Fuga dalla firma, niente alibi. Avanti con le riforme

Fuga dalla firma, niente alibi. Avanti con le riforme

Investimenti e trasparenza vanno insieme, basta con la paura di firmare gli atti amministrativi

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Fuga dalla firma, niente alibi. Avanti con le riforme
Se il presidente del Consiglio, nel suo primo discorso pubblico, va in Corte dei conti a dire che il problema è la «fuga dalla firma» di dirigenti e funzionari pubblici, vuol dire che il cambio di passo richiesto alla Pa coincide con velocità e cultura del risultato.

Chiudere in un cassetto o insabbiare una pratica – ad esempio una concessione edilizia da cui dipende un’infrastruttura, o anche il semplice certificato richiesto dalla Signora Maria – è un serio danno che si fa allo Stato. Ma nessuno lo paga. Anzi, la complessità e la contraddittorietà delle norme fanno spesso da alibi.

“Delitti” di omissione destinati a restare senza colpevoli, e spesso persino senza indagini. In queste condizioni, dice Draghi, «gli effetti paralizzanti della fuga dalla firma» impediscono di fare ciò che il Next generation Ue rende oggi possibile, cioè «investimenti significativi con il solo vincolo che siano fatti bene, cioè che aumentino la crescita del Paese». É una deriva formalistica in Italia già sperimentata.

Si prenda il caso della trasparenza. Dopo decenni di auspici, originati dal famoso discorso di Filippo Turati alla Camera sulla «casa di vetro» (1908), la trasparenza prende forma concreta con la Riforma Brunetta del 2009. E nasce sul doppio binario accountability-anticorruzione, con prevalenza del primo.

La trasparenza delle origini è incentrata sul controllo di qualità dei servizi e quindi “comunicativa”, cioè gestita sulla frontiera del rapporto con il cittadino e strettamente legata alla valutazione. Nella riforma del 2009, non a caso, viene istituita la Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche (Civit).

Ma ben presto, complice il clima di caccia alle streghe dei primi anni 10, subisce l’attrazione fatale del sistema giuridico-formale da sempre predominante nella Pa italiana. Quella che era una disclosure a fini di miglioramento del servizio, diventa esclusiva trincea anti-corruzione.

La Civit si tramuta in Anac (Autorità nazionale anticorruzione) e la stessa meritoria nascita del «Foia italiano» (Dlgs 97/2016), che introduce la trasparenza totale, sancisce che il responsabile anticorruzione, salvo casi motivati, gestisce anche la trasparenza. Un semplificatore della primissima ora, Sabino Cassese, nel 2017 scriverà che «nei 220 articoli della disciplina degli appalti l’anticorruzione è evocata 95 volte… La classe politica si è sgravata del compito della buona amministrazione».

E quali sono le conseguenze?

«La prima è la relativa stagnazione delle opere pubbliche.
La seconda l’allungamento delle decisioni.
La terza l’imposizione di obblighi amministrativi spesso macchinosi anche su amministrazioni minuscole.
Una montagna di carte, spesso inutili. Per contrastare la corruzione si è a priori rinunciato all’efficienza». La svolta oggi passa per un ritorno alla cultura del risultato, incentivata dalla valutazione, la citizen satisfaction e la comunicazione digitale.

Perché gli unici che possono davvero giudicare un servizio sono i suoi destinatari.
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