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Internazionale

Il modello Dayton per il tavolo di pace sull’Ucraina. I consigli dell’ “inviato” Di Giannantonio

Intervista al volto del Tg1: “Si giunge alla pace attraverso l’accettazione di una serie di compromessi. La Turchia? Stava andando verso un default finanziario: oggi ha l’occasione per tornare ad essere un interlocutore non più tollerato, ma addirittura simpatico”

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Gli accordi di Dayton del 1995 che condussero alla pacificazione nella guerra in Bosnia come modello per il tavolo negoziale sull’Ucraina. Lo pensa il giornalista Paolo Di Giannantonio, volto noto del Tg1 e inviato, che ha seguito da vicino scenari complessi come la ex Jugoslavia e la Somalia.

Ieri la Bosnia, che lei ha seguito come inviato, oggi l’Ucraina: ci sono affinità tra i due conflitti?

No, credo solo la violenza sul campo come ricerca di una soluzione a problemi che sono complessi. In Bosnia erano diverse entità in uno stesso paese che si confrontavano, mentre in Ucraina c’è uno stato che ne invade un altro.

In entrambi i casi si può parlare anche di un occidente in ritardo rispetto ai fatti?

Occidente in ritardo, ma anche tutta la disamina di carattere conservatrice che parla di suicidio per un occidente debole e in ritirata. Sicuramente elementi di questo genere sono presenti, ma noi ci confrontiamo con un punto estremo che ormai prendiamo in considerazione da quando è scoppiata questa crisi.

Ovvero?

L’uso dell’arma nucleare. Si tratta di armi che sono state costruite in grande quantità per non essere usate. Sappiamo che qualora si arrivasse ad un’escalation ulteriore, verrebbero utilizzate prima di tutto in Europa. Per cui intanto decidiamo se questo è importante o no. Il nostro ritardo è di tipo politico, perché avremmo dovuto immaginare una soluzione a problemi antichi come la dissoluzione dell’ex Unione Sovietica. In quel versante non abbiamo fatto politica e non abbiamo pensato a come dovesse essere il dopo.

Per quali ragioni?

Non pensavamo che ciò potesse accadere, speravamo che il grande braccio di ferro sarebbe stato tra Usa e Cina, con il resto dell’occidente più o meno orientato a sostenere gli americani. Il ritardo c’è stato quindi. Non lo vedo invece da quando è cominciata la guerra: c’è chi vorrebbe un uso più forte dei muscoli, ma poi torneremmo al problema nucleare. Per cui è stato un bene aver tenuta bassa l’intensità del conflitto.

Gli accordi di Dayton sulla Bosnia possono rappresentare un modello per i cosiddetti nuovi trattati sull’Ucraina?

Assolutamente sì, Dayton dal punto di vista filosofico è stato l’estremo momento in cui si cercava una trattativa. Non dimentichiamo che si giunge alla pace attraverso l’accettazione di una serie di compromessi che magari in una fase iniziale non sono plausibili e invece successivamente sì. In realtà la vita e la diplomazia sono figli della capacità di fare compromessi. Purtroppo oggi in Bosnia i problemi stanno riemergendo ed esiste la possibilità che si torni ad un confronto armato: ma da Dayton in poi quella terra così difficile ha vissuto la pace abbozzando un po’ di vita normale.

Il tavolo negoziale di Istanbul ha speranza di dare dei frutti? E quale il ruolo tutto tattico di Erdogan?

Da quando è esplosa in mille pezzi la precedente disciplina bipolare del mondo, sono venute fuori una serie di potenze intermedie regionali tutte a carattere più o meno autoritario che hanno immediatamente occupato gli spazi geopolitici che erano stati lasciati dai protagonisti. Vedo in questa fase molto più attivismo russo nelle vicende mediterranee, oltre ovviamente a quello turco. Sono stato in Turchia diverse volte, una in particolare quando i Carabinieri mi chiesero di partecipare, per quanto attiene alla comunicazione, ad alcuni corsi che tenevano alla gendarmeria turca al fine di “democratizzarla”. Ho visto che ci sono grosse differenze come dimostra la non ammissione turca in seno alla grande famiglia europea. Da quel momento i turchi decisero di trovare altri spazi con altri partner, utilizzando delle rimembranze ideologiche e politiche.

E oggi?

La Turchia stava andando verso un default finanziario importante, per via della politica di Erdogan fin troppo audace che ha provocato una serie di problemi con gli americani sui missili russi e con l’Ue per i profughi: oggi ha l’occasione di tornare ad essere un interlocutore non più tollerato, ma addirittura simpatico. Così Ankara torna a sedersi al tavolo da pranzo, con un cameriere che lo serve e lo omaggia. Per il suo leader è una bella soddisfazione.

L’Ue in questa guerra sembra vivere una nuova fase: si è coagulata attorno all’atlantismo, prova a parlare con una voce sola anche su temi scivolosi come l’energia. Un fuoco di paglia così come le numerose promesse del passato sulla difesa europea o questa volta sarà quella buona?

La paura c’è stata e dovrebbe portare a più miti consigli: un’Europa più unita, sotto tutti i punti di vista, con una guida politica maggiormente efficace, sicuramente farebbe del bene. Però è anche vero che i nostri sono sistemi economici estremamente capitalistici, per cui alla fine gli interessi di ciascun paese restano quelli. Se per caso Italia e Francia riuscissero a cooperare in Africa del Nord e Sahel allora avremmo la controprova che le cose stanno cambiando. Abbiamo assistito alla decisione tedesca di stanziare 100 miliardi per la difesa, che significherà un rafforzamento militare tutto verso est. Altro scacchiere connesso a quello sud-mediterraneo è quello del nord-est verso la Russia, dove bisognerà fare i conti con i paesi di Visegrad, che rappresentano un fattore di disunità rispetto all’Europa. Ricordo una frase molto indicativa di Viktor Orban nel 2018 secondo cui “negli anni ’90 l’Europa era il nostro futuro, oggi siamo noi il futuro dell’Europa”. Io penso che Orban debba ancora cambiare la sua frase e tornare alla formulazione originale.

@L_Argomento

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