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Internazionale

Invio delle armi a Kiev: il dilemma delle opposte morali

L’intervento di Claudio Togna: “Mai come in queste situazioni il dubbio morale si trova ai limiti della lacerazione”

di Claudio Togna

La guerra tra Federazione Russa ed Ucraina sta producendo, nel nostro Paese ma non solo, un lacerante dibattito sul fronte della “teorizzazione morale”. Posta l’inesistenza di un fondamento scientifico obiettivo per la moralità ne discende che si pone, in tutta la sua tragicità, il problema del rapporto con le persone con cui si pongono dei “disaccordi morali”. Quando non è chiaro cosa sia giusto e cosa sbagliato (in questo caso l’invio o meno di armi all’Ucraina) quali sono i principi fondamentali in base a cui decidere?

Vale la pena di riprendere, sul punto, le idee di Sean Carroll (Sulle origini della vita, del significato e dell’universo). Secondo tale autore due idee servono come utile punto di partenza: consequenzialismo e deontologia. A rischio di semplificare enormemente migliaia di anni di discussioni e riflessioni, detto in sintesi, i consequenzialisti ritengono che le implicazioni morali di un’azione siano determinate dalle conseguenze provocate dall’azione; mentre i “deontologici” ritengono che le azioni siano moralmente giuste o sbagliate in sè e per sè non per via degli effetti a cui possono portare.

In tale logica dicotomica l’imperativo morale di “fornire armi a Kiev” al fine di raggiungere un assetto negoziale diplomatico equilibrato (nelle forme estreme a vincere la guerra) è un tipico modo di pensare consequenzialista. Voler perseguire una via diplomatica, senza invio di armi per il rifiuto di ogni guerra, è la regola aurea di “deontologia in azione”. La deontologia si concentra sulle regole.

Il problema, come dimostra Carroll, è che sia il consequenzialismo che la deontologia sembrano del tutto ragionevoli a prima vista. Secondo lo psicologo Joshua Greene non abbiamo solo “pensieri lenti e veloci” ma anche una moralità lenta ed una veloce. Secondo tale schema per i consequenzialisti risulta imperativo armare l’Ucraina mentre il sistema deontologico abolisce l’idea.

All’attualità queste sono posizioni di dilemma morale (e di riflessioni attente sulla moralità e su quello che distingue il bene dal male secondo gli insegnamenti del “costruttivismo morale” (e cioè l’ipotesi che le indicazioni morali siano delle strutture elaborate dagli esseri umani sulla base di giudizi e credenze soggettivi piuttosto che essere fondati su qualcosa di esterno la domanda stessa) risulta sovrastata ed annullata dalla dimensione “teologica” del dibattito fatta propria dal pensiero politico dominante. E’ in atto, cioè, il tentativo, ed uso le parole ed i concetti di Armando Verdiglione, di mutare le proposizioni laiche (ancorché contestabili) di chi non sostenga la “guerra teologica” in una “perversione eretica”.

Il dilemma morale viene risolto cioè nel dogmatismo più teologico che ideologico della “verità” della tesi consequenzialista. Tale impostazione ideologica (o teologica) si distingue da un processo di lettura e di analisi delle tesi dei non allineati perché tratta il pensare altrimenti, la “dissidenza” rispetto ad un politicamente corretto (teologicamente imposto) come dissenso rispetto ad un sistema, ad un apparato teologico.

L’oggetto di condanna non è il contenuto della proposizione (in quanto il dilemma morale esiste anche nella sua posizione di “deontologia”) ma della stessa “pensabilità” di una proposizione che non sia quella consequenzialista. Con il che il pensiero unico diviene “principio di autorità autoaffermato” conformato e confermato dal politicamente corretto e assunto a dato non più di pensiero razionale, e quindi aperto al dubbio, ma a dato teologico nei confronti del quale “si deve” avere fede.

Al di fuori della fede non rimane certo il dubbio razionale ma la sola eresia. E in un sistema teologico, come  è noto, la posizione dell’eretico non è certo invidiabile. Appare quindi evidente che il dilemma morale costituito dall’inviare o meno armi all’Ucraina sia in realtà il punto di emersione con il quale, ed a mezzo del quale, la “teologica della morale” cerca di regolare i conti, una volta per tutte, con il “costruttivismo morale” che la riporta all’interno delle scienze sociali razionali.

Come riflette Carroll ammettere che la moralità è costruita piuttosto che imposta” come dogma da parte di un non meglio precisato aldilà, non significa certo che la morale non esista. Ma alla sua radice non può essere eliminato il “dubbio morale“. Secondo il non detto consequenzialista con l’invio di armi  non si sta direttamente cercando di uccidere le persone contro le quali le armi dovranno essere usate: secondo la tesi deontologica l’invio delle armi è nella sostanza come sparare sulle persone.

Il lato emotivo umano può cambiare nella prospettiva: un conto è inviare armi disinteressandosi, in concreto, del loro utilizzo altro è prendere atto che l’invio delle armi è l’antecedente logico e giuridico del loro utilizzo e quindi dell’uccisione in una sequenza procedimentale che non ammette valutazioni morali differenziate (un po’ quello che nelle scienze cognitive chiamano il “problema del carrello” o “problema del cavalcavia”).

Ed i dubitanti debbono competere sopravanzando gli altri con argomentazioni migliori e non reagendo da inquisitori medievali per imporre, con il ferro e co il fuoco, la vera fede. Mai come in queste situazioni il dubbio morale si trova ai limiti della lacerazione: ma costruire la pace significa anche, come antecedente logico necessario, ragionare correttamente sulla moralità e sulla sua costruzione.

@L_Argomento

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