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Economia

Italia senza gas in Adriatico: è colpa sua

BEPPE GRILLO
BEPPE GRILLO

E’ stato il Movimento Cinque Stelle a diminuire drasticamente la nostra produzione di gas, durante il primo e il secondo governo Conte. In questa fase di crisi energetica, i tanti mantra di Grillo contro le trivelle pesano per quasi 8 miliardi sui nostri conti e la politica panambientalista del movimento si è rivelata un boomerang.

Grillo e il ‘no trivelle’

Era il 2019 quando Beppe Grillo tuonava dal suo blog: “Le trivelle? Costose, pericolose e insostenibili”. Anche se il referendum “No Trivelle” del 2016 era fallito, per mancanza di quorum, la lotta di Beppe Grillo contro i gasdotti è continuata incessantemente perché “Bisogna far capire a dei fossili che il fossile è finito” e non sembra ancora essere terminata, a giudicare dagli ultimi post apparsi sul suo blog.

Nel 2018 nel programma del governo gialloverde fu sancita la fine delle trivellazioni e veniva ribadita: “l’assoluta inopportunità a proseguire o ad autorizzare nuove trivellazioni, poiché ogni altra attività legata a prospettive di estrazione di idrocarburi in mare e in terraferma, ancorché meramente esplorativa, intaccherebbe l’integrità dei siti marini e terrestri”. Così qualunque possibilità di andare alla ricerca del petrolio in mare italiano svanì e vennero bloccate circa ottanta piattaforme di ricerca nelle acque territoriali italiane, mentre Croazia, Montenegro e Grecia proseguirono con le loro esplorazioni, proprio di fronte all’Italia, negli stessi giacimenti metaniferi.

La contrarietà alle trivellazioni fu riaffermata anche nel successivo governo giallorosso ed ora che siamo in piena crisi energetica il conto è salatissimo: all’Italia costa circa 8 miliardi di euro non avere un prodotto fossile estratto da nostri giacimenti e che invece siamo costretti ad importare in maniera massiccia, per poter diversificare le fonti di approvvigionamento e liberarci dalla dipendenza russa.

Non di poco conto è il fatto che uno dei nove punti del documento che Giuseppe Conte ha consegnato a Mario Draghi, prima del voto di fiducia sul decreto Aiuti, sia “No a nuove trivelle”, a dimostrazione che il M5S, malgrado il contesto e le necessità attuali, continua nella sua linea di piena intransigenza.

Il tap

Di contro, la nostra partecipazione al progetto EastMed, gasdotto destinato a unire i giacimenti di Israele e Cipro con Grecia e Italia, fortunatamente non è stata bloccata e permetterà di far arrivare in Europa una quantità di gas naturale tale da favorire una parte della diversificazione energetica e diminuire drasticamente la dipendenza dalla Russia, soprattutto con le chiusure del Nord stream 1 e le riduzioni dal Nord stream 2.

Grazie poi al Tap, la Trans-Adriatic Pipeline, ultima sezione del Corridoio meridionale del gas che arriva in Puglia (dopo aver attraversato Grecia, Albania e Mar Adriatico), l’Italia beneficerà di un aumento delle forniture da parte dell’Azerbaigian, da cui oggi importiamo circa 6 miliardi di metri cubi di gas. E’ quanto prevede un memorandum d’intesa firmato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e dal presidente azero, Ilham Aliyev, con una tappa intermedia: passare entro l’anno dagli attuali 8,1 miliardi di metri cubi a 12 miliardi, per arrivare a 20 miliardi di metri cubi in pochi anni.

E proprio sulla Tap nel 2018, all’interno del M5S, si consumò uno scontro durissimo. L’allora premier del governo gialloverde Giuseppe Conte dichiarava: “Interrompere la realizzazione dell’opera comporterebbe costi insostenibili, pari a decine di miliardi di euro. In ballo ci sono numeri che si avvicinano a quelli di una manovra economica”, mentre Grillo dal Circo Massimo a Roma urlava ai militanti pentastellati: “Vogliamo il gas che passa sotto quei cazzo di ulivi della Puglia o non lo vogliamo?”

Col senno di poi, è stato un bene che, almeno in quel momento, la bandiera del “Vaffa al tap” sia stata ammainata, altrimenti ci sarebbe da fare i conti con una situazione ben più grave dell’attuale.

@L_Argomento

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