Inclusione scolastica, arrivano i robot

Inclusione scolastica, arrivano i robot

Una best practice in Puglia: laboratori scolastici dove si insegna a programmare i robot

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Inclusione scolastica, arrivano i robot
A differenza dei computer che utilizzano come base delle proprie informazioni un sistema binario – 1 o 2, sì no, acceso o spento -, i robot agiscono nel mondo reale attraverso sensori che devono essere elaborati e pensati tenendo conto di variabili esterne articolate.

In altre parole se per i primi il mondo è in bianco e nero, i secondi vivono di grigi. Imparare a costruirli e a programmarli richiede logica, creatività e osservazione, perché’ obbliga a entrare in relazione con una complessità che bisogna capire e gestire.

Nello stesso tempo insegna a lavorare in gruppo, a condividere, a rispettarsi e a rispettare le regole.

Stiamo parlando di robotica educativa, che è il cuore di “Rob.in” (acronimo di Robotica educativa inclusiva per minori con bisogni educativi speciali), progetto che, in Puglia, cerca una risposta all’abbandono scolastico attraverso un’alleanza educativa tra famiglie, associazioni e scuola e grazie all’utilizzo di modalità didattiche che coniugano innovazione e inclusione.

L’applicazione di elementi di robotica nelle attività di laboratorio delle scuole, per facilitare l’apprendimento di materie scientifiche, come fisica o matematica (ma anche inglese), è la novità di questo progetto, selezionato dall’impresa sociale

Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Coinvolge i comuni di Cerignola, San Giovanni Rotondo e Taranto (Città vecchia) e punta, tra l’altro, a implementare una rete regionale di laboratori sociali, in forma di FabLab, composta da enti privati e pubblici, in cui minori a rischio di povertà educativa e minori con bisogni educativi speciali possano trovare sostegno e nuovi stimoli all’apprendimento.

Fanno parte della rete che da’ vita al progetto Escoop (European social cooperative), Associazione europea solidale onlus, Cantieri di innovazione sociale, Enea-Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile; ma anche Iress, Naps Lab, il Comune di Cerignola e tre scuole, una per ogni comune coinvolto: istituto comprensivo “Melchionda-De Bonis” di San Giovanni Rotondo, istituto professionale “Cabrini” di Taranto e istituto comprensivo “Don Bosco Battisti” di Cerignola.

L’emergenza sanitaria legata alla pandemia da covid-19 ha complicato l’avvio del progetto, che è partito «a macchia di leopardo», come spiega Marco Sbarra, direttore di Escoop: c’è la consapevolezza che sarà necessario rimodulare il percorso per recuperare il tempo perduto e affiancare ragazzi e docenti con tutti gli strumenti programmati.

A Taranto l’attività laboratoriale è partita a novembre, e appena le condizioni sanitarie lo consentiranno, si avvieranno anche quelle degli altri due comuni. A regime i ragazzi coinvolti nel triennio saranno circa 700 dell’ultimo anno delle scuole medie e dei primi due delle superiori, con una media di 250 ragazzi a comune. In questa prima fase complicata dal virus, il sostegno si è concentrato soprattutto sull’ascolto dei bisogni di scuola e famiglia e in un aiuto concreto nell’organizzazione della didattica a distanza.

Nel 2021, anno che si è aperto tra molte incertezze, dovrebbe partire anche la formazione dei docenti con l’Enea. Il lavoro legato più strettamente alla robotica è particolarmente significativo per i ragazzi con bisogni educativi speciali, come spiega Andrea Zanela, ricercatore Enea.

La robotica educativa è legata, tra l’altro, alla creatività e alla fantasia e permette di far emergere qualità e talenti che altrimenti, nelle normali attività scolastiche, rimangono sottaciuti. Quando si entra in un contesto creativo, in cui tutti devono fare qualcosa e ognuno è titolare di un passaggio del lavoro complessivo, il lavorare insieme e l’aiuto reciproco concorrono nel compensare i deficit. I campi di applicazione del progetto di robotica sono molti, come anche le competenze da apprendere e applicare.

Ad esempio, per far segnare un gol al robot in una gara di calcio, dribblando altri robot, occorre apprendere elementi di fisica e risolvere equazioni di matematica, capire l’inglese e altro ancora. Insomma studiare, seppur in modo nuovo.

C’è poi un aspetto altrettanto importante del percorso formativo, che è quello della competizione finale, uno dei risultati a cui tende la stessa attività laboratoriale: la sfida tra squadre di ragazzi formati nei progetti di robotica è una grande motivazione, ma al tempo stesso insegna a gareggiare stando nelle regole, a collaborare e scambiarsi emozioni e saperi. In Italia vivono quattro milioni di ragazzi tra gli 11 e i 17 anni che frequentano le scuole medie e le superiori, quasi la metà dei minori residenti nel Paese (42%).

È un’età di passaggio e di scelte, molte delle quali daranno un preciso indirizzo al loro futuro, a partire dal percorso di studi. Secondo il report nazionale “Scelte compromesse.

Gli adolescenti in Italia, tra diritto alla scelta e povertà educativa minorile”, realizzato dall’Osservatorio #conibambini e promosso da Openpolis e Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, è il periodo della vita in cui i divari, troppo spesso collegati con l’origine sociale, pesano di più nella scelta di lasciare gli studi.

«L’abbandono scolastico prima del tempo, più frequente dove ci sono fragilità sociali, è l’emblema di un diritto alla scelta che è stato compromesso», si legge nel report. Secondo gli osservatori, «i divari educativi dipendono anche dalla condizione di partenza»: chi ha alle spalle una famiglia con status socio-economico-culturale alto, nel 54% dei casi raggiunge risultati buoni o ottimi nelle prove d’italiano, mentre per i loro coetanei più svantaggiati il risultato è insufficiente. Inoltre due terzi dei figli con entrambi i genitori senza diploma non si diplomano a loro volta.
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