I beni sequestrati alla mafia e poi rubati nel nome dell’antimafia

I beni sequestrati alla mafia e poi rubati nel nome dell’antimafia

Tempo di lettura stimato 2 minuti

I beni sequestrati alla mafia e poi rubati nel nome dell’antimafia
Oramai il fenomeno – appartenente alla categoria dello spirito del “piatto ricco mi ci ficco” – lo denunciano anche giornalisti che in passato per quasi tutta la loro carriera hanno fatto della retorica antimafia un preteso baluardo della legalità. I beni sequestrati o confiscati alla criminalità organizzata, e spesso anche a chi con le mafie ha poco a che fare ma ha avuto il torto di essere stato semplicemente “sospettato”, vengono poi letteralmente “rubati” da giudici e da consulenti che agiscono nel nome dell’antimafia.

Se questa per anni è stata solamente una denuncia che promanava da Radio radicale da oggi ha avuto anche la certificazione docg di un cronista come Attilio Bolzoni, sul nuovo giornale di Carlo De Benedetti: il “Domani”. Bolzoni quando era a “Repubblica” assai raramente si era occupato del fenomeno almeno fino allo scoppio del cosiddetto caso Saguto. Probabllmente anche per un riflesso tanto istintivo quanto inconscio di pudore antimafioso.

Se si scoprono certi altarini rischia di venire giù tutta una vulgata giustizialista secondo cui il sospetto è l’anticamera della verità. Vulgata che è servita a fare carriera tanto a politici senza scrupoli quanto a pm d’assalto in cerca d’autore. Per non parlare di quotidiani e di giornalisti tuttora orgogliosi di questa “diversità” di scuola berlingueriana e riciclata in chiave manettara.

Il problema della mala gestio dei beni sequestrati a mafia e dintorni non riguarda non solo la Sicilia. Casi clamorosi emergono ovunque: nelle regioni del Sud ma anche al Nord.

Di fatto il “vulnus” dei beni sequestrati non solo alla mafia ma anche a chi è stato solo sospettato di essere stato vicino ai clan, persino a dispetto di sentenze definitive di assoluzione, e della loro amministrazione allegra – per usare un eufemismo e non dire “truffaldina” e con evidenti indizi di corruttela – è ormai un argomento di cui dovrebbero occuparsi anche in Parlamento e non solo in magistratura. Magari in quella stessa Commissione antimafia che si auto attribuisce il potere di fare lo screening delle candidature presentabili e non in tutte le elezioni che Dio manda in terra, con lo spirito iconoclastico con cui in Iran assolvono compito analogo i “guardiani della rivoluzione”.

Tale suggerimento promana dal giornalista Alessandro Barbano, vicedirettore del Corriere dello sport e in passato direttore del “Mattino” di Napoli e vice al “Messaggero” di Roma. Una voce che si sente spesso leggere la rassegna mattutina a Radio radicale e che è caratterizzato da un’onestà intellettuale da pallone d’oro. Anche se – va detto – sarebbe spesso l’unico concorrente per siffatto ipotetico premio in un mondo come quello dei mass media che oggi si caratterizza per un plumbeo e servile conformismo.
I beni sequestrati alla mafia e poi rubati nel nome dell’antimafia

Shortlink:  https://bit.ly/3z1fkRu

TAGS