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Politica

La solitudine del capitano e il problema di partiti e presunti leader

La scelta di non celebrare i congressi ma di procedere a scatola chiusa rappresenta la fine del rapporto tra contenitori ed elettori

Il caso del segretario della Lega Matteo Salvini, alle prese con i malumori della base (sin dal Papetee, passando per il Colle e per le altre amministrative oltre ai ballottaggi di ieri) riporta all’ordine del giorno il peso specifico dell’infrastruttura dei partiti italiani, troppo spesso preda di leaderismi e di poco costrutto democratico interno.

La scelta di non celebrare i congressi ma di procedere per strappi e a scatola chiusa, rappresenta la fine del rapporto tra contenitori ed elettori e la parentesi partecipativa del M5s è stata appunto una parentesi. Una riforma interna è necessaria per impedire che il partito del non voto aumenti esponenzialmente i propri numeri.

In passato una sconfitta elettorale presupponeva una livella sulla classe dirigente che aveva portato quel magro risultato: accadeva in quasi tutti i partiti, con le mozioni alternative che si muovevano e provavano a cambiare quadri e obiettivi. Oggi con la scusa del (presunto) nuovismo nessuno fa un passo indietro, anzi, un insuccesso viene presentato come un onesto pareggio.

La Lega non ha in programma la celebrazione del congresso, per una serie di ragioni: prima la pandemia, poi l’incombenza delle amministrative, in seguito i ballottaggi e ora la scadenza temporale delle politiche. Nel mezzo, però, i risultati non incoraggianti stanno innervosendo i grandi elettori sui territori del nord-est, compresa quella classe produttiva lombarda e veneta che vede indebolirsi il fil rouge tra istanze e finalizzatori.

Fdi non ha all’ordine del giorno il tema, visti i numeri in salita su scala nazionale e visto che, tutto sommato, è l’unico partito che mostra un plus rispetto al 2018. Forza Italia vive nel limbo del post-berlusconismo e non ha in programma altri scossoni, dopo l’avanzata di Licia Ronzulli (imposta e non votata) che ha creato la spaccatura con le anime di Gelmini e Carfagna.

Al centro la balcanizzazione di sigle e alleanze non è sufficientemente capita dagli elettori, che faticano ad individuare una proposta unitaria. Nel centrosinistra Enrico Letta è stato investito dopo l’era zingarettiana del compito di risollevare le sorti del partito, ma resta comunque il vulnus del congresso, anche se ha messo in campo le Agorà: al di là di come sta procedendo e di quali risultati porterà a casa, anche al Nazareno manca un momento di confronto e dibattito, percepito da molti ormai come rito inutile e poco funzionale. Carlo Calenda tra i singoli è riconosciuto dall’elettorato e ha impostato Azione su formule antiche.

Resta il consueto errore della politica italiana di non guardare al di là dei propri confini: in Germania il cancelliere Olaf Scholz durante la campagna elettorale aveva promosso una serie di forum, forse imitando l’azionismo dei Verdi che, non solo poi hanno avuto un exploit, ma guidano ora ministeri di peso. Idem per il tandem anti-sistema Melenchon e Le Pen in Francia, che hanno spinto con forza il tasto della partecipazione e della discussione nelle rispettive comunità.

Anche negli Usa, con le debite proporzioni, Democratici e Repubblicani si preparano alle midterm con le primarie e con mille incontri sui territori e non mollano lo schema della democrazia interna e del confronto con gli elettori. Solo l’Italia resta indietro (ancora una volta).

@L_Argomento

(Foto: Flickr)

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