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La narrazione liberale e l’insostenibilità delle piante carnivore

L’idea liberale ha bisogno di un adattatore di velocità, di tipo biologico e informatico

La narrazione liberale e l’insostenibilità delle piante carnivore

La narrazione liberale e l’insostenibilità delle piante carnivore
Viviamo la tragicità dell’era postmoderna afflitti dal disorientamento politico, dalla distanza sociale che si contrappone alla massima connessione e vicinanza social mediatica. Con un senso di catastrofe continua incombente, acuito dalla velocità infodemica con cui le tecnologie ci raggiungono, restringendo di un tanto al giorno quell’acquario in cui nuotiamo: il mondo conosciuto.

La democrazia liberale e il suo sociosistema politico sono stati modellati in epoca moderna, durante l’era industriale, in un mondo meccanico poi diventato elettronico e a breve cibernetico. Un mondo che era fatto di motori a scoppio, a vapore, di raffinerie e pozzi di petrolio, di studi radiotelevisivi.

Un pianeta tutto sommato ad andatura isometrica, con andamenti lenti e sincopati ma ancora cardio-compatibili.

Non è mai stata adattata, come direbbe Paul Virilio, alla dromologia, alle improvvise e violente accelerazioni, all’alta velocità del postmoderno. L’idea liberale ha bisogno di un adattatore di velocità, di tipo biologico e informatico.

L’elettorato e l’agone politico faticano oltremodo a rincorrere le tecnologie e a regolare o disinnescare la capacità esplosiva delle tante pulsioni al cambiamento continuo e repentino degli scenari di vita. Stiamo consegnandoci inevitabilmente ad un destino illiberale di sembianza tecno-liberale. Un ambiente sintetico dove sono gli algoritmi a determinare la consistenza e coerenza di una legge di bilancio o gli indicatori prestazionali di performances governative.

Una torre di babele con nuove regole degli scambi e nuove monete intangibili a regolare economia e finanza. Le nuove criptovalute saranno informazione e reputazione, scambiate in reti relazionali peer to peer.

L’occidente liberale sta perdendo in parte la fede nella narrazione liberale e nelle dinamiche democratiche, anche se la reclusione coatta della pandemia è davvero un formidabile propulsore della voglia di libertà e liberalità. Ma la narrazione liberale è storicamente strumento adottato dalla classe media e dalla gente comune, “che ama sentirsi rilevante, al centro di un futuro di cui si sente e dichiara artefice”. Quale rilevanza può riguardarla nel cyberworld di automi e algoritmi collegati in rete?

Il più grande spauracchio di massa è quindi oggi chiamato irrilevanza. Questo porta inevitabilmente ad accelerare ogni approvigionamento e rifornimento utile prima dell’ultimo salto, prima dell’incombente vuoto antropofugo.

Fenomeni come la Brexit o l’affermarsi di movimenti populisti e demagoghi anticasta vanno così riletti. L’idea liberale è l’idea sopravvissuta di tre diverse narrazioni popolari, delle quali due sono finite nel cestino dei rifiuti della storia, portando con sé il lugubre sacrificio e genocidio di milioni di vite umane. Celebra il valore e il potere della libertà. E’una utopia necessaria e raggiungibile che procede parallela al paradigma evoluzionista di Darwin.

Il genere umano è andato progressivamente evolvendosi, emancipandosi in una serie di mutazioni quasi genetiche del principio universale di libertà dei popoli. Passando dai regimi tirannici e feudali più oppressivi, in mancanza di diritti, libertà politiche e di vita e in presenza di limitate opportunità economiche, sociali e personali, costrizioni al movimento degli individui, delle idee e del libero scambio delle merci. Prendendo coscienza progressiva e liberale della centralità dell’idea democratica, la libertà è andata imponendosi, sostituendo le dittature e le tirannie monarchiche non illuminate.

La libera impresa ha messo la parola fine ai veti nazionalisti, corporativisti e monopolisti che inibivano il libero mercato. Strade aperte, autostrade, ponti arditi e aeroporti a pieni voli hanno sostituito mura, fossati, fili spinati e recinti ideologici.

La narrazione liberale ha mandato in frantumi prima la narrazione fascista e nazifascista e poi quella comunista, pre e post bellica. “Quella fascista presentava il mondo e la storia come lotta tra diverse nazioni con un unico gruppo umano predestinato”, una razza eletta a governare il mondo. Quella comunista lo incorniciava in un contesto tra classi differenti, con l’affermarsi di un unico sistema centrale totalizzante capace di assicurare l’uguaglianza a costo della libertà.

Quella liberale professa un mondo dove la storia viene letta come una continua lotta tra libertà e tirannide. Un mondo dove il genere umano conosce la libera cooperazione al fine di un bene collettivo supremo che è la pace e la prosperità dei popoli, grazie ad un ridotto controllo sociale, con una mitigata e accettabile dose di disuguaglianza, da pagarsi a corollario del tutto.

Ma è l’idea liberale a doversi liberare dall’idea che il crollo di ogni narrazione precedente, che ora in parte riguarda anche la propria, sia la fine catastrofica di una libera civiltà. Le narrazioni sono lunghi processi mentre i fenomeni sono avvenimenti con una curva gaussiana e un ciclo di vita relativamente breve. Si tratta di riconoscere che i mutamenti di scenario, a volte repentini, vanno inquadrati e analizzati in stringhe fenomenologiche di più lungo periodo.

Nelle cui sinapsi si originano distinte fasi che prevedono crisi risolvibili, non crisi irreversibili che annunciano inevitabili catastrofi. La formazione politica, capace di comprendere e interpretare processi e fenomeni disegnando poi le manovre correttive possibili, è il pane necessario per nutrire le competenze dell’idea liberale che oggi viene impropriamente, inabilmente tradotta. Il secondo grande spauracchio e nemico dell’idea e dello stato liberale si chiama oligarchia: quella corrotta. Un’oligarchia è una forma degenerata di democrazia: una democradura o forma dittatoriale dolce e deviata di democrazia.

Occorre notare che vivere sotto un regime oligarchico significa veder continuamente affacciarsi stati di crisi in alternanza a precedenti stati irrisolti di crisi, governi autocratici ad altri governicchi e rimpasti dei primi. Il meccanismo è quello di presentare al popolo una minaccia così totalizzante e prioritaria da cancellare ogni altra agenda politica di maggioranza e opposizione. Tale anzi da annichilire il senso logico stesso di opposizione.

I media e la comunicazione pubblica si inchinano proni allo stato permanente di emergenza e primaria necessità che, per assicurare una lunga durata del regime, viene protratto in avanti il più a lungo possibile, fino all’insorgere dell’emergenza prossima ventura. E così diventa un gioco da ragazzi trovare colpevoli e capri espiatori in tutti coloro che non rientrano nel ristretto oligopolio. Il fine ultimo di una oligarchia corrotta è gestire la catena di montaggio degli stati di crisi assicurandone la continuità produttiva. Qual’è il limite oggettivo di una oligarchia corrotta?

Il suo comportarsi alla stregua di una pianta carnivora autofaga. Finisce per mangiare sé stessa. Una volta svelata non attrae più l’ignara sua vittima. Vi sono nazioni di questo pianeta che assumono le sembianze della pianta carnivora.

A chi piacerebbe oggi emigrare a vivere in Russia o in Turchia? Quanti europei e americani e asiatici sarebbero disposti a mettere radici nel nostro Bel Paese? O in Paesi con una corruzione endemica, dove si riscontrino almeno una coppia di queste disforie istituzionali: nessun rispetto delle leggi e dei diritti umani, profonde diseguaglianze, servizi malfunzionanti, minoranze etniche e politiche perseguitate? Il limite mortale di una pianta carnivora è la sua annunciata e quindi inevitabile incapacità di attrarre e sedurre potenziali vittime.

Viaggiando s’incontrano molte persone e giovani menti che vogliono emigrare negli USA, in Canada, in Australia, In Inghilterra; molti meno disposte/i a trasferirsi in Cina e in Giappone; sempre più esigui quelli che vedono l’Italia come un luogo ove mettere radici. Ma nessuno disposto a trasferirsi in Russia e in Turchia.

La velocità del mondo phigital è capace di togliere e cancellare la bella patina di colori a nazioni costumate a piante carnivore. Smascherando le accattivanti democradure, mostrando il lato oscuro di ciò che viene presentato come sgargiante e variopinto mondo delle sicurezze di governo.

Una volta messa a nudo, la pianta carnivora rivela all’interno e all’esterno la sua vera natura e vulnerabilità e finisce, nel migliore dei casi, per essere abbandonata o a fagocitare sé stessa. Il detector politico che consente d’identificarla è l’idea liberale.
La naorrazione liberale e l’insostenibilità delle piante carnivore

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