Giganti del web alle prese con il fisco, novità in vista

Giganti del web alle prese con il fisco, novità in vista

I redditi dovranno essere dichiarati nei Paesi Ue dove vengono realizzati

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Giganti del web alle prese con il fisco, novità in vista
Qualcosa si muove sul piano fiscale intorno agli stratosferici guadagni dei colossi del web.

Lunedì scorso il Consiglio dell’Unione europea ha modificato la direttiva sulla cooperazione amministrativa, introducendo l’obbligo per i gestori di piattaforme digitali di dichiarare i redditi generati negli Stati membri dell’Ue. Le nuove regole non scattano da subito ma saranno applicate dall’1 gennaio 2023, e serviranno alle autorita’ fiscali nazionali per rilevare gli utili su cui determinare le spettanze del fisco.

Non si tratta ancora di una vera inversione di tendenza, ma di un piccolo passo avanti, compiuto peraltro nello stesso giorno in cui i dipendenti di Amazon hanno scioperato per rivendicare migliori condizioni di lavoro. Ci vorrà ancora tempo prima che si arrivi ad una regolamentazione a livello globale, sempre più auspicata dai governi nazionali a caccia di risorse per fronteggiare la crisi economica scatenata dalla pandemia.

Crisi che, oltretutto, ha costituito proprio per i giganti del web (a cominciare da Amazon) una formidabile occasione di crescita, come dimostrano i valori di capitalizzazione in borsa e i fatturati decuplicati. Se ne discuterà anche nel corso del G20 presieduto dall’Italia, con l’obiettivo di procedere senza strappi né fughe in avanti che potrebbero sollevare conflitti commerciali e contenziosi giuridici.

Una delle linee guida elaborate dall’Ocse per l’introduzione di una tassazione dei servizi digitali e’ proprio quella adottata dal Consiglio Ue. In sostanza, l’obbligo di dichiarare il fatturato Paese per Paese non permette più ai grandi gruppi digitali di pagare cifre irrisorie al fisco.

Basti pensare che, secondo un dossier del Centro studi di Mediobanca datato 2020, questi colossi contano su un giro d’affari di oltre un miliardo di euro l’anno, e solo nel 2019 hanno raggiunto profitti per 146 miliardi. In Italia i ricavi sono stati di 3,3 miliardi, ma al fisco sono arrivati solo 70 milioni: 16 da parte di Microsoft, 10,9 di Amazon, 10,5 di Sap, 5,7 di Google, 2,3 di Facebook, e “ben” 6mila euro da parte di Netflix.

Va ricordato che le tasse si calcolano sugli utili e non sui ricavi, ma il fatto che queste societa’ non siano state finora costrette a rendere noto come sono suddivisi i profitti nei diversi Paesi ha certamente agevolato i loro ingranaggi finanziari.

La pratica più diffusa consisterebbe nel trasferimento degli utili nelle filiali domiciliate in Paesi con tassazioni zero o quasi, attraverso operazioni di compravendita di diritti e licenze tra società che appartengono di fatto alla stessa multinazionale.

Con queste tecniche definite “ottimizzazione fiscale”, secondo i calcoli del dossier di Mediobanca, tra il 2015 e il 2019 i giganti del web sarebbero riusciti ad evadere la bellezza di 46 miliardi a livello planetario.
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