Liberali europei, la sfida del presente

Liberali europei, la sfida del presente

Una disamina storica che ci porta all’oggi, il momento del liberalesimo europeo

Tempo di lettura stimato 3 minuti

Liberali europei, la sfida del presente.
I dazi applicati di recente dai governi americano e cinese sui propri scambi commerciali-ora in via di annullamento-hanno causato disfunzioni all’economia reale non solo di quei Paesi ma anche per quelle pei Paesi che vi ruotano intorno.

Tale situazione, recente e sotto gli occhi di tutti, può servire come conferma dell’affermazione tra le più caratterizzanti del pensiero liberale moderno: più mercato e meno Stato.

Al giorno d’oggi sarebbe bene aggiungere: più economia reale e meno finanza sterile.

Per non andare molto indietro nel tempo, si può iniziare a riflettere di liberalismo con particolare attenzione a circa due secoli e mezzo orsono.

Fu l’epoca di pensatori agganciati particolarmente al buon uso della terra, fonte primaria di ricchezza, che permetteva con la vendita dei suoi prodotti di avere il denaro necessario per poter comprare ogni altra cosa.

Questo il rudimento di un pensiero più ampio che assunse una connotazione sistematica per opera di Pierre Samuel du Pont de Nemours, che si spinse anche oltre: affermò infatti che il resto delle attività economiche, principalmente quelle mercantili, non potevano essere considerate importanti quanto quella della lavorazione della terra.

Ciò che avvicina più di ogni altro particolare il suo pensiero alle moderne idee liberali, è l’affermazione che lo Stato sarebbe dovuto rimanere al margine dei processi produttivi. Si sarebbe dovuto limitare al prelievo fiscale sul reddito prodotto e null’altro.

Sull’importanza della terra nel processo di creazione della ricchezza sarebbe ritornato nel primo quarto del secolo scorso il Professor Luigi Einaudi, definendo il comparto agricolo settore primario.

Nelle voci che compongono il PIL questa dizione è tutt’ora valida.

Di converso, niente avrebbero potuto chiedere ai proprietari terrieri i danni alla produzione dovuti a qualsiasi incidente.

In linea teorica niente da dire: tali idee potevano essere ritenute valide per futuri ampliamenti.

Non avevano però quei pensatori e il loro rappresentante previsto un appuntamento con la storia che avrebbe rimescolato le carte in tavola: la prima rivoluzione industriale e l’uso della forza del vapore.

Fu da allora che la terra finì di rappresentare l’unica forma di capitale e si crearono i presupposti di una società capitalista.

Facendo un volo pindarico per tutto il diciottesimo secolo, l’osservazione atterra agli inizi del ‘900, secolo che avrebbe fatto da scenario a eventi bellici e sociali di ogni genere.

Accennando solo al volo alle diverse guerre, coloniali e tra singoli Stati, non possono essere trascurate le due guerre mondiali.

Soprattutto per la seconda, può essere non azzardato affermare che si trattò dello scontro armato di due blocchi dei quali uno, quello occidentale, era animato da spirito liberale e l’altro, quello orientale, dal pensiero totalitario.

Dalla fine di quel conflitto il mondo intero è diventato un dipinto con tante nuances che vanno da sinistra a destra o viceversa, cioè dall’idea comunista a quella liberale, tenendo scrupolosamente fuori di tale segmento le estremizzazioni, da una parte e dall’altra.

Allo stato la situazione si presenta più o meno nelle condizioni appena descritte, logicamente adeguate ai tempi, senza mai tradire il pensiero che le ha originate.

Per completezza va aggiunto che in Italia, per gli anni che vanno dagli Ottanta fino al primo decennio di questo secolo, riferirsi ai liberali era più meno come ai carbonari al loro tempo.

Probabilmente alleanze non proprio paritetiche, prese di posizione intransigenti e non al passo con i tempi, avevano portato il PLI nel sentiero dei passi perduti.

Il vento sta cambiando e la connotazione europeista e atlantistica dei liberali che al momento si stanno muovendo sotto spoglie quasi mentite.

Il momento non permetterebbe divagazioni causa restrizioni e privazioni di portata più che ampia.

Come la ricostruzione che segue un conflitto, anche dopo la pandemia inizierà un processo di riorganizzazione generale, vale a dire delle componenti economica, sociale e politica.

Avranno tutte la stessa importanza, quindi dovranno avanzare di concerto, cioè pariteticamente.

L’impegno sarà sicuramente poderoso.

I liberali certamente non si tireranno dietro, anzi: saranno senza dubbio in prima fila, primi inter pares.

E, come accennato, l’ammodernamento riguarderà, e per la verità è già in corso, anche il liberalismo che dovrà assumere connotazioni europee.

Vale la pena ricordare che sia il Professor Einaudi che il Presidente Malagodi furono europeisti: il prima accarezzando l’idea, il secondo coltivando la pianticella fin dalla sua messa in terra.

Del resto il pensiero liberale da sempre è stato aperto alle novità e al confronto internazionale.

L’augurio è che ciò avvenga nel più breve tempo possibile, per poter confluire, pur rimanendo completamente autonomo, in un movimento di pensiero liberale di portata europea a tutto tondo.

Liberali europei, la sfida del presente.

TAGS