Lo specchio di Moretti

Lo specchio di Moretti

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Lo specchio di Moretti
Cannes lo esalta, la stampa lo stronca. É il caso del film di Nanni Moretti, ‘Tre piani’, presentato al Festival di Cannes una settimana fa.

“Sono grato a Cannes e alla Francia – è stato il commento a caldo del regista dopo gli undici minuti di applausi con cui è stato accolto il film in sala – perché il cinema qui viene preso molto sul serio, sia come fatto industriale che come fatto artistico. Non so perché la Francia ha deciso da tempo di essere generosa col mio lavoro. Finché dura… – ha detto citando il padre, che ora non c’è più e durante i primi anni di Liceo Classico del regista commentava con queste parole la sua promozione in latino e greco, nonostante non fosse preparato – ma non è durata molto – ha aggiunto Moretti – perché dopo il Ginnasio venni bocciato”.

Un destino che sembra ripetersi ma in questo caso nella stampa. Mentre Cannes infatti lo ama, qualcuno invece nella stampa francese lo ha bocciato, definendo il suo film “un intreccio di storie convenzionali e senza l’acutezza politica dei film precedenti (Le Monde). Tranciante anche il giudizio della stampa britannica, per la quale il ‘The Guardian’ lo ha definito “a soapy shadow”, l’ombra soap di ‘La stanza del Figlio’.

Anche in Italia non è sembrato entusiasmare molto, come si evince dalle parole del critico Mereghetti secondo cui le storie dell’opera “finiscono per tratteggiare il quadro di un mondo incapace di generosità, sicuro delle proprie certezze e dei propri schematismi che Moretti ci racconta depurando il suo stile, già tradizionalmente sobrio, fino ai limiti dell’astrazione” (… ) quello che ti resta dentro è il quadro disperante e cupissimo di un mondo che non sa più ascoltarsi, dove il disincanto morettiano, senza più lo scudo dell’ironia dei film precedenti, finisce per mostrarsi in tutta la sua cupezza”.

Anche stavolta, dunque, Nanni Moretti, come da ragazzo, sembra essere stato bocciato in latino (o meglio “nella commedia latina”), ma non si può dire altrettanto del greco, perché di tragedia greca sembra nutrirsi l’anima del film. Una tragedia che rivela i dilemmi esistenziali parentali dei protagonisti, gli stessi che potrebbero salvarsi se solo un deus ex machina intervenisse, e questo deus ex machina sembra essere la filosofia aristotelica.

“Questa storia – ha spiegato infatti Moretti – racconta la nostra tendenza a condurre vite isolate, ad alienarci da una comunità che non solo non vediamo più, ma di cui pensiamo anche di poter fare a meno. Eppure le vicende di questi personaggi ci mostrano quanto tutti noi siamo coinvolti nello sforzo comune di sentirci parte di una collettività. Il film è un invito ad aprirsi al mondo esterno che riempie le nostre strade, fuori dalle nostre case. Ora sta a noi non rinchiuderci nuovamente nei nostri tre piani”.

Sembra un omaggio ad Aristotole e alla sua definizione di uomo “animale sociale”.

E’ nell’assenza di quello che si vorrebbe vedere che vince il film di Moretti. L’ispirazione nello spettatore nasce proprio da quell’assenza di un finale che se fosse felice allevierebbe lo stato d’animo di chi guarda lasciando risolvere il problema all’opera.

E’ come quando ci si guarda allo specchio: non può essere lo specchio a cambiare l’immagine per farci piacere. Al contrario la lascia identica per consentirci di vedere la realtà così com’é. É la sua funzione, deve solo riflettere e, in questo caso, anche far riflettere.
Lo specchio di Moretti

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