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Il mistero 2 giugno: cosa c’è dietro

La Festa della Repubblica nasconde quattro segreti che con L’Argomento abbiamo ricostruito incrociando due fonti coperte

Il mistero del 2 giugno

Il mistero 2 giugno: cosa c’è dietro
Il Referendum istituzionale Monarchia-Repubblica decise la forma dello Stato.

L’Italia, che era stata monarchica per il prevalere di Cavour su Mazzini (se le diedero di santa ragione tra il 1848 e il 1870) e del Piemonte sulla Lombardia, dopo il fascismo non poteva rimanere più com’era prima.

Il giusto diktat era quello delle quattro potenze liberatrici – Usa e Urss, Francia e Regno Unito – che imposero a Giappone, Germania e Italia di rivedere profondamente il loro assetto. La Germania era già una repubblica, divenne federalista; l’Impero del Sol Levante tolse all’imperatore ogni potere vero e lo consegnò al primo ministro; in Italia si impose la necessità di svolgere un referendum, anche perché al decisivo vertice di Yalta il trattato che assegnava l’Italia non era chiarissimo su questo punto. Gianni De Michelis, che ebbi più volte la fortuna di intervistare, mi chiarì per sommi capi le posizioni: americani e sovietici erano d’accordo, l’Italia doveva diventare repubblica (parlamentare per i primi, presidenziale per i secondi, che la appaiavano alla Yugoslavia di Tito). Per il Regno Unito doveva rimanere un regno, cambiando però la casa reale; il potente MI5 si incaricò di sondare le strade, ne uscì subito fuori un incastro complicatissimo.

La Francia era timidamente a favore di una monarchia temperata (la stessa che Napoleone impose al Belgio e al Lussemburgo, per intenderci). Per farla breve: non ne vennero a capo e delegarono per la prima volta un capitolo degli accordi di Yalta alla forza dei numeri. E decisero di dare la parola agli italiani. Venne indetto il referendum, co-finanziato dai quattro vincitori. Mosca impose alcune regole, tra cui i seggi volanti anche nelle fabbriche e nelle campagne, il suffragio universale e il voto alle donne.

Gli americani proposero la registrazione preventiva dei votanti e i seggi ubicati solo nelle città urbanizzate, allora identificate con la presenza di linee di telefono e telegrafo. Ma Francia e Uk ancora una volta dissero agli alleati di non farla tanto difficile: dovevano votare tutti, le donne e gli analfabeti inclusi. E all’epoca parliamo per questi ultimi del 20% degli elettori, fino ad allora sempre esclusi.

Le donne che parteciparono al voto furono 13 milioni, gli uomini 12. Mai fino ad allora in Italia le donne avevano partecipato ad elezioni, e il loro apporto fu decisivo per un voto dalle tante incognite.

Sul quale, come sospettano molti, vi fu più di una ingerenza. I quattro vincitori della seconda guerra mondiale parteciparono alla campagna a sostegno l’uno della repubblica e l’altro della monarchia.

Dopo cinque anni di guerra non si poteva lasciare l’Italia nelle mani del caos derivante dall’inflazione e alle vendette incrociate che ancora, tra la fine del 1944 e la metà del 1946, insanguinavano soprattutto il centro-nord. Il punto è che ciascuno remava dalla sua. E così gli americani iniziarono a sostenere la loro idea di repubblica parlamentare; i russi sostenevano con Togliatti l’idea di una repubblica “fondata sul lavoro”, come recita anche la loro costituzione socialista; gli inglesi pagarono fiori di milioni di sterline per le campagne a favore della Monarchia. Si capì subito che gli italiani erano divisi, a Nord più repubblicani, nel centro-sud ancora legati al Re.

I francesi si chiamarono fuori quando i primi tribunali iniziarono a ingolfarsi di molte migliaia di denunce per le “maroquinades”, le migliaia di violenze e di barbare uccisioni perpetrate dalla Brigata Marocchina – un contingente panafricano sotto l’egida francese, operativo nel centrosud dopo lo sbarco americano di Salerno – e decretarono di restarne fuori.

Il Duca d’Aosta, che gli inglesi avevano sondato come possibile succedaneo di Vittorio Emanuele III, si tirò indietro rendendo nota la sua indisponibilità assoluta. Fin qui il racconto che incrocia le testimonianze raccolte da storici importanti (Lucio Villari e Alessandro Barbero tra quelli da me consultati) con le interviste storiche agli ultimi testimoni.

C’è poi una prova documentale che testimonia il tentativo degli americani di incidere direttamente sull’esito del voto. Emerge del tutto casualmente da un file Cia desecretato nel corso del processo Kennedy. Il giudice Jim Garrison presta giuramento quale teste e deve brevemente riassumere la sua carriera in seno alle istituzioni americane. Dichiara sotto giuramento: “Sono stato un agente dei servizi segreti americani durante le operazioni in Italia al termine della seconda guerra mondiale. Ho assistito l’Intelligence nell’ambito del pilotaggio dei risultati referendari del 1946, secondo gli ordini che avevo ricevuto”.

Il testo è riportato nell’edizione americana di On the Trail of the Assassins, 1988. Ed è l’unica testimonianza nero su bianco da parte di un ex ufficiale dell’intelligence americana; il Parlamento italiano non ha mai aperto alcuna inchiesta sul tema, e d’altronde la ratifica della Repubblica, esito finale del Referendum del 2 giugno 1946, non è messa in discussione da nessuno.

È rimasto il segreto di Pulcinella della prima Repubblica, una realtà su cui chi era maggiormente edotto – Einaudi e De Gasperi, Andreotti e Nenni, Togliatti e Sargat, Malagodi e La Malfa – decise di tenere il timone ben saldo, puntando sul consolidamento della democrazia parlamentare, l’adozione di una carta costituzionale frutto del compromesso e l’adesione a una sfera atlantica non priva di influenze sovietiche.

Gli italiani, è la conclusione di tante interviste ed inchieste, votarono liberamente, benché influenzati gli uni e gli altri dalle diverse campagne propagandistiche. Ma si trattò della prima campagna libera, proprio perché non furono univoche le pressioni, e se vi furono interessi internazionali e big players in campo – come è normale che fosse – questi non hanno stravolto la volontà degli elettori.

Dalla Repubblica nata il 2 giugno 1946 sono nati i vizi e le virtù che hanno contraddistinto i successivi 75 anni di storia italiana: la democrazia “bloccata”, la conventio ad exludendum della destra, i soldi al Pci da Mosca, la percentuale sulle opere pubbliche ai partiti che poi diede vita a tangentopoli sono tutti figli derivanti dagli accordi di Yalta e dal risiko tra le grandi potenze che giocò a Roma una delle sue partite più importanti.

Dal 2 giugno è nata la Commissione dei 75 che terminò i suoi lavori il 12 gennaio 1947 e il 4 marzo cominciò il dibattito in aula del testo. Il testo finale della Costituzione della Repubblica Italiana fu definitivamente approvato il 22 dicembre e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 27 dicembre 1947.

Sarebbe bello, mentre andiamo verso la Terza Repubblica, riassumendo gli equilibri della politica dopo la nuova guerra della pandemia, decidere di celebrare il 27 dicembre come giorno della Costituzione italiana e magari il 20 settembre quale giorno dell’Unità d’Italia.

Perché la comunità degli italiani oggi è più matura e ben più unita che nel 1946, e forse perfino pronta ad assumere una nuova conformazione democratica: i due anni di emergenza sanitaria hanno portato all’emergere di una Costituzione reale sopra alla Costituzione materiale.

Il premier ha necessità di decisionalità maggiore; le regioni non possono marciare in ordine sparso; il Parlamento non può vivere nella palude del trasformismo permanente. Nessuna macchina, compiuti i 75 anni, può andare avanti senza una profonda revisione.
Il mistero 2 giugno: cosa c’è dietro 

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