Economia

La “damnosa hereditas” della patrimoniale ucraina

L’intervento di Claudio Togna: il costo, stimato per difetto, per la ricostruzione dell’Ucraina si aggirerebbe tra i 750 e i 1.000 miliardi di euro

di Claudio Togna

I numeri sono da brivido. Secondo i primi calcoli, di fonte europea, il costo, stimato per difetto, per la ricostruzione dell’Ucraina si aggirerebbe tra i 750 e i 1.000 miliardi di euro oltre naturalmente i 6 miliardi di euro al mese necessari per il mantenimento ordinario fino a ricostruzione ultimata.

Senza che vi sia stato un voto esplicito dei singoli Stati e dei rispettivi Parlamenti l’Europa per bocca della sua Presidente di Commissione Baronessa Ursula Von Der Leyen ha dichiarato che la ricostruzione dell’Ucraina e dei relativi costi rappresentano un debito per l’Europa (forse anche per altri paesi ma la Baronessa può impegnare la sola Europa). E tale “accollo di debito altrui” già stupisce in quanto impegnare l’Europa significa, per quota parte, impegnare anche l’Italia. E’ già a dir poco “bizzarra” questa traslazione impropria del peso economico risarcitorio dei danni derivanti dall’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa.

Traslazione impropria in quanto il principio di “responsabilità” quale elemento dello “ius gentium” impone che i danni vengano risarciti da colui che li ha causati e non da terzi soggetti in concreto, a loro volta, direttamente od indirettamente danneggiati. Nè vale a mitigare il concetto di traslazione impropria di responsabilità il riferimento da parte della Baronessa Von Der Leyen ad un ipotetico “piano Marshall“. Detto piano fu attuato alla fine della seconda guerra mondiale per mitigare le devastazioni dei paesi sconfitti all’interno di un conflitto mondiale e distruttivo.

Ora nonostante si cerchi di far apparire la guerra tra Federazione Russa ed Ucraina come guerra di principi e di ideologie tra autocrazie e democrazie, tra valori occidentali e valori non occidentali, iscrivendola in una cornice di “mondializzazione teorica” tale guerra è, allo stato, una guerra locale scatenata per “terra ed interessi concreti” e nei confronti della quale gli stessi Paesi NATO (e loro recenti affiliati) si muovono, nei fatti (anche se spesso non con le dichiarazioni) con estrema prudenza proprio per evitare che il conflitto degeneri da guerra locale a guerra mondiale.

L’Italia, a pieno titolo nell‘Alleanza Atlantica, sta facendo il suo sia con l’invio di armi (votato dalla politica ma, secondo i sondaggi, con la contrarietà di oltre la metà del popolo italiano) sia con le sanzioni economiche la cui efficacia risulta non ancora del tutto conosciuta per quello che riguarda gli effetti concreti sulla Federazione Russa ma assolutamente certa nel suo impatto devastante sulla economia italiana.

Tenuto conto altresì che il peso delle sanzioni economiche sotto il profilo sia della riduzione del flusso del gas (per scelta propria o imposta dall’avversario), del petrolio, delle materie prime anche alimentari sta producendo un fenomeno inflattivo di poco inferiore alla doppia cifra falcidiando, senza pietà, salari e potere d’acquisto.

Dipendenza energetica che si abbatte sulle altre economie europee in forma asimmetrica: la Francia infatti è sostanzialmente autosufficiente con le proprie centrali nucleari mentre la Germania (dipendente più di noi dal gas russo) ha maggiori centrali a carbone già rimesse in funzione ed è pronta, in ultima istanza, a rimettere in funzione le sue centrali nucleari sempre mantenute in efficienza e mai smantellate.

Da tale quadro emerge con chiarezza che, alla fine, solo l’Italia rimarrebbe con il cerino in mano sotto il profilo della crisi energetica non possedendo centrali nucleari ed essendo molto indietro anche nella localizzazione dei riclassificatori che consentirebbero di poter utilizzare il gas liquido di produzione non russa.

E tenendo comunque presente che la sostituzione del gas russo con gas di altri paesi comporterà comunque uno spaventoso aumento del costo dell’energia tale da mettere in ginocchio imprese prima e consumatori poi: il tutto all’interno di una cornice inflattiva inesorabile.

Nè di conforto per i cittadini italiani appare la pervicacia ostinazione della Commissione Europea per la cosiddetta “revisione degli estimi catastali” dietro la quale si celava, per ammissione espressa della stessa Commissione, il pressante suggerimento al Governo italiano per l’introduzione di una tassa patrimoniale sugli immobili ancora più pesante dell’attuale famigerata IMU. E che solo l’ostinata volontà di Forza Italia, della Lega e di Fratelli d’Italia ha, almeno per il momento, scongiurato.

Intere filiere produttive italiane dall’alimentare, al vinicolo, alle calzature, alla moda, alla metalmeccanica, al turismo stanno ricevendo un colpo pressocchè mortale dalle sanzioni contro la Federazione Russa: e quando perdi settore di mercato a favore di altri competitor poi diventa complicato se non impossibile riprenderli se non in minima parte.

In tale quadro economico la solidarietà dell’Italia nei confronti dell’Ucraina in tema di conseguenze economiche, accoglienza, invio di armi non può nè deve essere considerata nel perimetro di un piano Marshall non essendo evidentemente, allo stato, l’Italia belligerante o co-belligerante di alcuna guerra mondiale ma solo solidale, nell’effettività, con un paese aggredito al fine di evitarne la capitolazione e favorire un processo di pace negoziale.

Lo sforzo, in buona sostanza, che si chiede al nostro Paese richiede da parte dell’Europa e degli alleati anglo-americani una migliore perimetrazione del concetto di solidarietà. Solidarietà ed aiuti verso l’Ucraina quale paese aggredito ma anche solidarietà ed aiuti nei confronti dell’Italia che è quella che più paga in termini economici e geopolitici la vicinanza al popolo ed al governo ucraino.

Ma tali solidarietà che il Premier Mario Draghi aveva cercato di ottenere attraverso la fissazione di un tetto (e cioè di un prezzo massimo) per l’acquisto del gas e lo stanziamento di fondi senza obbligo di restituzione finalizzati all’affrancamento in termini energetici dalle risorse fossili a quelle rinnovabili ed al nucleare di nuova generazione non sembrano essere, come dire, all’ordine del giorno nelle priorità della politica europea. Sostanzialmente siamo soli. Gli ucraini, bisogna ammetterlo, sono stati (e sono) più lungimiranti, e fortunati, di noi nella scelta delle amicizie.

L’Italia non è un paese talmente ricco (come i paesi anglosassoni vincitori della seconda guerra mondiale) che possa permettersi anche di poter pagare, attraverso le tasse (nazionali o di sistema) a carico dei propri cittadini, la ricostruzione dell’Ucraina.

I segnali certo non sono incoraggianti nè ha pregio l’obiezione della eventuale partecipazione al “business” della ricostruzione. Con una punta di malignità, come chiarito dagli organi di stampa, in una ipotetica ricostruzione dell’Ucraina all’Italia verrebbero assegnati i territori su cui attualmente risultano stabilmente trincerate le truppe della Federazione Russa. La furbizia italica mandata a scontrarsi contro il “martello di Stalin”: il nostro atlantismo non ne esce evidentemente ben ricompensato.

Draghi e la sua agenda travolti dalle ripercussioni economiche della guerra e delle sanzioni in termini, sociali, imprenditoriali e di sistemi passerà insieme con il suo cerchio magico di consiglieri. La Baronessa Von Der Leyen passerà (ma di panni di cui vestirsi ne ha tanti). Al nostro Paese l‘Europa rischia di lasciare un’eredità “negativa” in termini di disperazione economica cui sarà complicato sottrarsi.

Non tutte le eredità portano bene. Alcune sono dannose ed infatti i giuristi romani le qualificavano quale “damnosa hereditas“: particolarmente rovinosa per gli eredi da cui ci si poteva difendere esclusivamente con la accettazione “con beneficio d’inventario”. Beneficio d’inventario che andrebbe traslato dal mondo giuridico al mondo politico per ridisegnare, con pragmatismo e realismo, la stessa nozione di atlantismo in forma matura e non dogmatica avendo come punto di riferimento, unitamente alla solidarietà, anche quello dell’interesse nazionale.

@L_Argomento

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