Il vero Dante? Scandaloso e audace

Il vero Dante? Scandaloso e audace

Una lettura acuta e originale di Dante, straordinario innovatore del linguaggio e

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Il vero Dante? Scandaloso e audace
Una “singolarità”, parola che in scienza ha un valore poderoso, quasi terrificante: è questo il termine che il critico americano Harold Bloom, padre del celebre e controverso Canone occidentale, ha scelto per definire Dante, nel momento in cui lo ha posto, accanto a William Shakespeare, al centro della propria costellazione canonica.

E questa singolarità eccezionale ruota, nell’analisi del debordante studioso scomparso nel 2019, intorno a due figure apparentemente distanti nella struttura letteraria e teologica della Commedia come quella di Ulisse, consigliere fraudolento che brucia in eterno nelle Malebolge infernali, e quella di Beatrice, incarnazione ultima della Verità e chiave del percorso ultraterreno e di redenzione del poeta. Secondo Bloom nell’Alighieri si trova uno “spirito selvaggio e possente, politicamente scorretto al massimo grado.

Dante è il più aggressivo e polemico dei grandi scrittori occidentali” e la sua “straordinaria audacia non ha paragoni nell’intera tradizione della letteratura suppostamente cristiana, Milton stesso compreso. Al pari di questi era un partito politico e una setta di uno solo”.

Polemista nato, nemico di ogni forma di politically correct, Bloom è al suo meglio nel battersi con le interpretazioni devozionali o, peggio, improntate a una mera “versificazione di Sant’Agostino”.

E in Beatrice, nella meravigliosa luce di Beatrice, che in fondo sembra illuminare tutta la cosmogonia dantesca, il critico trova il primo grande appiglio per la propria interpretazione teorica. “Nient’altro nella letteratura occidentale – ha sostenuto Bloom – è altrettanto scandaloso dell’esaltazione che Dante fa di Beatrice, sublimata da immagine del desiderio a statuto angelico, ruolo nel quale diviene un elemento di importanza cruciale nella gerarchia ecclesiastica della salvezza”.

Da qui, da questa semplice rivoluzione copernicana, deriva la potenza di Dante, la sua unicità icastica, la sua “perdurante capacità di porre in primo piano il potenziale apocalittico” della sua poesia.

Si può ovviamente dissentire, e in molti nei confronti di Bloom lo hanno fatto e continuano convintamente a farlo, ma non si può negare l’ardimento di avere scelto questa lettura incandescente per porre Dante, insieme al Bardo, al centro del Canone, al cuore del meccanismo che anima ciò che chiamiamo la letteratura occidentale, ossia il nostro più potente e radicato patrimonio culturale.

Ardimento che è lo stesso, ed è ugualmente selvaggio, seppur in una cornice di radicale umanesimo, che anima l’altra figura chiave della Commedia secondo Bloom, ossia Ulisse, cui il poeta dedica alcuni dei versi in assoluto più indimenticabili di tutte le cantiche, pur relegando l’eroe, che quasi nulla ha a che fare con il suo modello omerico, Odisseo, nelle profondità dell’Inferno, costretto a bruciare ininterrottamente nella fiamma del tradimento.

Questo Ulisse non ha neppure l’elemento costitutivo del personaggio greco, ossia il ritorno a casa, ma acquisisce in Dante la forza mitica di rappresentare la passione di conoscere tutto il conoscibile, a qualunque prezzo.

E questo, ne siamo certi, non poteva non avere un fascino irresistibile per il critico americano, e, possiamo ipotizzare, anche per il poeta fiorentino. “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

Basta questa terzina del Canto XXVI dell’Inferno a dare la cifra del valore universale dell’orazion piccola di Ulisse ai suoi uomini, in procinto di affrontare l’ultima parte del “folle volo” oltre tutti i limiti e i confini consentiti.

Un altro elemento rivoluzionario che alimenta le polveri, alla Guy Fawkes viene da dire, della lettura Bloomiana di Dante.

“Poiché il viaggio di Dante, nel poema, è un folle volo non dissimile da quello di Ulisse, l’affinità poetica tra i due uomini pesa di più della loro diversità morale”, nonostante la conferma della condanna eterna.

Anzi, proprio la condanna eterna certifica la forza eretica che Bloom ha scavato dal cuore dell’Alighieri. E la chiosa del colto polemista è inevitabile: “Nulla distrugge il genio di Dante più prontamente dei commenti che esaltano la sua presunta pietà e le sue virtù umane”.

Nel Dantedì è affascinante ricordarsi anche di questa potente e urticante interpretazione del poeta da parte di un critico come Harold Bloom che, pure lui, ha fatto la storia della letteratura.
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