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“Fuori di testa” vincenti: perché “diversi da loro”

I Maneskin fanno il test antidroga e dimostrano di essere puliti e vincenti, anche se fanno i duri: una metafora degli italiani

“Fuori di testa” vincenti: perché “diversi da loro”

“Fuori di testa” vincenti: perché “diversi da loro”
No. No, questo è troppo!

Qui salta tutto. Vecchi stereotipi triti e ritriti, luoghi comuni coltivati per anni sino a diventare certezze inconfutabili. Modelli di riferimento spacciati per consuetudini. Tutto smontato: non è possibile. Non è giusto!

Adesso, fatto il test al quale si è sottoposto volontariamente (cosa che nemmeno i parlamentari eletti in rappresentanza del popolo italiano hanno accettato), si scopre che Damiano David, il frontman dei Maneskin, è pulito!

Proprio lui, quello tatuato, quello che canta con una grinta straripante, quello che grida quel “Siamo fuori di testa”, che è l’urlo liberatorio nel quale tutti ci identifichiamo: tutti, tutti in Europa mica solo in Italia. Perché tutti ce lo sentiamo dentro esplodere questo urlo, per esorcizzare questa solitudine forzata, questa triste depressione alla quale il maledetto virus ci costringe da un anno e mezzo… Proprio lui, dalla energia eccessiva sul palco, è pulito!

Non pippa cocaina come avrebbero voluto i francesi. Non si droga, come prevede il refrain d tutte le storie dei divi del rock: belli e maledetti, affascinanti ma sporchi. Perché il modello è sex drug & roch’n’roll.

I Maneskin, quel gruppo di ragazzacci che fanno rock tosto, che sul palco si scatenano come pazzi, che urlano musica e schitarrano come si faceva sessant’anni fa, sono puliti: fanno i duri ma sono bravi ragazzi. Fanno la faccia brutta, ma sono belli: dentro e fuori. Dentro e fuori, perché la droga la rifiutano… e lo dicono pure!

Sono esattamente come sono i nostri ragazzi. Quelli ai quali non diamo uno straccio di fiducia, quelli che continuiamo ad emarginare con la presunzione che siamo noi che sappiamo come va il mondo e come si gestisce, non paghi di tutti danni compiuti finora.

Quei giovani troppo giovani ai quali, proprio per questo, non cediamo le leve del comando, perché, al nostro giudizio – che la saggezza l’abbiamo acquisita dopo gli eccessi psichedelici degli anni ’60, dopo le violenze dei ’70 e le pippate yuppie degli anni ’80 (tutti del secolo scorso, ovviamente), sappiamo come va il mondo, com’è il mondo – non sono maturi per certe responsabilità; e nemmeno cediamo loro il posto di lavoro, le poltrone che contano, perché ancora – secondo il nostro saggio parere – non sono pronti. Perché di questi giovani non ci si può fidare: puerili, immaturi, acerbi… tossici!

Tossici: drogati, alcoolizzati, strafatti.

E invece no!

Sono puliti. Hanno idee chiare.

Certo, non le nostre idee. Perché sono figli di un mondo diverso dal nostro: sono post ideologici, sono post intellettuali, sono post concettuali. Sono diretti, non retorici, pragmatici, sono… “fuori di testa”, nel senso che la testa se la gestiscono direttamente, senza indottrinamenti, senza erudizioni scolastiche, di una scuola oltretutto fuori tempo ed invecchiata.

Sono contro, come sempre contro devono essere i giovani che vogliono costruire il futuro. Urlano e si mostrano provocatoriamente, come fanno i giovani che così nascondono i tormenti generazionali, i dubbi che la società degli adulti ha loro inoculato spacciandolo per un vaccino ed invece è virus: che sta ammalando il mondo, tra cambiamenti climatici, inquinamento ambientale, povertà diffusa.

“Siamo fuori di testa”, dopo aver sorpreso la routine sanremese, ha conquistato l’Europa con una vittoria emblematica per la sua modalità: la giuria degli “esperti” (esattamente quel mondo adulto e saccente che giudica con sprezzo e sufficienza questi giovani) che ha continuato a trastullarsi con le dolci melodie francesi e con il dolore da espiare anche musicalmente, attraverso il brano svizzero; la “giuria popolare del televoto”, quella fatta dalla gente comune, che i tormenti li ha nella quotidianità ormai sconvolta e non più recuperabile per il doppio virus che li ha colpiti (quello del covid e quello della malapolitica e della burocrazia famelica) e non certo nelle tortuosità intellettualoidi, frutto di pompose analisi sociologiche così lontane dalla realtà ma così belle da esporre nei nuovi dibattiti online con quello schermo del computer a più finestre, che fa tanto comunità moderna, tecnologicamente al passo con i tempi: fredda, subdolamente unita, falsa, politically correct… snob

Parlano loro, si parlano l’uno sull’altro, compiaciuti. Come urlano i Maneskin, queste gente “Parla, non sa di che cosa parla”, mentre fuori, il mondo dei normali non ne può più delle pretenziose filippiche dei soliti tromboni e adesso ha trovato il proprio inno nell’urlo dei Maneskin. “Siamo fuori di testa… ma diversi da loro”!

Appunto: diversi da loro… e diversi da come quei “loro” dipingono la società dei normali, chiamata a sbarcare il lunario, ma che non vuole più andare a testa bassa e che, cercando un inno per la propria ribellione, ancora una volta trova conforto nella musica, come d’altronde è sempre accaduto.

E poi, ci sono loro: i francesi!

Quelli della rive gauche. Quelli che si sentono superiori, intellettualmente superiori. Quelli che la storia l’hanno sempre fatta. Quelli che vincono anche quanto perdono perché la storia li rende immortali (basti pensare a Napoleone! Oppure ad Asterix, grazie al quale finalmente in un fumetto riescono a riscattarsi da Cesare e da Roma). E per questo non possono accettare la sconfitta…

Loro si tormentano con l’esistenzialismo alla Sartre, mentre gli italiani ripensano alla notte di Berlino e la testata di Zidane a Materazzi; e pensano adesso alla notte di Rotterdam e la nuova sconfitta per mano dei Maneskin ed il goffo tentativo di macchiare la vittoria con l’onta di un’accusa che gli si è rivoltata contro. Torna lo sfottò di un “Po… popopopopopoooo”. Perché, in fondo ha ragione Jean Cocteau: “I Francesi sono degli Italiani di cattivo umore. Gli Italiani, all’opposto, sono dei Francesi di buon umore”.

Italiani incubo dei francesi: Giulio Cesare, Materazzi, Damiano ed i Maneskin. Senza dimenticare Gino Bartali, come ricorda Paolo Conte: “E vai che io sto qui e aspetto Bartali / Scalpitando sui miei sandali / Da quella curva spunterà/Quel naso triste da italiano allegro / Tra i francesi che s’incazzano / E i giornali che svolazzano/C’è un po’ di vento abbaia la campagna/C’è una luna in fondo al blu”.

C’è la vie, direbbero loro: i francesi che s‘incazzano e gli italiano che… siamo fuori di testa.

Po… popopopopoooo!

“Fuori di testa” vincenti: perché “diversi da loro”

Shortlink: https://bit.ly/3fmwmTt

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