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Economia

Gas, riforme e debito: tutti i no (anche di Grillo) che fanno male all’Italia. Parla Panetta

Il corrispondente Mediaset da Bruxelles: “I croati trivellano nell’Adriatico praticamente di fronte a noi e così riescono ad avere il loro gas, ma noi non lo possiamo fare perché l’ha impedito Grillo. Ci troviamo in una situazione che fa dell’Italia un Paese in preda a un eterno Carnevale”

L’Europa non ha una visione di lungo periodo, si sta indebolendo e finirà per essere schiacciata anche da Oriente: lo dimostra, tra le altre cose, una sostanziale assenza del dibattito sugli effetti del taglio del gas russo. Lo dice a L’Argomento Leonardo Panetta, corrispondente Mediaset da Bruxelles e autore del libro “Recovery Italia: Perché siamo il malato d’Europa”? (Mimesis) che in questa ampia conversazione ragiona non solo di guerra, ma di futuro economico, di gas e di policies legate ad una progettazione e non tarate sull’emergenza di turno.

Perché in Italia si parla poco di come usciremo finanziariamente dalla crisi ucraina?

I tedeschi, forse, stanno avendo più di altri l’onestà di parlarne, perché per loro è un grosso problema: rischiano davvero di tornare al 1992 e a quel tipo di congiunture economiche, perché hanno basato la loro industria sul gas. In Italia spesso si dimentica che la nostra industria è connessa direttamente o indirettamente a quella tedesca.

Recessione, stagflazione, eventuale crisi dell’euro: qualcuno li sta sottovalutando in Italia?

Se ci rifacciamo a quello che vediamo sui giornali è evidente che qualcuno li sta sottovalutando. Mi è capitato di recente di seguire alcuni interventi di Draghi e di Cingolani: in teoria l’Italia sembrerebbe il Paese con lo stoccaggio maggiore e dotato di fornitori alternativi. Credo che ci sia da una parte una volontà di rassicurare, ma dall’altra stiamo sottovalutando molti aspetti. A mio avviso c’è una questione temporale: è come se noi stessi ci proiettassimo fra tre anni, quando in teoria ci saranno fornitori alternativi e magari saranno operativi già alcuni accordi. Invece io credo che la prossima stagione sarà molto complicata.

Per quali ragioni?

Perché comunque quando sento parlare il governo di presunte strategie industriali che prevedono la riduzione dell’impiego del gas, ciò implica ripercussioni pesanti sulla produzione, quindi inevitabilmente tagliare ancora di più il Pil. Perché dovrei costringere le aziende a produrre di meno? In un momento economico come questo, dal mio punto di vista, ciò significa solo una cosa: è come se il governo non volesse scoprire le carte troppo presto. In Germania vediamo delle analisi lungimiranti, mentre in Italia si ragiona molto sull’orizzonte di breve periodo.

Ci stiamo un po cullando?

Sì, vedo una sorta di illusione di essere al riparo da queste problematiche ma la verità è che il prezzo del gas continua ad aumentare. I viaggi effettuati da esponenti del governo al fine di creare delle alternative possono essere visti in due modi: al di là della grande forza dell’Eni, per il resto si vede una ricerca affannosa di mettersi al riparo, bussando qua e là col cappello in mano. Penso al Congo, un Paese che ancora non ci ha detto la verità sulla morte di un nostro ambasciatore. O penso alla Turchia: Erdogan era colui che Draghi definì un dittatore con quale dobbiamo avere a che fare. In questo senso l’Italia si è messa in una posizione di strappo totale nei confronti della Russia. E, diciamo per colmare anche questo vuoto sia narrativo che produttivo, stiamo improvvisamente cercando di sostituire un fornitore con altri magari più piccoli.

Ci riusciremo?

I tempi sono un aspetto essenziale, perché se noi diciamo che abbiamo preso il gas, ma poi parli con i congolesi e ti dicono che ci vogliono almeno tre quattro anni per avere il gas a sufficienza, ecco che i conti poi non tornano. Sarà un po’ come se noi stessimo appoggiando questo questo fardello su chi verrà dopo.

Il no alle trivelle costa all’Italia circa 8 miliardi. Chi ripaga il sistema Paese per scelte ideologiche?

Pochi giorni fa a Bruxelles è stata respinta l’obiezione a mettere gas e nucleare dentro la tassonomia: in Italia abbiamo festeggiato ma direi che sono altri i Paesi che devono festeggiare perché l’Italia non ha il nucleare. Il primo referendum lo abbiamo fatto dopo Chernobyl e diciamo che era abbastanza impopolare in quel momento parlare di nucleare. Il no alle trivelle sappiamo che lo stiamo scontando perché, sin dai suoi primi spettacoli, la guida spirituale del Movimento Cinque Stelle, Beppe Grillo ha sempre fatto del no alle trivelle il suo mantra, in seguito portato avanti da Toninelli. Per quanto stia finendo con Draghi premier, questa è sempre la legislatura iniziata con il 30% del M5s. Il popolo si è espresso, dunque, ma il vero problema è che pur volendo iniziare oggi une eventuale discorso per il nucleare in Italia, arriverebbe a conclusione tra vent’anni. Addirittura la Francia, che è il paese più avanti con il nucleare, sta avendo dei problemi ad adattare gli impianti. Quindi non è così semplice la questione.

Quel no di ieri alle trivelle però impatta oggi sul dossier energetico…

L’Italia avrebbe la possibilità, magari non di andare a soddisfare tutta la domanda, ma di avere comunque una sua produzione: potrebbe essere questo il punto di partenza della strategia industriale del prossimo governo anche per sganciarsi da questo fardello di un governo che è nato con il partito dei no. Spesso ce ne dimentichiamo: da cinque anni il M5s ha fatto dei no ai vaccini, alla Tap e alla Tav la sua forza. A me colpisce, per esempio, il caso croato.

Ovvero?

I croati trivellano nell’Adriatico praticamente di fronte a noi e così riescono ad avere il loro gas, ma noi non lo possiamo fare perché l’ha impedito Grillo. Ci troviamo in una situazione che fa dell’Italia un Paese in preda a un eterno Carnevale. Sotto questo punto di vista, mi auguro che il prossimo governo parta in maniera molto precisa.

Nel suo libro “Recovery Italia” spiega perché il nostro Paese resta il cosiddetto malato d’Europa e vedendo i trend del debito pubblico non miglioreremo. Chi ha sbagliato le cure?

L’Italia ha sempre avuto un po’ di indebitamento ma nella svalutazione ha avuto anche la sua forza. Nel mio libro faccio un paragone con il Belgio, dove vivo che, anche se imparagonabile dal punto di vista numerico, è un Paese che è arrivato nell’euro con il nostro stesso debito pubblico. Poi è riuscito a ridurlo anche grazie alle riforme: oggi ha un dinamismo economico che ha portato benefici, mentre invece da noi tutto ciò è mancato. Penso alle ricette per abbassare il debito in modo diretto e indiretto: soprattutto è mancata la voglia di modernizzare il Paese che ha finito col tenere il nostro debito pubblico come un macigno, con tantissima spesa pubblica improduttiva. E questo, secondo, me è il vero tema che si sono rimbalzati i vari governi.

Solo colpa dell’Italia?

No. Quando in teoria il salvatore della patria doveva essere Mario Monti, ci siamo resi conto che quella cura lì non poteva funzionare per il nostro Paese. Io credo che in questo senso siamo ormai arrivati a un punto dove ha davvero ragione Draghi, quando dice che la congiuntura economica attuale porterà l’Ue a ragionare sull’emissione di debito comune, ma con titoli perpetui, con buona pace anche della Germania. Talune riforme avrebbero potuto indirizzare la spesa pubblica italiana verso una modalità produttiva. In Italia non c’è stata realmente davvero una spending review, continuiamo a spendere molto e male. In questo senso siamo completamente bloccati e credo davvero che le regole europee, come esempio i trattati di Maastricht, siano ormai da superare: l’Italia non ha più nessun tipo di possibilità di riuscire a restare in quei parametri.

L’Europa rischia di essere schiacciata in una nuova contrapposizione tra occidente e oriente?

Sì, per svariati motivi. Il primo secondo me è che noi adesso stiamo inseguendo la linea americana su gas e petrolio russo, dimenticandoci che Putin si finanzia lo stesso perché lo vende a Cina e India. Ci stiamo dimenticando che l’America può permettersi sostanzialmente di fare la voce grossa e fare gli embarghi alla Russia, perché ha raggiunto l’autonomia energetica mentre invece noi siamo fondamentalmente delle cenerentole. E’come quando si va al ristorante di lusso, pensando che alla fine pagherà l’amico, ma poi ci si rende conto che non è così. Devi pagare anche tu. Aggiungo che molti Paesi in questo momento sono in grande difficoltà, anche per dover comprare il gas americano che inquina molto di più. Tra l’altro sono curioso di sapere come farà l’Europa a gestire questa crisi dopo i danni del Covid. Io credo che all’America non dispiaccia completamente un’Europa debole: non dico che Washington scommetta sul fallimento dell’Europa. Però un’Europa più in difficoltà è inevitabilmente portata a scegliere di ripararsi sotto l’ombrello americano. È un dato di fatto.

Ci stiamo poi consegnando totalmente alla Cina?

Io non riesco a trovare una risposta soddisfacente, anche ai piani alti della Commissione, al tema dell’ accelerazione che noi stiamo facendo sul green deal. Faccio l’esempio banale dei motori: lo stop ai fossili ci porterà a dipendere ancora di più dalla Cina, che ha il controllo anche di tutte quelle componenti e di quei minerali che servono a fare queste queste automobili, oltre che le batterie.

Aggiungo che l’inflazione di oggi non è figlia solo della crisi del gas. È in gran parte l’inflazione che nasce da una mancanza di offerta data dal fatto che le catene, negli ultimi anni, si sono bloccate perché la Cina ha ridotto drasticamente la produzione e ha più difficoltà a inviare. Per cui noi ci stiamo semplicemente truccando un po’, dando questo maquillage per fare quelli che fanno green. Ma se continueremo a dipendere drasticamente dalla Cina, ecco che saremo schiacciati anche da Oriente.

L’Europa si sta indebolendo?

Sì. Da un lato vedo il tentativo di ribadire la fedeltà e di ripararsi sotto l’ombrello americano, ma ciò ci impedisce di portare avanti dei principi di rafforzamento: non significa essere anti atlantici ma solo più consapevoli. Tra l’altro non più tardi di qualche settimana fa io queste cose le ho lette sul New York Times, non su un giornale filo putiniano.

@L_Argomento

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