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L’allarme di Letta: gilet gialli o M5s, l’imperativo è fermare il populismo

A margine della conferenza programmatica dei Verdi a Roma, Enrico Letta ha dichiarato: “Se non vogliamo che scatti in Italia quello che è successo in Francia con i gilet gialli, bisogna subito calmierare il prezzo dei carburanti. In questo caso è un intervento che va fatto nei confronti diretti delle compagnie”. “Poi ci sono gli aiuti alle famiglie, io credo sia il momento di ragionare ad un assegno energia per consentire alle famiglie con redditi più bassi di difendersi da aumenti insopportabili”.

L’analisi del voto e la ripresa dell’agenda sociale

In una sua intervista a La Stampa, Letta ha cercato di andare oltre il voto del ballottaggio. Secondo il presidente dem, il Pd deve assolutamente capitalizzare la fiducia guadagnata con i risultati delle amministrative e tornare ad investire a livello politico in quella che viene indicata come “agenda sociale”, di cui fissa alcuni precisi paletti: lotta alla precarietà, incentivazione del primo impiego per i giovani, salario minimo, riduzione delle tasse sul lavoro, focus sui diritti con approvazione dello ius scholae.

“Nell’anno che abbiamo davanti dobbiamo elaborare un progetto, un nome, un programma e contenuti per una nuova coalizione. E dare un segnale a quelli che non ce la fanno, altrimenti arriveranno i gilet gialli italiani, che di certo non voteranno per noi”. Netta ed indicativa l’analisi di Letta che taglia trasversalmente il concetto di ‘campo largo’ indicandone le grandi possibilità e al contempo i grandi rischi.

Il rischio populismo e il problema astensionismo

Il riferimento ai gilet gialli è una constatazione del rischio di un populismo di ritorno, post pandemia e a guerra in corso, che potrebbe nutrirsi delle nuove grandi difficoltà sociali aperte: crisi e povertà energetica sopra a tutte. D’altro canto è anche un richiamo ai partiti e movimenti da includere nella coalizione: occorre dare una sterzata alle istanze programmatiche di tutti e rivendicare nuovi obiettivi.

Un richiamo che appare chiaramente rivolto soprattutto a Conte, ma anche a Di Maio, chiamati ad abbandonare una volta e per tutte le loro primordiali istanze. Un richiamo di attenzione che va all’area più sinistra della coalizione, ma anche ai moderati che naturalmente potrebbero trovare casa più a sinistra che a destra, a partire da Calenda e Renzi.

Aleggia, in questo scenario, il vero protagonista del voto: l’astensionismo. Da più di un decennio, infatti, il vero partito maggioritario nel Paese è quello di chi rinuncia a votare, respinge in blocco tutto il sistema dei partiti, decide di non esercitare il diritto di voto perché deluso o frustrato e non si riconosce in nessuna delle offerte politiche che vengono avanzate. Ed è all’interno di queste aree della società che cova il populismo e l’antagonismo che Letta teme, perché se dovesse emergere (come fu in Francia) diventerebbe pane per i denti di altri partiti. Al Pd, invece, il segretario affida la responsabilità di anticipare e moderare temi che se deflagassero, difficlmente, saprebbe gestire, per vocazione e per organizzazione interna.

Dal ‘campo largo’ ad un nuovo Ulivo

Letta è andato oltre dichiarando: “L’Ulivo per me è sempre stato un modello perché ha avuto una grande capacità di partecipazione ed espansione andando oltre la classe politica. E’ quello che mi piace di questo risultato, che è andato oltre i partiti”. L’obiettivo del Pd è dunque quello di essere il baricentro di una nuova forza politica capace non solo di aggregare, ma anche di costruire una nuova classe dirigente attorno ad una nuova piattaforma programmatica. E sembra, comunque, di sentir ribadire istanze già provate e già fallite, ma Letta dichiara: “Queste amministrative le abbiamo vinte nonostante il gioco dei veti incrociati. A Verona, a sostenere Tommasi c’erano sia Calenda che Conte. Vorrei che si cominciasse a separare l’immagine dalla sostanza. Capisco che queste forze debbano trovare una loro identità, per noi è più semplice. Il Pd è il fratello maggiore, ma a un certo punto bisogna pensare a unire”.

L’unità che va ritrovata in una programmazione comune di cui Letta indica già alcuni paletti precisi, rimettendo in campo le parole d’ordine di quando divenne segretario Pd e parlò di essere “radicali nei comportamenti, progressisti nei contenuti e riformisti nel metodo”.

Le proposte di Letta

Primo paletto fra tutti, l’abbattimento del cuneo fiscale: “Anticipiamolo con l’extragettito di quest’anno e spalmiamolo sull’ultimo quadrimestre del 2022.  In modo da dare ai lavoratori alla fine di quest’anno una mensilità in più”. Per affrontare la questione salariale, dunque, occorre il “salario minimo, con un intervento sul lavoro povero, la riduzione delle tasse sul lavoro”. Pensando a quanto accaduto in Francia, infatti, la constatazione è che se il centrosinistra non si fa portatore immediato di una risposta per alleviare il disagio delle tante famiglie colpite dall’inflazione, dal caro energia e dalla precarietà lavorativa, il rischio più che concreto è di affidarne il consenso alla destra.

Sul fronte dei diritti e dei giovani, poi, barra dritta sullo ius scholae e un comportamento più affidabile nella lotta al cambiamento climatico. Lo ius scholae secondo Letta è sostenuto da “un fronte trasversale, è un tema che va deideologizzato e che va portato fino in fondo tutti insieme. Sarebbe crudele nei confronti di quegli oltre 800mila ragazzi”.

Il tema ambientale, invece, va affrontato “facendo attenzione a coniugarlo non come tema elitario, per chi se lo può permettere. Una battaglia da fare nei prossimi mesi dovrebbe essere quella di assegnare a tutte le famiglie più fragili del nostro Paese il mini kit di fotovoltaico da appartamento, esempio virtuoso di cosa significhi unire ambiente e sociale. Per risparmiare sulla bolletta e sulle emissioni”. Lotta alla precarietà, “altrimenti non chiediamoci da dove arriva la denatalità” ed apertura ad una nuova legge elettorale: “Sono pronto a ragionare sui modelli, ma serve una legge elettorale più democratica e partecipativa”.

I rischi che rimangono

A ben vedere, però, con l’attuale quadro politico, nazionale e internazionale, incerto e fluido può davvero accadere di tutto. Con i pentastellati ai minimi termini in consenso elettorale, infatti, non si comprendono i veri vantaggi possano derivare al Pd dall’alleanza. Conte non è più un punto di riferimento per i moderati progressisti e Di Maio è ancora lontano dal poter dispiegare una sua reale (o presunta) forza centrista, in un centro politico più che mai affollato e variegato (verso destra e verso sinistra) che si candida per i più a diventare il nuovo baricentro del sistema politico (sia con il maggioritario, che a maggior ragione con un proporzionale). Le incognite vere, però, rimangono sempre nelle personalità, più o meno autoreferenziali, che sono sulla scena politica: Conte e Di Maio certo, ma soprattutto Renzi e Calenda, che riportare in un ‘progetto Ulivo’ sembra al momento davvero complicato.

@L_Argomento

(Foto: Flickr)

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