica,  sebbene parecchio ammaccato, sarà di nuovo in mani italiane: Taranto prima, Piombino poi e infine Terni, con l’ annuncio di giovedì. E questi sono i punti fermi di quel Piano Nazionale per la siderurgia a cui il governo Draghi sta lavorando in gran segreto. Quello che sappiamo è che complessivamente lo Stato mette sul piatto più di un miliardo di euro per tornare sul mercato dell’ acciaio. L’ obiettivo è già scritto: portare entro il 2025 Taranto a produrre otto milioni di tonnellate d’ acciaio dai 3,5 di oggi, un terzo con forni elettrici. 

Gran parte delle risorse per la riconversione dell’ ex Ilva dovrebbero arrivare dai fondi europei nell’ ambito del Just Transition Fund, pari a poco meno di un miliardo. “La produzione con metano e fusione in forno elettrico genera circa il 30% di emissioni di CO2 rispetto al ciclo integrale, e il successivo sviluppo con idrogeno verde aumenta l’ abbattimento delle emissioni al 90% circa”, ha scritto il Governo Draghi nel Pnrr. 

E cosa a Piombino

Invitalia tuttavia ha deciso di mettere radici anche nell’ altro grande centro dell’ acciaio italiano, l’ ex Lucchini di Piombino. Qui gli indiani di Jindal sono arrivati nel 2018 rilevando per circa 100 milioni il sito Aferpi dal gruppo algerino Cevital, impegnandosi a rilanciare la produzione di acciaio e a costruire due forni elettrici per una produzione di almeno due milioni di tonnellate. Come quelli algerini, anche i progetti indiani sono nel tempo sfumati, tra le tante promesse di un ritorno a ritmi produttivi elevati e il graduale passaggio all’ elettrico.

La proprietà ha promesso un piano ma lo ha costantemente rimandato fino a gennaio scorso (ed è stato considerato poco credibile da Governo e Regione), nonostante il pressing crescente di sindacati e istituzioni locali. La svolta è arrivata nel 2020 quando l’ ex Governo Conte ha aperto a un intervento dello Stato nel siderurgico toscano. In questi giorni l’ esecutivo Draghi sta proseguendo su quella strada, con l’ intenzione di rilevare il 49% della proprietà. Oggi l’ acciaieria impiega circa duemila dipendenti, molti dei quali in cassa integrazione.

Taranto, Piombino e Terni sono esempli calzanti di quanto sia strategico per un Paese governare la sua filiera dell’ acciaio. E, per quanto ammaccato, l’ acciaio sta tornando in mani italiane. In parte pubbliche ma soprattutto private.
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